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Sabato, 22 Gennaio 2022
Elezioni Firenze

IL PUNTO - Renzi in campo per il segretario: "Non ci sono renziani e bersaniani"

Dopo lo scontro alle primarie, patto tra l'uomo nuovo della politica italiana e il leader democratico: da Firenze nasce il Pd 2.0

Camicia bianca, maniche arrotolate, cravatta scura. Quando sul palco dell’Obihall di Firenze prende la parola Matteo Renzi per un attimo il tempo sembra essere tornato indietro di due mesi, ai giorni delle primarie. La sensazione dura solo un istante. Al suo fianco infatti, seduto, c’è Pierluigi Bersani, colui che ha sospeso pro tempore la corsa del sindaco fiorentino alla guida del Paese. E se in sala qualche tifoso non l’ha capito, per chi applaude ‘troppo forte’, ci pensa il ‘rottamatore’ a ricordarglielo: “Non siamo qui per la rivincita”.

Palco essenziale su cui campeggia la scritta ‘L’Italia Giusta’. C’è la musica, anche se il volume non è di quelli da Big Bang. Coldplay, Pausini, Sting. E mentre c'è chi inganna l’attesa canticchiando in prima fila cominciano ad accomodarsi i bersaniani di ferro, compreso Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana. E non mancano i Renzi Boys. Quelli che quando i due leader del Pd sono in procinto di fare il loro ingresso esclamano: “Stanno arrivando. Bersani è in macchina con Matteo”. Matteo, qui va di moda il nome proprio. Volumi più bassi e bandiere: solo stemmi del Pd, quelli che Renzi non ha mai appeso nella sua campagna elettorale.

Inizia lo spettacolo. Va in scena la dimostrazione plastica di un partito unito più che mai. E c’è subito chi ha voglia di scherzare: “Guardali, sembrano due sposini”. Pacche sulle spalle, ‘Inno’ della Nannini, centinaia di foto. Renzi appare tranquillo, rilassato, sorride. Eppure sa di giocarsi molto, forse più che per la sfida al vertice. In autunno lo aveva ripetuto fino allo sfinimento: “Non diventerò mai come loro”. Quello che senza troppi giri di parole gli augura Oscar Giannino quando gli manda a dire di “non omologarsi”.

LEALTA’ – Nonostante questo si è messo a disposizione della squadra guidata da un mister che fino al due dicembre era tratteggiato come un catenacciaro. Proprio lui che avrebbe voluto essere il Guardiola della politica italiana. C’è da dar mano, per avere le carte in regola poi per guidare il Pd; ma c’è anche da preservare l’elemento di rottura, per non perdere il suo bacino di consenso. Così la lealtà, in quest’ottica, diventa un elemento di discontinuità con la vecchia politica. Quindi rottamazione: “In Italia ci si stupisce se dopo una confronto duro e serrato c’è la correttezza di dire ‘ha vinto lui, gli dò la mano’. Dobbiamo abituare pedagogicamente il Paese. Costa fatica dal punto di vista dell’orgoglio ma non abbiamo fatto una grande battaglia politica per continuare a fare gli scontri dopo. Quando i cittadini scelgono non si utilizzano poi gli schieramenti per fare una guerriglia costante che indebolisce le istituzioni e gli schieramenti. Noi siamo abituati alla lealtà, abitueremo anche gli altri”. E ancora: “Non ci sono bersaniani e renziani. C’è il Pd e non siamo qui per contarci. Il Pd è tutti, non delle correnti dobbiamo dire con grande franchezza che l’Italia giusta ha bisogno di ognuno di noi. Noi oggi siamo qui per dire che Firenze vuole contribuire all'Italia giusta”.

Una volta sgomberato campo e pensieri ai suoi, si mette a fare quello che sa far meglio: il procacciatore di voti. Così attacca Berlusconi, Monti, Fini. Si frena solo quando fa un brevissimo accenno sulla vicenda Monte dei Paschi. Lì il terreno è minato e il Renzi pensiero potrebbe far più male che bene. Così si limita ad un’unica considerazione: “L’Italia giusta si aspetta un governo che sia capace di un rinnovato rapporto tra finanza e politica, e di questo parlerà Bersani”. Lascia la patata bollente al ‘capo mastro’.

Continua l'intervento con un classico del suo repertorio: le suggestioni. Nei maxischermi le immagini di Firenze; ogni scatto uno spunto di governo. Così la Torre di Arnolfo, che si erge sopra Palazzo Vecchio, rappresenta il simbolo delle politiche culturali 2.0. Balotelli, che a fine partita abbraccia la madre dopo la doppietta alla Germania negli ultimi Europei, si trasforma nella necessità di dare cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia.

Chiude regalando a Bersani il marzocco, il leone simbolo del potere popolare nella Repubblica fiorentina: “È un simbolo di libertà. Non so se con questo leone sbranerà qualcuno, ma sicuramente porterà i valori dell’Italia giusta al governo”. Prima di scendere dal palco ha il tempo di rivolgersi a chi a creduto in lui. Così rispolvera un frase di Thoreau: “Se avete costruito castelli in aria, il vostro lavoro non sarà sprecato: è quello il posto in cui devono stare. E adesso metteteci sotto le fondamenta”. Come dire, al di là del caffè pomeridiano con il candidato premier in Clemente VII –  la stanza del sindaco in Palazzo Vecchio –, al di là della campagna elettorale, è pronto a rimettersi in maniche di camicia.

RENZI - BALOTELLI

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