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Martedì, 25 Gennaio 2022
Politica

Elezioni regionali, tutto in ballo: c'erano una volta le "Regioni rosse"

Dopo le elezioni Umbria il voto in Emilia Romagna il prossimo 26 gennaio rappresenterà un importante test politico: per il centrodestra continuare il "filotto" che dura da ben 7 consultazioni vorrebbe dire espugnare lo storico bacino elettorale della sinistra 

In quindici anni l'Italia ha cambiato volto: nel 2014 ben 16 Regioni erano di centrosinistra e solo tre di centrodestra, oggi 12 sono governate dal centrodestra e sette dal centrosinistra.

Dopo 3 elezioni nazionali e 13 regionali il rapporto di forze tra i partiti politici si è ribaltato. Vale la pena ricordarle una per una partendo dalle elezioni regionali che si sono tenute nel 2015:

  • Zaia conferma la Lega in Veneto;
  • Toti porta la Liguria al centrodestra;
  • Rossi conferma il centrosinistra nella "rossa" Toscana;
  • Ceriscioli conferma le Marche come baluardo di centrosinistra;
  • Marini si afferma in Umbria, salvo poi cadere la scorsa estate con lo scandalo della sanitopoli;
  • De Luca si afferma in Campania con un forte risultato personale;
  • Emiliano si afferma in Puglia sull'onda dei progetti No Tap e No Ilva che poi verrano a decadere.

Nel 2018 inzia il filotto del centrodestra.

  • fatta salvo la vittoria di misura di Zingaretti nel Lazio;
  • Fontana conferma il predominio leghista in Lombardia;
  • il centrodestra diventa maggioranza relativa raccogliendo il 37% alle Politiche

Nel 2019 il trend non cambia:

  • Marsilio porta il centrodestra alla vittoria in Abruzzo;
  • Bardi porta il centrodestra alla vittoria in Basilicata;
  • Cirio aveva portato il centrodestra alla vittoria in Piemonte.
  • Alle Europee il centrodestra sale al 48%;
  • alle elezioni anticipate in Umbria Tesei vince sfiorando il 60%;

Nel mezzo l'ascesa e la caduta del Movimento 5 stelle che in Umbria tocca il suo peggior risultato di sempre. Una parabola in cui i pentastellati hanno sempre mancato il bersaglio grosso - fatto salvo per la mela avvelenata di Roma Capitale. Per il 5 stelle la natura post idelogica - come ha candidamente spiegato Di Maio - ha portato il Movimento ad essere accomunato a questa o quella fazione politica, lasciando ondivago il proprio carattere politico. 

Ora in attesa delle elezioni in Calabria ed in Emilia-Romagna - il prossimo 26 gennaio - il Movimento 5 stelle vuole tornare alle origini, rescindendo da ogni possibile "patto civico" con gli alleati di Governo. Saranno 90 giorni difficili considerando che nel mezzo vi saranno le congrue discussioni sulla manovra economica e sulle misure da tre miliardi di tasse preventivate dal Governo Conte Bis. 

Poi a seguire ci saranno nuove elezioni in Regioni importanti come Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto. Ma il tutto è molto al di là dell'orizzonte degli eventi. 

elezioni regionali nel 2019 2020 ANSA CENTIMETRI-2

Elezioni regionali nel 2019-20. ANSA/CENTIMETRI

Resta nei fatti una considerazione inoppugnabile: il rapporto di forza nelle Regioni storicamente "rosse" è diametralmente cambiato. La cintura d'Italia, in cui da sempre i partiti di sinistra conservano la propria forte base elettorale, ha perso il suo primo importante tassello. E sarà in Emilia Romagna, prossima Regione al voto, il vero e proprio ago della bilancia per il rapporto tra M5s e Pd, ma anche per il percorso del Partito Democratico e il futuro dello stesso governo.

Il fallimento dell'esperimento Umbria pesa sul patto civico che M5s e Pd stavano disegnando per la prossima giunta emiliana. Il presidente uscente, Stefano Bonaccini, in predicato di un eventuale passo indietro, potrà ora invece contare sul Partito Democratico che dovrà fare quadrato attorno al proprio governatore che apre ad un accordo sui contenuti: 

"Se qui ci sarà un accordo coi 5 Stelle sarà sui contenuti e sul progetto: sono pronto a confrontarmi in qualsiasi momento per verificare insieme le tante cose che ci uniscono e per discutere anche laicamente delle cose su cui non siamo d’accordo."

La sfida in Emilia-Romagna era e resta apertissima: in Umbria negli ultimi anni il centrosinistra aveva già perso quasi ovunque alle amministrative, mentre qui ancora 5 mesi fa il centrosinistra aveva vinto nell’80% dei comuni.

Potrebbe dunque essere la sfida di Bologna a segnare la fine del filotto del centrodestra dopo Lombardia, Abruzzo, Basilicata, Piemonte e appunto Umbria? 

Quello che è certo è che il centrodestra ha vinto grazie a due fattori, il primo dei quali è la vera e propria esplosione dei consensi della Lega dopo l'elezione di Matteo Salvini a segretario federale. 

L'evoluzione della Lega di Salvini

la carica del Carroccio-2

Dati evidenti ancor più se confrontanti con le elezioni precedenti, consultazioni che avevano visto la Lega Nord di Bossi arrivare ad un modesto 10% nel 2009. 

Dal 2015 è iniziata la corsa del Carroccio quando conquista il 20% nella rossa Liguria, approdando inoltre con un seppur modesto 2% in Puglia, lontanissima dallo storico bacino elettorale e primo esperimento del progetto nazional-sovranista della "Lega Salvini". 

numeri lega nord-2

La Lega in cifre: al dato dei governatori va aggiunta la neo governatrice dell'Umbria Tesei. 

Il resto è una storia da scrivere. Come testimoniano gli ultimi sondaggi nazionali pubblicati da Swg per La7 l'erosione del consenso per Salvini sembra essersi fermato dopo la pazza estate della crisi di governo annunciata dal Papete. In contemporanea con le elezioni in Umbria il consenso nazionale della Lega è infatti stimato saldamente al 33%.

sondaggi politici swg la7-2

Il secondo e fondamentale dato che esce dalle ultime consultazioni viene dalla crescita di Fratelli d'Italia che attira consensi in maniera proporzionale alla inesorabile decrescita di Forza Italia, lasciando così il centrodestra stabile appena sotto alla maggioranza assoluta.

Il partito dei Berlusconi di contro vede invece un duplice flusso in uscita: a destra verso l'anima sovranista e al centro verso il nuovo progetto renziano che drena il consenso dei moderati.

Dal canto suo Matteo Renzi piccona gli alleati di governo additando ad errore politico "sia la rivendicazione dell'alleanza strategica fra Pd e 5Stelle, sia l'impegno del capo del Governo nella chiusura della campagna elettorale". Come scrive il senatore fiorentino nella e-news, Renzi assicura il proprio appoggio al governo "noi stiamo dando una mano e continueremo a farlo - scrive - nei prossimi mesi continueremo con le nostre proposte su fisco e infrastrutture" salvo poi smarcarsi dalla sconfitta: "Come Italia Viva siamo rimasti fuori dalla vicenda umbra. Nei prossimi mesi ci presenteremo alle regionali, a cominciare dalla Toscana, ma il nostro orizzonte continua a essere quello di andare in doppia cifra alle politiche. Che per noi si terranno nel 2023 e comunque dopo l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica".

"Leggo sui giornali che qualcuno attribuisce la colpa a me persino della sconfitta in Umbria. Mi spiace che si possa arrivare a tanto. Questo odio nei miei confronti ha qualcosa di inspiegabile. La verità è che quando ho lasciato la guida del PD governavamo 17 regioni su 21. Adesso il Pd governa in 7 regioni su 21"

Una uscita che non è piaciuta al suo ex ministro Carlo Calenda che ricordando che fu proprio Renzi il promotore dell'accordo col M5s, accusa il senatore di Firenze di essere "senza vergogna". Salvo poi tentare di riallacciare i rapporti con il Pd auspicando un incontro con il segretario Zingaretti.

In estrema sintesi, molto spesso in Italia le elezioni si chiudono con molti vincitori e nessun perdente: alle elezioni umbre i vinti invece sono ben chiari, ma è l'analisi della sconfitta a profilarsi come decisamente confusa.

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