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Martedì, 18 Gennaio 2022
Politiche 2013 Italia

Elezioni 2013: la guerra tra Beppe e Pierluigi e un governo che non c'è

A 48 ore dal voto, un'unica signora governa le vicende italiche: l'incertezza. Sembra sfumare l'ipotesi di un accordo tra democratici e grillini. Ecco perché

Beppe Grillo: “Bersani è uno stalker politico. Da giorni sta importunando il M5S con proposte indecenti invece di dimettersi, come al suo posto farebbe chiunque altro”. Pierluigi Bersani: “Quel che Grillo ha da dirmi, insulti compresi, lo voglio sentire in Parlamento. E lì ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”. Mercoledì 27 febbraio, cronache di un’alleanza impossibile. Sottotitolo: come fare a dar vita ad governo senza Senato.

Ad appena 48 ore dal voto un’unica signora governa le vicende italiche, l’incertezza. Scenari pieni e subito vuoti, e quella strana sensazione che prima o poi il futuro, quello che la politica avrebbe perlomeno il dovere di programmare, si farà largo senza chiedere il permesso a nessuno. Né a Bersani né a Grillo.

FIGURE RETORICHEIl futuro che si prende il presente è una metafora. Un governo di minoranza è un ossimoro. Ma questa è letteratura e qui c’è da far l’Italia. Come? Con “responsabilità”, quella che il segretario del Pd va cercando dai grillini. La ricetta istituzionale di Bersani parte da una sorta di contraddizione in termini: un esecutivo nei fatti senza maggioranza numerica effettiva.

Soluzione politicamente complessa, tecnicamente impossibile. Tra il sogno del futuro premier (?) e la realtà si frappone infatti un ostacolo insuperabile, la Costituzione. La Carta parla chiaro, un governo ha bisogno dei numeri, la maggioranza assoluta alla Camera non basta. Ci vuole anche il semaforo verde del Senato, che nel caso della fiducia avviene per appello nominale con registrazione di voto. Astenersi vuol dire votare contro. Nella sostanza e senza far troppi voli pindarici, l’accordo tra Grillo e Bersani dovrebbe consumarsi alla luce del sole, nei 160 sì di Palazzo Madama. Un gesto chiaro, che non permette di giocare a nascondino. Se infatti al momento del voto la truppa del Movimento 5 Stelle fuoriuscissero dall’aula, Lega e Pdl si appellerebbero al numero legale.

GRILLO – O sì o no, quindi, il ‘ni’ in questo caso non è contemplato. Per la verità il ‘ni’ ad oggi non rientra nell’agenda di Grillo. Dal suo blog il garante del M5S è piombato nel dibattito in corso a suo modo, a piedi pari. Il titolo, che muove dalla Smorfia napoletana, è già tutto un programma: “Bersani, morto che parla”. Poche righe chiarissime, tutte contro il segretario di Bettola: “È riuscito persino a perdere vincendo. Ha superato la buonanima di Waterloo Veltroni. Bersani ha passato gli ultimi mesi a formulare giudizi squisitamente politici, ricordiamoli: ‘Fascisti del web, venite qui a dirci zombie’; ‘Con Grillo finiamo come in Grecia’;’Lenin a Grillo gli fa un baffo’”.

NO ALLA FIDUCIA – Da qui le conclusioni: “Ora questo smacchiatore fallito ha l'arroganza di chiedere il nostro sostegno. Il M5S non darà alcun voto di fiducia al Pd (nè ad altri). Voterà in aula le leggi che rispecchiano il suo programma chiunque sia a proporle. Se Bersani vorrà proporre l'abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio (il M5S ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano), se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione”. Nessuna fiducia e una linea ben definita, l’appoggio all’azione di un eventuale gabinetto Bersani arriverà di volta in volta senza prescindere dalla loro piattaforma programmatica.

Lo scenario disegnato da Grillo stronca nei fatti qualunque ipotesi di dialogo. Con questa impostazione Pd e Sel dovrebbero far suo il grido che ha spopolato nelle piazze durante lo Tsunami Tour. La cosa potrebbe funzionare fino ad un certo punto. Bersani infatti potrebbe strappare un ‘accordicchio’ sull’architettura dello Stato (costi delle politica, dimezzamento parlamentari, Senato federale) ma poi sui temi della finanza pubblica, credito, tasse, quelle riforme strutturali che servono come il pane al Paese, la sintesi in questo orizzonte comune non troverebbe ristoro. Un caso su tutti, il reddito di cittadinanza, vera e propria bandiera dei 5 Stelle. Per Grillo è la strada maestra, per Bersani la via per far la fine della Grecia.

VENDOLA - Un’antitesi che sta nei fatti e che forse potrebbe trovare soluzione solo in un governo di scopo. Poche cose, dalla legge elettorale  all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica; qualche riforma strutturale degli apparati, infine un nuovo voto. Oppure il governissimo. Per adesso più che un strada, una minaccia. Quella che Nichi Vendola, appena uscito da un vertice con Bersani, rivolge proprio a Grillo: “Mi auguro sinceramente che si riuscirà a dare una risposta forte al vento di cambiamento che soffia impetuoso nel Paese. Su questo convincimento ho registrato una condivisione totale con Bersani. Niente governissimo, spero che non sia questo l’auspicio di Grillo”.

DELRIO – A dar man forte a Vendola nel pomeriggio ci ha pensato Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci, uomo di ferro di Renzi, e prima del voto uno tra i papabili ministri: “Bisogna mettere all’ordine del giorno le riforme da fare subito, assumendosi la responsabilità. Il Pd ha la maggioranza alla Camera e quindi l’onere della proposta spetta a noi: dovrà essere un governo che fa 4-5 proposte forti, non un programma straordinario di governo”. Quattro o cinque proposte, le solite e sempre care ai grillini. Ago della bilancia in Parlamento, fondamentale per impedire il governo Pd-Pdl. La verità che Grillo abbia vinto le elezioni sta tutta dentro questo dilemma.

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