rotate-mobile
Lunedì, 26 Febbraio 2024
Ci siamo

Tre nomi forti per il Quirinale: ma oggi si parte "in bianco"

Stasera fumata nera, difficilmente prima di giovedì avremo un nuovo presidente. Si inizia a fari spenti e in caso di muro contro muro il gruppone misto potrebbe svolgere un ruolo decisivo. Il premier resta il grande favorito: dal colloquio Letta-Salvini forse la svolta

Una valanga di schede bianche. Il primo scrutinio per l'elezione del Capo dello Stato si terrà senza intesa tra i partiti e con l'unica certezza, salvo sorprese, che nelle urne finiranno molte schede bianche. La domenica di vigilia si è consumata tra mosse tattiche, incontri , telefonate e veti incrociati. C'è sempre un grande favorito, Mario Draghi, ma il suo trasferimento da Palazzo Chigi al Colle sarebbe possibile solo con un patto forte sul nuovo premier (salgono le quotazioni di Elisabetta Belloni). 

Nessun presidente prima di mercoledì o giovedì

Oggi alle 15 le forze politiche si ritroveranno a Montecitorio a fari spenti. Il "clic", assicura Repubblica, non ci sarà prima di mercoledì o giovedì. Il passo indietro di Silvio Berlusconi ha complicato la situazione anziché facilitarla. L’assetto di questo Parlamento è senza precedenti: col gruppo maggioritario, il M5s, balcanizzato, "con il centrodestra dilaniato dalla lotta intestina tra Meloni e Salvini, con Forza Italia alle prese con un leader virtuale, e con il Pd che deve prendere atto di non poter più dare le carte come è accaduto nelle ultime quattro corse verso il Quirinale, appare dunque incapace di scegliere un candidato".

Candidati espressamente di centrodestra, come l’ex presidente del Senato, Marcello Pera, quella attuale Elisabetta Casellati, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, non hanno chance. Allo stesso modo Pd e M5S hanno rinunciato al loro candidato di bandiera, l’ex ministro e fondatre della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, per non bruciarlo: "Profilo di personalità che ha onorato l'Italia", ragiona Conte. Ma non ce la può fare.

In corsa sembrano restare tre nomi, quelli in grado di accontentare una vasta maggioranza trasversale: visto che un accordo tra le due grandi ma sfilacciate coalizioni non c'è, un potere enorme alla fin fine rischia di averlo quella "terra di mezzo" tra i due schieramenti composta da un gruppo misto mai così folto. E i cosidetti "franchi tiratori" potrebbero risultare decisivi senza un nome condiviso. Vediamo quali sono i tre favoriti della vigilia, dunque.

In pista restano solo tre nomi

Se, calcolatrice in mano, si ragiona non sul candidato che potrebbe "piacere di più", ma quello che potrà "dispiacere di meno" al maggior numero di parlamentari, in pista restano tre nomi: Mario Draghi, il capo dello Stato uscente Sergio Mattarella e l’ex presidente della Camera, Pierferdinando Casini. Il curriculum di quest'ultimo potrebbe essere approvato da una maggioranza molto più trasversale di quel che si pensi.

Le ipotesi Draghi, Mattarella e Casini sono però tutte deboli in questo momento, per motivi chiari: "Per il premier, la necessità di trovare un sostituto - nota Repubblica .- E di garantire che non si tornerà al voto prima del 2023. Per ragioni effettive come la realizzazione del Pnrr e la lotta al Covid, e per esigenze ben più prosaiche: molti parlamentari sanno che non torneranno mai a sedere sul loro attuale scranno. Per timori concreti: chi altri può tenere insieme una maggioranza a dir poco composita e multicolore se non l’ex presidente della Bce?". Mattarella ha detto a più riprese che il bis non lo vuole, e su Casini pesano le antipatie bipartisan che si è conquistato negli anni tanto nella Lega quanto nel Pd (ma nel gruppone del Misto in tanti sono pronti a votarlo anche subito).

Si va verso Draghi (ma senza fretta)

Siamo davvero in una fase di riscaldamento: Enrico Letta nell'incontro di oggi con Matteo Salvini chiederà una presa di posizione chiara su Mario Draghi. Si partirà da qui. E si tornerà sempre lì: Draghi. 

 "E' sicuramente molto complicato, ma sono ottimista". Enrico Letta riassume così, parlando da Fabio Fazio, la situazione delle trattative per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica. Il passo indietro di Silvio Berlusconi non ha affatto spianato la strada ad un'intesa e, anzi, ha persino complicato la possibile elezione di Mario Draghi. Quel no arrivato da leader di Fi era inatteso e ha ulteriormente ingarbugliato la matassa, offrendo sponda alla freddezza del Movimento 5 stelle e di Matteo Salvini. Un problema, perché come dicono in molti "così rischiamo di perdere Draghi sia a palazzo Chigi che al Quirinale". E Letta ora è convinto che proprio il colloquio con il leader della Lega potrà essere decisivo per sbloccare la situazione. Di sicuro, appunto, ora è più faticoso mantenere l'asse con M5s, un'alleanza che comunque Letta vuole preservare a tutti i costi, nonostante tutto. Persino un esponente di Leu - il partito forse più "amico" di Conte, dopo il vertice domenicale lasciava trasparire una certa irritazione: "Non si può tirare fuori così il nome di Andrea Riccardi, una figura autorevole che viene buttata lì tanto per sventolare una bandiera...".

Letta viaggia a fari spenti, è convinto che si potrà arrivare ad uno sblocco della situazione solo se si chiarirà la situazione nel centrodestra, a cominciare dalla posizione di Salvini. Per questo è diventato fondamentale l'incontro con il leader della Lega. Così come il Pd vuole capire se davvero Fi è per il no al premier. Matteo Salvini continua a promettere "nomi di alto livello" da parte del centrodestra, "due, tre, quattro", ma la rosa non arriverà neanche domani, perché forse questa rosa non c'è: "Sarebbe pericoloso toglierlo da palazzo Chigi", dice Salvini a proposito del premier.

Un no che però Letta vuole "capire se sia davvero ultimativo". Per ora la linea è quella detta pubblicamente, ma ragionando con parlamentari leghisti si torna alle parole di qualche giorno fa. Quando Salvini assicurava una Lega di governo "anche senza Draghi" a palazzo Chigi e proponeva un governo rafforzato dai leader. "Se si trova un accordo complessivo sul governo...", dice un parlamentare leghista. Non è un mistero che il segretario leghista vorrebbe più di ogni altra cosa al mondo tornare al Viminale, convinto che solo così potrebbe risollevare i sondaggi del Carroccio a suon di tweet e dirette Facebook. Obiettivo difficilissimo, ma forse anche un cambio della guardia potrebbe bastare alla Lega, sia pure non con il segretario.

"Non è un rodeo"

"Non è un rodeo - dice alla Stampa Francesco Boccia, l'esponente più autorevole della segreteria Pd - ma il momento più solenne della democrazia parlamentare e abbiamo l'obbligo di parlarci, non di contarci. Anche se uno prende dieci voti in più, non ha i numeri per eleggere da solo il presidente. Sapendo anche che oggi questo parlamento di minoranze, arrivato all'ultimo anno di legislatura e con una riforma che taglia di un terzo i prossimi eletti, non è allineato ai pesi attuali dei partiti e anche al "sentiment" della società. Un elemento di cui bisogna tener conto, evitando forzature". A oggi, più che altro un auspicio.

Non è solo il Colle, l'obiettivo il tema delle molte partite in corso. C'è chi cerca consacrazioni, chi vuole rivincite, chi vorrebbe – finalmente – prendere la guida del suo campo (nel M5s Conte è a dir poco tiepido sull'ipotesi Draghi al Quirinale a differenza di Di Maio, e Conte resta al momento il leader del gruppo parlamentare più folto). Anche per questo non è semplice, e oggi sarà fumata nera senza colpi di scena. Pretattica. 

"Poco più di due anni fa, quando Mario Draghi lasciò l'incarico da presidente della Bce, e ancora fino al febbraio scorso, quando venne chiamato a guidare il governo, il suo nome girava nei Palazzi come l'asso nella manica del Paese, l'eletto sicuro alla presidenza della Repubblica", scrive Francesca Schianchi sulla Stampa -  Il punto però è proprio che oggi Draghi è premier, e quello che sarebbe stato possibile, persino probabile, se fosse rimasto un privato cittadino – una votazione a larga maggioranza tra applausi e congratulazioni – è diventato complicatissimo". Il piano a cui sembrano ragionare in molti è "compattare la maggioranza di governo sulla sua elezione, magari impegnandosi come richiesto dal segretario dem Enrico Letta in un patto di legislatura che garantisca l'impegno dei partiti a portare avanti le priorità del Paese, a partire da campagna vaccinale e Pnrr, senza smarcamenti di comodo in vista della campagna elettorale per le politiche 2023". Possibile, forse probabile. Ma difficile.

A Bruxelles intanto la scuola di pensiero che prova a guardare a un orizzonte di medio-lungo periodo continua a pensare che la via d'uscita migliore sia la salita di Draghi al Quirinale. La sua presenza sul Colle più alto, nelle vesti di capo dello Stato che deve nominare il prossimo presidente del Consiglio (e almeno altri due, dopo le elezioni del 2023 e dopo quelle del 2028), è la miglior garanzia per evitare che il Paese finisca fuori strada. Ma serve- subito - un sostituto in grado di guidare la macchina del Recovery. E' anche e soprattutto di questo che parleranno oggi Letta e Salvini. 

I numeri per l'elezione del presidente della Repubblica

Più di mille grandi elettori oggi chiamati a partecipare alle votazioni (non 1009, perché ci sono almeno tre assenti sicuri, tra cui il deputato di Forza Italia, Enzo Fasano, scomparso ieri). Per la precisione, e in ordine di convocazione: 6 senatori a vita, 314 senatori, 628 deputati, 58 delegati regionali. Nelle prime tre votazioni serve la maggioranza di due terzi, cioè 673 voti, dalla quarta basta la maggioranza assoluta, 505 voti. Nessuno schieramento la raggiunge da solo, per questo serve un accordo tra i partiti, che al momento non c'è. E probabilmente non ci sarà nemmeno domani. Poi qualcosa si smuoverà.

Il margine di incertezza ancora residuo è legato alla possibilità di proclamare eletto a tempo di record il primo dei non eletti Fi nella circoscrizione Campania 2. In queste ore gli uffici di Montecitorio si stanno interrogando in proposito. Prevale al momento lo scetticismo. Anche a voler velocizzare al massimo tempi intermedi di verifica, la proclamazione di un nuovo deputato può avvenire soltanto in una seduta della Camera, al momento sconvocata e non prevista fino a dopo l'elezione del Presidente della Repubblica, se non convocazione ad hoc a domicilio da parte del Presidente della Camera Roberto Fico. La prudenza in tema di proclamazione di nuovi parlamentari è sempre d'obbligo: saltare passaggi formali può portare a future contestazioni.

Ad ogni modo, sul tema della certificazione definitiva di plenum e quorum per l'elezione del Capo dello Stato potranno dire l'ultima parola le riunioni congiunte di uffici di presidenza prima e capigruppo di Camera e Senato poi convocati insieme stamani a Montecitorio dai presidenti Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, dalle quali dovrebbe uscire il calendario delle votazioni da domani in poi.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Tre nomi forti per il Quirinale: ma oggi si parte "in bianco"

Today è in caricamento