Mercoledì, 14 Aprile 2021
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Elezioni 2013: a decidere le sorti del Paese sarà la Lombardia

La scalata di Monti verso Palazzo Chigi passa da Milano e da una legislatura bloccata. Albertini sembra essere il nome giusto per far pendere l'ago della bilancia dalla parte del Professore

Bersani - Monti

Qualche mese fa, nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, montò il caso dell’Ohio. Per tutti i politologi il vero ago della bilancia nella sfida tra Obama – Romney. La storia poi ci ha detto che la ‘faccenda’ era sovrastimata. Più che un fatto, un tormentone. La storia tuttavia, almeno nelle premesse, tende a ripetersi. Cosa che non sempre accade nelle conclusioni. E così anche in casa nostra, nelle politiche di fine febbraio, avremo il nostro ‘affaire Ohio’: il voto in Lombardia.

La politica è fatta di numeri, senza non si governa. E la Lombardia ha tanti seggi da assegnare. Tanti ed in forse. Così capita che la legge elettorale introduca le forze politiche in un vortice matematico che fa e farà da sfondo alla partita sulla governabilità. Al Senato, non alla Camera. Lì i conti, almeno per quel che riguarda la coalizione guidata da Bersani tornano. In Lombardia, come nel resto d’Italia. Stando ai sondaggi, il patto tra Pd e Sel dovrebbe riuscire ad ottenere, vuoi per il consenso, vuoi per il premio di maggioranza, un’ampia maggioranza alla Camera. Ma la nostra è una repubblica parlamentare fondata su un bicameralismo perfetto. Come dire, non basta una gamba per tenerla in piedi. Così per governare il Paese servo almeno 158 seggi anche al Senato. E di poltrone la Lombardia ne porta ben 49: 27 al vincitore, 12 allo sconfitto. È possibile che chi si prenda la regione si prenda il Senato.

ALBERTINI – E qui la cosa si complica. Perché i sondaggi, a cominciare da quello dell’Ipsos pubblicato nelle pagine del Sole 24 Ore, attestano sia il centro-sinistra (Pd-Sel) che il centro-destra (Pdl-Lega-Destra) al 32,5% dei consensi. Pari. Segue, ma distaccata, la Lista Monti che si ferma a poco oltre il 16%. Terzo ma decisivo. Potrebbe essere proprio Monti, il premier del rigore, a sparigliare le carte e decretare l’ingovernabilità della legislatura che verrà. Monti e l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini. Il professore scegliendo Albertini come porta bandiera della sua agenda, uomo di peso e di voti (molti) in terra lombarda, ha portato scompiglio e chiaramente polemiche.

Un doppio salto mortale dagli esiti incerti e che potrebbe venir buono al presidente del consiglio uscente. Una delle ipotesi più accreditate infatti racconta dell’ex sindaco di Milano che andrà a rubacchiare voti proprio a Bersani, quel tanto che basterebbe per consegnare la Lombardia a Berlusconi e alla Lega. Risultato? Pd e Sel non avrebbero la maggioranza al Senato. Ed allora sì che il peso dei centristi in ottica governabilità diventerebbe decisivo. In pratica per arrivare a Palazzo Chigi Bersani e Vendola si dovrebbero mettere a sedere con Monti, Fini, Casini e Montezemolo.

La strategia è ardita e non è detto che funzioni. Anche perché ci sarebbe da dare troppe pennellate di bianco per andare d’amore e d’accordo. Se per Monti infatti Bersani dovrebbe “silenziare” Vendola e Fassina, per il governatore della Puglia l’ex commissario dell’Unione Europea è un “massone”. Dialogo impossibile? Stando ai fatti e alle dichiarazioni sembrerebbe di sì. Se tuttavia si rovescia la questione sul piano dei numeri, quella che può sembrare l’emblema della fantapolitica comincia, anche se da lontano, a tratteggiarsi del reale. Sette, dieci seggi sicuri al senato permetterebbero a Bersani e alla coalizione Italia Bene Comune di fare sogni tranquilli. Ma anche in questo caso c’è da fare i conti, non tanto con le cifre ma con le cariche. Un conto è fare il ministro, un altro quello del direttore d’orchestra, e Monti non pare proteso a fare il primo violino di un’orchestra ‘governata’ da Bersani. Per Monti il podio, o niente.  Un niente che potrebbe arrivare da Bersani, che ha già sguinzagliato Renzi contro un Monti “demagogo”. C’è solo da attendere. È chiaro che se Albertini dovesse fare lo scherzo di Carnevale meno simpatico della storia repubblicana, e la sinistra e Monti non dovessero trovare la quadra, l’impasse istituzionale si farebbe minaccioso. E in un attimo tornerebbero di moda i governi tecnici, le grandi coalizioni e forse nuove elezioni.

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