L'ombra dell'astensione sulle elezioni

Gli ultimi sondaggi prevedevano un calo dell'affluenza fra il 5% e l'8%, ma il timore è che il numero possa lievitare. A 'disertare' sono soprattutto gli under 25.  Nel 2013 votarono il 75% degli aventi diritto

L'allestimento dei seggi (FOTO ANSA)

Mentre 46 milioni di italiani sono attesi alle urne per le elezioni politiche 2018, un quesito torna a galla, come succede ad ogni votazione: quanti saranno gli astenuti?  Che peso potranno esercitare sui risultati delle elezioni per il nuovo Parlamento? I sondaggisti si sono interrogati (e hanno interrogato i “campioni” da intervistare), le forze politiche in lizza se li sono contesi e fino all’ultimo minuto della campagna elettorale hanno moltiplicato gli appelli agli indecisi e ai delusi dalla politica. Fino a quando è stato possibile pubblicare sondaggi, le previsioni degli esperti proiettavano unanimemente sul voto del 4 marzo un calo fra il 5 e l’8 per cento dell’affluenza, rispetto al 75% del 2013. E una fuga dai seggi fino al 50 per cento per quanto riguarda la fascia degli elettori under 25.

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Il partito dell'astensione

 Stavolta, il “partito dell’astensione” potrebbe risultare il vero vincitore delle elezioni, visto che nessun singolo partito è pronosticato oltre il 30 per cento dei consensi: e se si sommassero le schede bianche e nulle al numero di quanti diserteranno le urne, probabilmente lo sarebbe anche con un buon margine. Col risultato che il possibile “hung Parliament”, Parlamento appeso secondo la definizione anglosassone di un risultato senza una maggioranza chiara, risulterebbe ancor più delegittimato. Indebolendo anche l’ipotetico “governo del presidente” o di più o meno larghe intese che dovesse scaturire dalle consultazioni. In realtà il fattore astensione è un problema relativamente recente della politica italiana. Gli elettori hanno votato in massa e con costanza fino agli anni 70 del ‘900. 

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I precedenti

Qualche esempio: il 18 aprile del 1948, data della definitiva ratifica dell’appartenenza dell’Italia al campo “occidentale”, la percentuale dei votanti per la Camera fu il 92,23 per cento. Nel 1976, anno dell’annunciato ma alla fine mancato sorpasso del Pci ai danni della Dc, il picco del 93,39. Il resto è tutta una discesa: dall’88.01 del 1983, all’86,31 del 1994, anno dell’esordio di un politico (per l’epoca) di tipo nuovo, Silvio Berlusconi, fino al 75,2 per cento del 2013. Ma le avvisaglie di una rottura molto più profonda fra l’elettorato e le proposte politiche in campo sono arrivate in occasione di qualche consultazione d’altro genere. In particolare, nelle elezioni europee del 2014, quelle del Pd al 40 per cento, l’asticella dell’affluenza si è arrestata al 58,69 per cento, con punte di disinteresse massimo nelle isole, dove sono più gli elettori rimasti a casa di quelli che sono andati a votare (42 su cento). E perfino nella rossa Emilia Romagna, in zone dove ancora nel 2004, per le non troppo sentite europee, si recava al seggio l’80 per cento degli elettori, nel 2014 si è scesi sotto il 70. Un tempo si diceva che l’astensionismo punisse in particolare la sinistra, meno radicata nel governo e nel sottogoverno e quindi bisognosa di voti ideali, di opinione.  Il caso del 2014 dimostra che oggi invece il voto del centrosinistra, che ha governato a lungo livello nazionale e locale nell’ultimo ventennio e che è storicamente legato a corpi intermedi come sindacati, cooperative e associazioni imprenditoriali, si può anche avvantaggiare della diserzione dei più volatili consensi del centrodestra, legati alle fortune e ai rovesci di Silvio Berlusconi. 

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I 5 stelle

E soprattutto del Movimento 5 stelle, che da quando è nato è rimasto soprattutto un movimento di opinione, avendo rifiutato, e in qualche caso fallito, i tentativi di organizzarsi in modo più strutturato sul territorio. Ma che stavolta, con l’apertura ai candidati “esterni”, ha cercato di ovviare proprio a questa debolezza. In ogni caso, il dettato costituzionale è sempre meno sentito: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”, recita la Costituzione all’articolo 48. In realtà, l’Italia è già passata un quarto di secolo fa dal dovere al diritto di voto: e lo ha fatto con il cosiddetto Mattarellum del 1993, la prima legge prevalentemente maggioritaria della storia repubblicana, che deve il suo nome al relatore, l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Legge che ha sostituito il riferimento al “dovere del voto” con quello al “diritto di voto”, abolendo anche la sanzione dell’iscrizione nel certificato di buona condotta per chi non si fosse recato “senza giustificato motivo” alle urne. Che stavolta, quindi, potrà legittimamente restare a casa e rivendicare di aver vinto le elezioni.

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