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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
L'INTERVISTA / De Marzo

"Basta con questa sinistra: ripartire dal basso"

Giuseppe De Marzo, economista, attivista e scrittore, chiede un passo indietro ai vari Vendola, Ferrero, Di Pietro: "Si riparta dalla democrazia partecipativa e dal "caos" di cui si compone il movimento"

La sinistra radicale, quella che ha provato con Rivoluzione civile e Antonio Ingroia a tornare in Parlamento, ha raccolto solo 765mila voti. La sinistra di  Vendola, quella "dell'entrismo" nel centrosinistra, 1milione e 92mila. Il 2,2% di consensi la prima, il 3,2% la seconda. Numeri che denotano una crisi ormai irreversibile di quell'emisfero che si muove a sinistra del Partito democratico.

Giuseppe De Marzo, economista, giornalista, attivista e scrittore (è da pochi giorni in liberia il suo ultimo lavoro, "Anatomia di una rivoluzione"), non ha dubbi: "Se guardiamo ai territori, quella sinistra sociale, 'diffusa', che da oltre un decennio vive e si muove nei comitati e nei movimenti ha deciso chiaramente di votare Grillo o di astenersi". Il motivo è semplice: "La proposta politica di Antonio Ingroia e di Rivoluzione civile è stata ritenuta non credibile". Quella di Sel "limitata e debole, subalterna al Pd".

Partiamo da un primo bilancio del voto. Il nostro focus di analisi: l'arco 'a sinistra del Pd'.

Guardando ai territori, dalla Val di Susa a Niscemi, possiamo osservare che quella sinistra sociale, 'diffusa', presente e attiva nei comitati e nei movimenti ha votato Grillo o non ha votato. Il motivo risiede nella non offerta politica proveniente da sinistra: quella di Rivoluzione civile è stata ritenuta non credibile per il fatto che veniva portata avanti da quegli stessi protagonisti (Ferrero, Diliberto, Bonelli, Di Pietro, ndr) che negli anni passati hanno avuto l'opportunità di cambiare il corso della storia politica italiana, di dar voce a quella fetta di società che - il voto a Grillo lo dimostra - non è affatto minoritaria nel Paese. Il non voto nei confronti di Sel esprime gli stessi limiti strutturali del non voto a Ingroia con una "aggravante": la sinistra di Vendola rimane ancorata a quella del passato, troppo schiacciata su un'accettazione del quadro esistente. Sulle stesse politiche economiche, fiscali, commerciali che in questi anni hanno impoverito i ceti medi e quelli popolari, devastato territori.

La debolezza di Sel è quindi nell'essere troppo 'attaccata' al Pd?

Non solo. Il centro è l'incapacità di sfidare l'attuale sistema che ha prodotto la crisi e di immaginare e costruirne un altro. E' questo, invece, il desiderio di tutti quegli italiani che hanno cercato e votato la proposta di Grillo. Alla base c'è la necessità - e il desiderio - di costruire un immaginario nuovo.

Domanda necessaria: che voto è quello di Grillo?

E' un voto complesso, che non si può semplificare nella sola categoria del "voto di protesta". Il voto a Grillo contiene diversi messaggi: il primo, il più forte, è quello che dovrebbe far scattare la scintilla negli attivisti e nei militanti delle organizzazioni sociali e sindacali. E' un'istanza etica, di moralizzazione della politica, di partecipazione e 'controllo' sui rappresentanti. In poche parole il voto di Grillo è un voto per la democrazia dal basso.

Che elettore è, quindi, quello del Movimento 5 Stelle?

Nel voto 'grillino' c'è il ceto popolare che vive in un blocco sociale impoverito dalla crisi iniziata nel 2007: precari, partite Iva, piccoli imprenditori. Con loro, esodati, pezzi di pubblico impiego, giovani. E' per questo che l'aggettivo che più si addice al voto 'grillino' è: trasversale. Questo, però, non è avvenuto per effetto di una proposta, bensì come riflesso di una crisi che ha prodotto una destrutturazione sociale che ha scomposto le classi. La crisi ha configurato un nuovo blocco sociale. Grillo gli ha dato voce. La sinistra non è stata capace di intercettarlo.

La sinistra non è stata capace o non è più capace di intercettarlo?

Questa sinistra non lo sa più fare: non per incapacità 'congenite' ma perché è cambiato il quadro storico e la prospettiva di riferimento. Oggi per costruire il cambiamento si deve partire da un'analisi: nelle attuali condizioni di crisi e nell'architettura del liberismo possiamo arrivare alla "giustizia sociale" solo nel momento in cui si raggiunge la sostenibilità ecologica. Ma questo impone un ripensamento dei concetti di sostenibilità e di giustizia, paradigmi da ricostruire, oggi catturali sul piano cognitivo dal sistema stesso. Quella che abbiamo davanti è una sfida culturale, entrare nel terzo millennio dalla porta del "buon vivere". In poche parole è una lotta diversa rispetto a quella tracciata dalla sinistra europea.

Come si inizia?

Semplice: con la democrazia partecipativa, che deve essere il motore di questo nuovo percorso. Per accumulare forze sociali in direzione del cambiamento bisogna però cambiare pratiche: va rifiutato l'avanguardismo politico, l'idea di una politica gerarchica e fatta crescere un'organizzazione politica orizzontale.

Per far questo, però, servono nuovi luoghi da praticare e nuove "parole d'ordine".

Il movimento di Grillo ha un difetto: non è un movimento. Un movimento controllato e mobilitato dall'alto ha dei limiti giganteschi. Per loro natura i movimenti devono essere caotici. Non basta l'onestà individuale o proposte importanti ma 'singole' come il reddito di cittadinanza per cambiare rotta. Abbiamo bisogno di una nuova etica non più costruita sull'efficienza economica ma fondata sulla giustizia sociale e ambientale. Per questo non si può più stare "solo" nei luoghi di conflitto, nei luoghi di lavoro o in quelli della contrapposizione ambiente-lavoro. Si deve entrare nelle periferie minate dal patto di stabilità che non consente di investire ad esempio sul trasporto pubblico o sulla scuola. E in questi luoghi si deve costruire una nuova immagine di società, un nuovo dizionario, pensare a una confederazione delle autonomie sociali che possa, salvaguardando autonomia e pluralità, includere le forze sociali per affrontare il nodo della rappresentanza e il tema delle istituzioni.

Cosa ti aspetti dai vari Vendola, Ferrero, Di Pietro ora? E come si dovrà rapportare la "sinistra diffusa" con i cento parlamentari grillini?

Mi auguro che i dirigenti che in questi ultimi venti anni hanno guidato le forze della sinistra italiana, considerando i dati e la realtà, facciano un passo indietro (Ferrero e Di Pietro hanno presentato proprio oggi le loro dimissioni a Prc e Idv, ndr) e consentano a soggetti e figure nuove, a forme politiche nuove, di avanzare. E' questo un passaggio indispensabile per la democrazia. Detto ciò, penso che è proprio tra queste "forme nuove" che siano ascrivibili gli oltre cento deputati del Movimento 5 Stelle con i quali, condividendo alcuni obiettivi di fondo, a partire dal "no" alle grandi opere, si dovrà costruire un'interlocuzione.

Per concludere: un tuo pensiero "libero"

Vorrei rispondere a un'ipotetica domanda 'antipatica': se il "15 ottobre" fosse andato diversamente, una grande adunata di popolo per il cambiamento e non la piazza "degli scontri", Grillo avrebbe preso gli stessi voti? Io sono convinto che il 15 ottobre avrebbe potuto rappresentare un innesco irreversibile per il nostro paese. Quel giorno era in piazza un oceano di cittadini che portavano le loro fortissime istanze dal basso. Le stesse che oggi hanno invaso il Parlamento con Grillo. Da quell'autunno caldo sarebbe potuto nascere un nuovo futuro: era un'insorgenza di democrazia, è diventato uno snodo storico che ha mortificato la possibilità di quella sinistra diffusa e sociale di costruire un grande blocco sociale. Oggi dobbiamo tornare con la memoria a quella data e a quelle 500 mila persone in piazza, incrociarle con il dato del nuovo Parlamento e ripartire con la convinzione che c'è un grande pezzo di cittadinanza del nostro Paese che chiede una sola cosa: un cambiamento. Dal basso.

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