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Giovedì, 29 Febbraio 2024

Stefano Pagliarini

Responsabile redazione

Se Letta è femminista ma archivia le quote rosa

Cosa c'è di più sconfortante di un politico che si erge a difensore di certi diritti, lasciando gli interlocutori col dubbio della sua sincerità? Quanto è imbarazzante ascoltare qualcuno e maturare il dubbio che, in fondo, non ci creda nemmeno lui a quello che dice, che certi proclami siano dettati dall'opportunistico calcolo e non dalla convinzione. Li ascoltiamo e non proviamo nulla perché non ci crediamo più. E non ci crediamo più perché vediamo costanti giravolte. 

Ci cascano in tanti. C'è anche chi ne ha fatto una strategia. C'è cascato anche Enrico Letta, uno dei leader politici che più di chiunque altro riesce a presentarsi con serietà. Quando parla, lo fa con calma, seguendo ragionamenti, in tv guarda sempre in camera, riesce a far passare un’immagine intellettuale e matura. L’esperienza da professore universitario lo ha temprato, rendendolo perfetto per la televisione e meno per i comizi di piazza. Ci è finito anche lui in un cul de sac quando ha detto che "è molto meglio un uomo premier che porta avanti politiche femministe” rispetto a "Giorgia Meloni e il suo partito” che “hanno portato sempre avanti politiche maschiliste".

Ma quando il segretario Pd sostiene che una donna, in un ruolo storicamente ad appannaggio degli uomini, non va più bene perché deve anche avere la patente di femminista, si sente lo schiocco del cortocircuito ideologico. Fino a ieri il Partito democratico era il più grande sostenitore delle quote rosa, cioè di quelle leggi che impongono una percentuale minima di presenza femminile nelle liste elettorali come anche all'interno di alcuni uffici pubblici e privati. Ma le quote rosa non hanno mai avuto l’obiettivo di selezionare donne con un determinato background culturale. Al netto del femminismo, hanno sempre avuto l’obiettivo di aumentare la presenza del genere femminile in quanto tale. E allora perché non andrebbe bene Giorgia Meloni presidente del Consiglio? 

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La verità è che le quote rosa sono servite come incentivo alla partecipazione femminile nella politica e non sono mai state utili a portare le istanze femministe e femminili nella politica. Se Letta dice il vero sull'avversaria, con le sue parole certifica non tanto il fallimento delle quote rosa quanto la loro irrilevanza nel contrastare e abbattere la cultura patriarcale. Una donna si può anche candidare in politica ma, se nella vita privata si fa una risata insieme agli amici uomini mentre questi si esprimono con turpiloquio parlando di altre donne, non si va lontano.

Se è meglio un uomo femminista, allora si porti in politica il femminismo e non le donne in quanto donne. Ascoltiamo le donne sì ma quelle che sanno cosa significa essere vittime della dominazione maschile. Ascoltiamo quelle e solo quelle. Potremmo imparare molto sui nostri sbagli e su ciò che significa essere violenti con una donna. Così torna alla memoria il giorno in cui, da neo segretario, Letta aveva sostituito due uomini capigruppo alla Camera e al Senato (Andrea Marcucci e Graziano Delrio) con due donne (Simona Malpezzi e Debora Serracchiani). Sorge il dubbio che quella scelta fosse dettata da opportunismo. A meno che Malpezzi e Serracchiani non siano state preferite perché più femministe. Se così fosse, Letta si era scordato di spiegarcelo. 
 

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