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Lunedì, 17 Gennaio 2022
Elezioni Italia

Elezioni politiche 2013 - Bersani, Monti e Vendola: un caos chiamato 'compromesso'

Dopo l'apertura del segretario del Pd al professore da Berlino, il leader di Sel tuona: "Spero che Bersani non voglia rompere l’alleanza del centrosinistra". Il candidato premier prova a rassicurare: "Nessuno tocchi il mio Polo"

Bersani chiama Monti, Monti risponde presente. E Vendola alza la voce. Sullo sfondo la bagarre per il Senato. Storie da campagna elettorale. Detta così il discorso filerebbe un po’ troppo e forse fila davvero. Ma poi ci sono i paletti, i però, i condizionali. Ed è nei tempi verbali che si sta giocando tutta la partita del centro sinistra e della guida del Paese. La politica infatti ha il vizio di presentarsi in bianco e in nero; tocca scavare tra le pieghe delle sfumature per dargli un po’ di colore. E in questo caso le pennellate sono di un bel rosso acceso. Quelle di Vendola che mette subito le mani avanti: “Bersani ha fatto riferimento ai temi pregiudiziali dei programmi e nei fatti quelli di Monti e del centrosinistra sono inconciliabili”. Il leader di Sel più che di sinistra sente profumo di ‘inciucio’ con i moderati e avverte: “Spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l’alleanza del centrosinistra. Ci sono tanti alleati del centrosinistra, dalla Cgil al mondo dell'associazionismo che combatte per i diritti. Tranne uno: Monti. Ora Bersani non ha il potere di mutilare il centrosinistra nato con le primarie. Siamo parte integrante dello stesso soggetto”. Cristallino: o noi o Monti, senza se e senza ma.

BERSANI – Ma Bersani, messo in mezzo, con la paura di perdere il giro di fine febbraio, punta alle famiglia allargata. Ad oggi i dati che emergono al Senato non lasciano alternative. Così fa orecchie da mercante e dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Prova a dare una carezza al governatore della Puglia – “Non faccio alleanze a ogni prezzo” anche perché su lavoro e unioni civili “sento cose che non mi convincono” – e sull’apertura a Monti precisa: “Chiedo agli italiani di avere il 51% ma se tocca a me lo userò come se fosse il 49%, lo userò per parlare con tutti quelli che non sono berlusconiani, leghisti, populisti”. E se non bastasse tira la croce addosso alla stampa: “È da settimane che ripeto questo concetto, è la stampa che titola Bersani apre o chiude a Monti”. Insomma più che un’apertura un tormentone. E pazienza se Vendola non l’ha capito.

MONTI – Ma c’è un altro personaggio di questa vicenda da grande coalizione che sembra non aver capito il progetto del segretario dei democratici: Mario Monti. O forse, più semplicemente, ha fiutato il vento fin troppo bene. Tanto da mettere sul piatto della trattativa un out-out pesante come un macigno. “Immagino che se Bersani –  ha affermato il premier da Verona – è interessato, come ha dichiarato, a una collaborazione con le forze che rappresento dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo”. Oggi le chiama scelte di campo, qualche settimana fa optò per un verbo che fece discutere: “silenziare” i nemici dell'agenda. E qui viene utile una massima matematica: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Vendola, nel disegno di Bersani rimodulato da Monti, proprio non ci sta. Anche se il professore è svelto a sottolineare che “non c’è stato alcun accordo tra Bersani e me, fra nessuno e Scelta civica. Il tema delle alleanze è prematuro. Verrà dopo il voto”.

IL TRIANGOLO NO – Se verrà lo vedremo, ma intanto più che un accordo a tre si profila un triangolo delle Bermude: Vendola dice no a Monti; Monti fa la voce del padrone e pretende scelte di campo. Bersani se ne sta buono un paio d'ore poi manda un sms al Professore: “Il mio polo è il mio polo e che nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere”. Compito arduo quello del segretario di Bettola. Sa che un asse con Monti chiuderebbe la partita elettorale ma allo stesso tempo non vuol tradire il patto nato in autunno.

Rimane il fatto che l’apertura da Berlino sia di quelle forti, che lasciano il segno. Tanto da solcare l’intera campagna elettorale. Così Monti, rassicurato da quel “prontissimo” tralascia le beghe con Sel al Pd, non esclude un suo eventuale ruolo di ministro nel prossimo governo e in questo chiude definitivamente la porta al Pdl. “Fra i moderati – continua l’ex commissario europeo – c’è chi pensa di confermare un appoggio a Pdl e Lega come polo di rassicurazione contro una ‘certa sinistra’ di cui non si fidano? Il vero voto non utile per questi moderati è proprio quello a Pdl e Lega”.

RENZI E LA LOMBARDIA – Il candidato premier dell'alleanza Italia Bene Comune, al di là delle “schermaglie elettorali”, prende e porta a casa. Macina i chilometri della campagna elettorale e butta nella mischia Matteo Renzi. Dove? Soprattutto al Nord, il centro di gravità permanente delle politiche di fine febbraio. Per questo ha chiesto al sindaco di Firenze un bel tour nel cuore pulsante delle roccaforti leghiste. C’è di mezzo la sfida di Palazzo Madama ma anche quella lanciata da Ambrosoli al governo della Lombardia. L'aria che si respira è da finalissima: la coalizione guidata da Roberto Maroni, anche se di poco, rimane la favorita e i sondaggi dovessero confermare il trend elettorale la Lega si troverebbe ad abbracciare tutto il nord, dal Piemonte al Veneto passando per il Pirellone. Il Pd vorrebbe rompere questa catena di potere e sistema Renzi in rampa di lancio. Perchè? Per il semplice fatto che il 'rottamatore' è sicuramente il politico di centro - sinistra che più di ogni altro ha nelle corde la forza per far breccia nell'animo settentrionale (non a caso annunciò la candidatura al governo del Pese proprio da Verona). Così, anche se ancora manca l’ufficialità, domenica si dovrebbe sedere a fianco di Bersani allo Juventus Stadium, per il ‘derby’ Juventus – Fiorentina. Poi il 13 febbraio, toccherà le province di Bergamo, Brescia, Varese, Lecco e Como.

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