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Sabato, 22 Gennaio 2022
Verso le elezioni /3 / Italia

Elezioni 2013: Nanni Moretti scende in campo per Bersani premier

Il segretario del Pd nell'ultimo giorno di campagna elettorale si è scagliato contro il leader del M5S: "Io figlio di un meccanico non sono un miliardario"

Dal pugno sinistro chiuso al giaguaro. Il tutto passando per Pierluigi Bersani. Due simboli, vent’anni di sinistra. Dalla fine del Pci a un obiettivo: rendere il giaguaro a tinte unita, senza macchia. Nel bersanese, smacchiato. Ma chi è il giaguaro? Fino a qualche giorno fa non c’erano dubbi: Silvio Berlusconi e il populismo moderno, il figlioccio del berlusconismo. Nelle ultime ore tuttavia il concetto si è un po’ complicato, con Bersani che ha dovuto affrontare qualche grattacapo che forse, ad inizio campagna elettorale, pareva inaspettato. Sul campo è rimasto solo la lotta al populismo, il giaguaro però ha cambiato sembianze. Il nuovo nemico ha un nome ed un cognome, si chiama Beppe Grillo. Lo dicono i sondaggisti, lo confermano le piazze: il Movimento 5 Stelle guidato dal blogger genovese è in fortissima ascesa e per il l’asse Pd – Sel rappresenta il vero pericolo di quest’ultimo scampolo di propaganda prima del silenzio.

Per questo in mattinata Bersani si è scagliato contro il pericolo numero uno: “Diversamente da quello che urla – ha sottolineato a Unomattina – io guardo in faccia: ho guardato in faccia tre milioni di persone alle primarie, sono in mezzo alla strada, parlo con la gente”. Un virgolettato che non gli è bastato. Così il segretario del Pd ha messo in ripostiglio il giaguaro e ha abbracciato la sua storia, è andato fin dentro le origini della tradizione rossa: “Ieri sera ero in birreria e ho parlato con alcuni ragazzi e gli ho chiesto: ‘Ma voi, avete mai parlato con Grillo?’. Mi hanno risposto di no. Io sono figlio di un meccanico non sono un miliardario”. Vendola, avrebbe definito l’affondo “profumo di sinistra”.

VIDEO: NANNI MORETTI SUL PALCO

Finito qui? No, niente affatto. La partita per il Pd infatti comincia ad essere davvero scivolosa. L’uomo di Bettola sa bene che se Grillo sfondasse la barriera del 20% l’accordo con Monti, che scongiurerebbe l’impasse al Senato, potrebbe non bastare. Vendola permettendo, è chiaro, ma quelli sono conti che i partiti faranno ad urne chiuse. Oltretutto non è detto che il risultato di Sel permetta al governatore della Puglia di far il Bertinotti. Per questo gli ultimi colpi di artiglieria sono tutti per il leader del M5S. C’è da tener botta e magari recuperare un po’ del perso lungo la strada dal super favorito alla contesa elettorale: “Grillo è stato sottovalutato ma non da me, è da un bel po’ che denunciavo questa disaffezione della gente”, ribadisce al forum dell’Ansa. E sulla disaffezione alla politica, e quindi sul dilagante consenso verso il voto di protesta: “Noi abbiamo fatto le primarie. Il Pd è stato l'unico a fare un gesto per riavvicinare la gente alla politica”.

Il fatto è che per Bersani la governabilità, a partire da martedì 26 febbraio, è indispensabile. Perché c’è da affrontare una lunga traversata nel deserto. Durante l’incontro all’Ance infatti si è detto “poco convinto” che la crisi abbia le ore contate. La scadenza del 2014 non lo convince: “Nei prossimi mesi – ha continuato Bersani – anche nella dimensione europea una riflessione ci sarà, non so se nella Bce, ma sicuramente nei governi e nel Consiglio”. “Non è irrilevante – ha quindi aggiunto – quello che succede qui da noi. Ora dall’esito di queste elezioni, non è un senatore in più che conta, bisogna vedere che messaggio viene. Se c’è un messaggio che qui c’è incertezza, che c’è antieuropeismo, che c’è gente che vuol fare i numeri, non sarebbe serio, anche per la prospettiva che dicevo”.

Dall’Ance al Teatro Ambra Jovinelli da dove Bersani mosse i primi passi verso la segreteria del Partito Democratico e dove ha voluto chiudere la campagna elettorale 2013. C’è da finire il tour elettorale e da dar mano al candidato alla Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Ma prima delle sue parole un fuori programma: sul palco sale Nanni Moretti. Ma questa non siamo in piazza Navona: “Nonostante lo spot elettorale ‘smacchiamo il giaguaro’ voterò partito democratico. Sarei stato contento se fosse nata una destra europea in Italia e invece sono andati avanti con uno solo al comando. Spero che lunedì festeggeremo la liberazione di 60 milioni di persone ostaggio degli interessi di uno solo”.

La campagna elettorale di Pierluigi Bersani

Finito Moretti, il microfono passa a Bersani che confessa: “Sono piuttosto stanco” anche se “non si vince senza faticare, senza mettere un mattone sull’altro”. La ricetta proposta in quest’ultimissimo metro disponibile passa da due parole indispensabili: “Governare e cambiare. Una possibilità che può tenere viva solo il Pd. Faremo le cose ma con rigore e con quella certezza che chi ha di più deve dare di più. È questa la nostra cifra”. Una marchio popolare, contrario di populista: “Vogliamo guardare la gente all’altezza degli occhi e a volte sentirsi dire quello che non vorresti farti sentirti dire”.

Da qui comincia l’attacco a Grillo: “La politica non è solo prendere applausi. Con Grillo andiamo oltre la Grecia non tra sei mesi, ma domani mattina. Non si può accettare l’uomo solo al comando né in Paese né in un partito perché c’è morta della gente. Qui c’è di mezzo la democrazia, attenzione”. Si rivolge a Grillo ma anche a Berlusconi: “Sulle macerie campano solo i miliardari, gli altri ci rimangono sotto”. Per questo cita il caso di Giuseppe, l’operaio di Trapani che ha scelto di suicidarsi con la Costituzione in mano: “Il lavoro non è solo mangiare ma rappresenta la dignità della persona”.

Finisce prima consegnando simbolicamente l’Oscar della balla a Roberto Maroni per aver pensato di coniare la moneta lombarda: “Io la chiamo il ‘Marone’”. Poi tornando alle origini, al quel giaguaro da smacchiare: “Smacchiare – sorride – è un’operazione piuttosto lunga, non si smacchia in un colpo solo. Dobbiamo lottare contro il vero virus di questo Paese, la personalizzazione della politica. Io la chiamo così perché questo concetto ci spiega il contagio. Questa è la vera critica che ho fatto a Monti quando si è messo in campo”.

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