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Lunedì, 24 Gennaio 2022
ELEZIONI / Italia

Elezioni 2013: Bersani riparte da Renzi contro Monti e Albertini

L'incertezza nelle regioni chiave, Lombardia in testa, costringe il segretario a ricorrere all'aiuto del 'miglior nemico'. Che si mette sull'attenti e scende in campo

Nel Pd sono iniziate le grandi manovre. Cantiere aperto e una data improrogabile di fine lavori: il 24-25 febbraio, la due giorni elettorale. Da settimane, da via del Nazareno in giù, va in scena una plastica esibizione dell’ottimismo. Ma scendendo rasoterra, nella pancia del partito, c’è dell’inquietudine. In fondo queste elezioni il Partito Democratico le può solo perdere. Bersani, da capitano, si gioca tutto. Per questo ha chiamato i suoi all’adunata. Compreso Matteo Renzi, che ha perso ma non troppo. Ha ‘sprecato’ un giro, in attesa che arrivi il suo turno, ma in questo ha ridisegnato gli assetti interni del Pd.

Dopo settimane di silenzio ha pranzato assieme con Bersani, ha strappato l’accordo per il listino dei candidati blindati (saranno una cinquantina i renziani che varcheranno la soglia del Parlamento), e si è messo a disposizione della ‘ditta’. Un po’ a pro suo – sa che dopo l’attuale segretario del Pd potrebbe essere l’unica risorsa spendibile del centro-sinistra – un po’ pro Bersani ed il Pd. “Se perdo sarò in prima linea a fianco del vincitore, saremo leali”, ha ripetuto in ogni suo intervento pubblico all’epoca del giro elettorale in camper. E così ha fatto.

RENZI – Non sono mai stati troppo amici. Si stimano, nulla di più. Ma a Bersani importa poco, incassa la fiducia e va avanti. Balla in macchina con Vasco ed è deciso a ballare con il sindaco di Firenze. Anche perché ora non è il tempo dei sofismi ma della concretezza. E Renzi è un catalizzatore di voti. Un magnete che ora fa più comodo di tutti i possibili conti di fine cena. Si perché c’è lo spauracchio Berlusconi, che continua a presidiare le tv italiane, ma c’è soprattutto da tenere a distanza Mario Monti. A Renzi il compito di sfondare il muro dei moderati. Strana davvero la politica. A Verona, nel suo discorso alla nazione, Renzi si disse pronto “a stanare i delusi del berlusconismo, senza non si vince”. Una frase che si portò con sé, fino al ballottaggio, quintali di polemiche interne. Oggi gli è chiesto, limpidamente, di fare quello per cui allora fu messo in croce. Ma il rottamatore non si è scomposto, qualche timido “quando lo dicevo io”, e nulla più. Ora c’è da far squadra.

STRATEGIA – Perché? Non tanto per paura di Berlusconi, ma per il peso specifico della salita in politica del professore. Di mezzo c’è la maggioranza al Senato. Ad oggi i numeri non consentirebbero la governabilità, quindi si profilerebbe la paralisi istituzionale. C’è già chi parla dell’ennesima soluzione tecnica e chi, come Bersani o D’Alema, continuano a tenere la porta aperta alla lista del premier. Ora ma soprattutto dopo le elezioni, quando ci sarà da far di conto. Il candidato del centro-sinistra ha finito la voce andando a spiegare all’elettorato che anche in caso di vittoria schiacciante cercherebbe un dialogo proficuo con il mondo moderato. Questione di tenuta nazionale e senso di responsabilità. Troppo profondi i mari economici su cui potrebbe navigare l’Italia durante il 2013.

FIRENZE – Tutto vero, ma c’è un però. I numeri appunto. Un cosa è dialogare con una forza importante, un'altra con una determinante per la governabilità. Per questo la scelta di farsi accompagnare in campagna elettorale anche da Renzi che, dopo aver messo i puntini sulle i – “Non farò il vicepremier, resto a Firenze”, come ha dichiarato giusto ieri ai microfoni di Radio Toscana – si prepara al bagno di folla a braccetto con il suo segretario. C’è già una data, il prossimo primo febbraio, al teatro Obihall di Firenze. Ore 18:00, i protagonisti delle primarie saliranno insieme sul palco. Per adesso si sa poco o nulla, giusto l’ipotesi di una staffetta: l’intervento di Renzi ad aprire la strada a quello di Bersani. Ipotesi. Un’unica certezza, quel giorno gli occhi del centro sinistra saranno puntati sul palco di Firenze.

LOMBARDIA – Ma non è finita. Come già annunciato dallo stesso Bersani, il rottamatore sarà traghettato nella campagna lombarda, nel bel mezzo del cuore delle politiche. A dar mano ad Ambrosoli, a limitare la forza di Albertini.

E qui la cosa si fa spinosa. C’è da strappare la Regione a Maroni e Formigoni, ma c’è da prendere quei voti buoni per il Senato. E per farlo la prerogativa è marcare l’uomo di Monti, l’ex sindaco Albertini. Che ieri mostrando i muscoli contro Vendola – “vuol firmare il referendum sull’articolo 18 degli anni di piombo” – ha chiarito una volta per tutte quale sia la mission affidatagli dal professore: incidere sull’elettorato moderato di sinistra, semmai regalando la Lombardia all’asse Lega-Pdl, ma assicurandosi i numeri dell’instabilità.

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