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Sabato, 1 Ottobre 2022
Verso il voto

Elezioni: qual è la vera paura di Meloni e cosa sta succedendo con Salvini

Perché il cambio di strategia comunicativa quando tutti i sondaggi la spingono verso Palazzo Chigi? Si fa strada la convinzione che più sarà bassa la percentuale alle urne del Carroccio, tanto più l'ex ministro dell'Interno avrà poco spazio per destabilizzare gli equilibri da un minuto dopo i primi exit poll

Uno dei principali "problemi" di Giorgia Meloni in questi ultimi giorni di campagna elettorale sembra avere nome e cognome precisi: Matteo Salvini. Il leader leghista sembra poco propenso ad accettare la leadership di Fratelli d'Italia, fair play a parte. Proprio tenere sotto controllo il capo della Lega, e sottrargli quanti più voti possibile, è dunque l’imperativo della rivale di coalizione. Si fa strada la convinzione, nel primo partito secondo i sondaggi, che più sarà bassa la percentuale alle urne del Carroccio (magari intorno o addirittura sotto al 10 per cento) tanto più l'ex ministro dell'Interno avrà poco spazio per destabilizzare i futuri equilibri.

Cosa succede tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini

Si intravede dunque in questi giorni una certa qual modifica del tono dei messaggi di Giorgia Meloni, che cerca di spingere verso FdI i voti in uscita dalla Lega. La maschera istituzionale e moderata delle prime settimane di campagna sembra lasciare spazio a quella più aggressiva. Una strategia che ha due obiettivi tra loro connessi. Rafforzare il suo partito e non indebolire il suo campo (ovvero fare in modo che i voti in uscita dalla Lega restino nell'alveo del centrodestra).  Così si spiegano ad esempio le parole sulla "sovranità europea da ridiscutere" e gli attacchi al ministro dell'Interno Lamorgese evocando complotti vari per le deboli contestazioni in piazza. 

"È normale che Giorgia si arrabbi - commenta Francesco Lollobrigida, capogruppo del partito alla Camera - le danno della p…, la insultano. Ormai ci sono costantemente provocazioni ai nostri comizi. Roba organizzata, non è il singolo che urla. Ma questo rischia di provocare reazioni e ha ragione Giorgia a ringraziare i nostri militanti che non sono caduti nella trappola. Ma si rischia che le cose degenerino…". La pensa allo stesso modo il fido consigliere Guido Crosetto: "Stanno creando delle condizioni perché i nemici a sinistra e a destra di Giorgia Meloni si incontrino magari a un comizio e gli regalino qualche scontro che poi viene appiccicato a lei. Ha ragione Giorgia, per lei è schifoso che vengano a provocare nella speranza che scoppi qualche tafferuglio e qualcuno si faccia male. Io provo noia, scoramento: così non saremo mai un Paese normale". Crosetto sulla Stampa evoca anche imprecisate possibili incursioni "dall'esterno" sulla campagna elettorale: "È una preoccupazione che nasce da ciò che abbiamo visto normalmente in Italia, la prassi degli ultimi vent'anni: prima hanno tirato fuori il pericolo fascista, poi il tentativo di provocare ai comizi, gli assalti ai banchetti, quindi i dossier che arrivano dall'estero… Un pot-pourri che nulla a che fare con i programmi, le ricette per il Paese".

Il timore è una vittoria elettorale meno ampia di quanto dicano i sondaggi

Dopo mesi di sforzi per accreditarsi ovunque come credibile, affidabile, potenziale premier, tutt'altro che "estremista", ora a destra temono non ben precisate operazioni  per fiaccare una possibile vittoria elettorale sì preannunciata dai sondaggi, ma dalle dimensioni difficili da prevedere. Ha sorpreso molti osservatori il nervosismo evidente nel video che Giorgia Meloni ha pubblicato sui suoi canali social per "denunciare" le continue contestazioni (tra l'altro del tutto pacifiche) ai suoi comizi: chiede al Viminale di sapere "come funziona la gestione dell'ordine pubblico". Ma ancora più sorprendente è che nel mirino ci finisca pure Mario Draghi, a cui non risparmia velate critiche per il suo invito a scegliere come alleati i Paesi che più aiutano a proteggere gli interessi tricolori, ovvero i partner storici come Berlino e Parigi: "Penso che questa non sia una dichiarazione europeista, quando dici ai 27 Stati membri che sei amico di due Stati, gli altri 24 come la prendono? L'idea dell'Europa di serie A e quella di serie B non è proprio europeista".

Meloni non dice mai che l'eventuale governo di centrodestra da lei guidato potrebbe fare asse con il cosiddetto gruppo di Visegrad, che annovera Polonia e Ungheria. La leader di FdI dice però che "l’Italia andrà a Bruxelles a testa alta per difendere il suo interesse nazionale", e qualsiasi cosa voglia dire, risuonano le parole di qualche giorno fa del vice-presidente della commissione Ue Frans Timmermans, secondo cui la destra italiana "fa paura". Il timore che si fa strada, la vera preoccupazione di Giorgia Meloni, è trovarsi con una partenza di legislatura in salita, tra governi e media internazionali che fanno da sponda "alla sinistra" (con sinistra Meloni intende tutto ciò che non è destra) e che mettano ostacoli quotidiani sul percorso del governo. Di qui le accuse, apparse fuori scala, su "ingerenze", presunte incursioni "esterne" e "provocazioni ai comizi".

La leader in nuce del centrodestra afferma anche che "in nessuna democrazia l’unica opposizione è oggetto di sistematici attacchi da parte di ministri, cariche istituzionali e grandi media". Non sembrano dichiarazioni di chi si sente a cinque-sei giorni dalla vittoria che può segnare il picco della sua carriera politica. Perché questo cambio di strategia comunicativa quando tutti i sondaggi, nessuno escluso, la spingono verso Palazzo Chigi? Autorevoli osservatori invitano a non andare troppo in là nelle analisi. C'è forse, semplicemente, da una parte la necessità di galvanizzare il suo elettorato nel rush finale, per spingere magari ancora più su, oltre il 25 per cento, il consenso. Ma c'è anche, inevitabilmente, la preoccupazione perché oltre ai problemi da affrontare subito in caso di vittoria elettorale, il fuoco amico può indebolire Meloni già da un secondo dopo i primi exit poll di domenica sera. Meloni stessa ha detto che Salvini dedica più tempo a criticare lei che non gli avversari. E non sono passati inosservati nemmeno gli accenni di Silvio Berlusconi allo scarso europeismo di FdI e Lega per marcare una distanza dai suoi alleati.

La consapevolezza che FdI dovrà fare i conti non solo con "cariche istituzionali e grandi media" ma anche con le fibrillazioni della sua coalizione, si fa strada. Anzi, è quasi una certezza. L'incubo è che l'ampiezza dei problemi oggettivi che dovrà affrontare il nuovo esecutivo, se mixato a quotidiani attacchi da "fuoco amico", possano essere mazzate sul consenso verso Meloni già da lunedì prossimo in poi.

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Giorgia Meloni secondo il Financial Times

Le tante facce della Meloni sono argomento che trova spazio anche sulla stampa internazionale. "Chi è la vera Giorgia Meloni? Una sobillatrice di estrema destra, una conservatrice che difende i valori della famiglia, un convinto difensore dell'Ucraina o una minaccia per l'Unione Europea in uno dei suoi momenti più cruciali?". E' quanto si è chiesto in un articolo il Financial Times, che ha sottolineato come la leader di Fratelli d'Italia sia abile "nel presentare volti diversi, in patria e all'estero", nella sua scalata verso la carica di primo premier donna d'Italia se, come previsto, le elezioni generali di domenica determineranno la vittoria della coalizione di destra guidata dal suo partito.

Nella vasta platea di personaggi definiti "poco attraenti" della destra della politica italiana, prosegue il quotidiano economico britannico, "il meglio che si può dire di Meloni è che non è Matteo Salvini della Lega, la cui stella è svanita con l'ascesa di quella della leader di FdI e ora ne è compagno di coalizione.
Fortunatamente per Bruxelles, che deve presentare un fronte unito contro la guerra della Russia in Ucraina e gestire anche l'impennata dei prezzi dell'energia, non condivide le sue opinioni filo-Cremlino (entrambi hanno attenuato il loro euroscetticismo, aiutati da un fondo di salvataggio dell'Ue per il coronavirus da 200 miliardi di euro). Né è assalita dai precedenti dubbi di Silvio Berlusconi, con cui è stata al governo e il cui partito Forza Italia sostiene la coalizione".

Tuttavia, prosegue il Financial Times, "permangono gravi riserve su Meloni, in particolare perché un'ondata di partiti di estrema destra sta vivendo una preoccupante rinascita in tutta Europa. Si definisce una conservatrice di centrodestra, ma ha rifiutato di rinnegare le radici del suo partito, la cui bandiera porta ancora la fiamma fascista". Meloni ha sostenuto i blocchi navali per impedire ai migranti di raggiungere l'Italia dal Nord Africa e, sottolinea ancora il quotidiano della City, è a favore delle famiglie tradizionali e contro le "lobby Lgbt". Dal canto suo, Meloni ha strategicamente presentato un volto più moderato durante la campagna elettorale, dove la preoccupazione principale degli elettori è la crisi del costo della vita e il caro bollette, non l'immigrazione. Parte del suo fascino popolare, al di là del suo stile schietto, è che è percepita come una novità. A differenza dell'alleato Salvini, si è rifiutata risolutamente di entrare nel governo di unità nazionale di Mario Draghi, premier uscente ed ex presidente della Banca centrale europea.

Il rovescio della medaglia - avverte il Ft - è la sua inesperienza in un momento in cui la credibilità dell'Italia sia a Bruxelles che nei mercati finanziari è cruciale. Draghi è stato in grado di negoziare il pacchetto di salvataggio dell'Italia da 200 miliardi di euro, ma è subordinato alla riforma, così come lo sarebbe il nuovo schema di acquisto di obbligazioni della Bce per contenere gli oneri finanziari dei Paesi fortemente indebitati, come l'Italia. Meloni sembra consapevole del fatto che il suo successo è legato alla stabilità economica dell'Italia e ha sostenuto la responsabilità fiscale, almeno per ora. Molto dipenderà dalla sua scelta del ministro dell'Economia - ruolo spesso ricoperto da un tecnico - così come da quelle agli Esteri e all'Energia. Il quotidiano britannico, tuttavia, osserva come "malgrado la competenza di Draghi, l'Italia non potrà essere governata per sempre da tecnocrati. Bruxelles dovrebbe incoraggiare questo passo democratico, per quanto sfumato. Evitare un governo Meloni, con tutte le sue posizioni illiberali, non farebbe altro che spingerlo verso gli angoli più bui del nazionalismo condiviso dall'Ungheria di Viktor Orban". Presto, conclude l'editoriale, si scoprirà "chi è veramente Meloni. Gli italiani, e l'Ue, devono sperare che la sua maschera relativamente più moderata non cada", conclude l'articolo.

"Noi non votiamo", ritratto del primo partito italiano

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