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Lunedì, 17 Gennaio 2022
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Elezioni 2013: chi ha vinto, chi ha perso e chi non ha perso

Il centrosinistra va peggio delle attese, ma ha la maggioranza alla Camera. Ingovernabilità al Senato, la rimonta del Cavaliere e lo strapotere grillino: ecco un'analisi del voto

Tra destra e sinistra non metterci il dito. Vero fino ad un certo punto. Anzi vero solo per gli sposini, ormai. Si perché dopo la supplenza tecnica i due blocchi si stanno apparecchiando la tavola per provare a stare insieme anche dentro un contenitore politico nuovo. Possibile o meno, il nodo si scioglierà nei prossimi giorni. Ma prima di parlare del linguaggio della verità che si impossessa della fantapolitica occorre fare un passo indietro e soffermarci sui perché, concentrarsi cioè su chi ha vinto e chi ha perso. La differenza tra questi due stati di fatto (e dell’anima) spesso corre lungo la via dei numeri. Una questione aritmetica, né più e né meno. Un po’ come quello che succede dopo il triplice fischio in una finale dei Mondiali: il regista si butta subito sulla festa per poi staccare improvvisamente sugli sconfitti. Chi corre, chi si abbraccia, chi piange di gioia, chi si accascia e si dispera.

GRILLO – E così, come quel regista, è bene andare a vedere gli sguardi degli interpreti della partita elettorale. A cominciare da chi ha sbancato alle urne, Beppe Grillo. Il blogger genovese non ha vinto il premio delle critica, ha vinto e basta. E pazienza se non governerà, il primato non glielo può togliete nessuno. Primo partito per consenso in Italia, alla Camera ha collezionato ben 8,7 milioni di crocette. Un numero enorme, inaspettato. E dire che la scommessa era se avrebbe o meno oltrepassato il muro del 20% dei consensi. Quel muro l’ha sfondato ed ora è pronto a mandare ben 162 grillini in Parlamento al grido “sono finiti e lo sanno”.

BERLUSCONI – C’è un altro sicuro vincitore della singolar contesa, il Cavaliere. Berlusconi si è confermato una macchina da campagna elettorale forse imbattibile. Dato per morto, dopo il balletto con Alfano al passo del ‘mi candido – non mi candido’, si è buttato a testa bassa nel vortice della propaganda autocandidandosi – da leader – a ministro dell’Economia. Primo caso nella storia repubblicana. Ha portato la coalizione Pdl – Lega al 30% e ora si prepara a ricevere la proposta del centro – sinistra seduto in una poltrona comoda di chi può di dir di no o alzare la posta in palio, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica.

MONTI – Dopo Grillo e Berlusconi, il vuoto; anzi quintali di cenere. A cominciare dalla bocciatura fragorosa del premier uscente, Mario Monti. Ha messo mano ai conti dello Stato, ha imposto il rigore, ha portato la soglia dello spread sotto la quota prefissatasi ad inizio mandato. Ha soccorso la politica e ha inaugurato la stagione delle riforme imposte dall’Europa, le stesse che la politica non ha avuto il coraggio di fare. E il conto degli italiani è stato salatissimo: solo un 10,5% alla Camera, poco meno al Senato. Numericamente, quindi praticamente, fuori dai giochi. Le sue in sostanza sono cifre vuote; ad oggi ininfluenti visto che i suoi 18 senatori terrebbero comunque lontano sia Bersani sia Berlusconi dalla quota della maggioranza assoluta di palazzo Madama. E non potrà sfuggire quanto nell’insuccesso del Professore ci sia una forte spinta antieuropeista. Il punto vero è che la maggioranza degli elettori italiani ha votato contro l'Europa così com’è adesso. Non a caso il candidato più gradito a Bruxelles, Monti, le ha prese di santa ragione.

BERSANI – La coalizione guidata da Pierluigi Bersani ha raggiunto il premio di maggioranza alla Camera per poco più di 124mila voti, un margine traducibile nello 0,36%. E ci è voluto l’aiuto di tutti, compreso lo 0,49% di Bruno Tabacci. La sconfitta di Bersani e del Pd sta tutta nelle cifre. Un collasso. Finite le primarie i sondaggisti davano i democratici sopra il 35%, con il professor D’Alimonte che sulle pagine del Sole 24 Ore si lamentava del mancato (vero) ticket Bersani-Renzi che avrebbe fatto schizzare il partito sopra la soglia del 40%. Da una nuova Dc ad un misero 25%, seconda forza dopo Grillo. E con quel premio di maggioranza che costringerà gli uomini di via del Nazareno a chieder aiuto o a Berlusconi o al Movimento 5 Stelle. La politica del giaguaro non ha bucato, anzi. Troppo grosso lo scandalo Mps, troppo tenera la difesa. E quel concetto, l’Italia giusta che non ha intercettato la rabbia che pian piano si è andata incanalando nelle piazze piene di Grillo. I conti delle débâcle sono tutti lì.

RENZI – La lista degli sconfitti comunque è lunghissima. Spazzato via Fini e Fli, inchiodato in un misero 0,46%; batosta per Ingroia che non entrerà in Parlamento. Si salvano dalla slavina Casini e Vendola, che nella frana dei consensi almeno entreranno in Parlamento con una manciatina dei suoi. E in tutto questo c’è chi ha perso ma non ha perso per davvero. Si tratta di Matteo Renzi . Ieri non ha emesso un fiato, per lui ha parlato la rete. Un fiume in piena: tutti con il sindaco di Firenze, tutti in cerca del nuovo salvatore. Se Bersani cederà il passo, il sindaco ci proverà, questo è chiaro. Ma questa volta sarà la sinistra a chiedergli aiuto senza troppe defezioni. E se Bersani non dovesse trovare la quadra sui numeri al Senato il giro di giostra per il ‘rottamatore’ potrebbe arrivare prima del previsto. E c’è già chi scommette stia già facendo il pieno al camper.

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