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Sabato, 21 Maggio 2022
Elezioni Italia

Elezioni 2013: a decidere le sorti del Paese sarà la Lombardia

La scalata di Monti verso Palazzo Chigi passa da Milano e da una legislatura bloccata. Albertini sembra essere il nome giusto per far pendere l'ago della bilancia dalla parte del Professore

Qualche mese fa, nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, montò il caso dell’Ohio. Per tutti i politologi il vero ago della bilancia nella sfida tra Obama – Romney. La storia poi ci ha detto che la ‘faccenda’ era sovrastimata. Più che un fatto, un tormentone. La storia tuttavia, almeno nelle premesse, tende a ripetersi. Cosa che non sempre accade nelle conclusioni. E così anche in casa nostra, nelle politiche di fine febbraio, avremo il nostro ‘affaire Ohio’: il voto in Lombardia.

La politica è fatta di numeri, senza non si governa. E la Lombardia ha tanti seggi da assegnare. Tanti ed in forse. Così capita che la legge elettorale introduca le forze politiche in un vortice matematico che fa e farà da sfondo alla partita sulla governabilità. Al Senato, non alla Camera. Lì i conti, almeno per quel che riguarda la coalizione guidata da Bersani tornano. In Lombardia, come nel resto d’Italia. Stando ai sondaggi, il patto tra Pd e Sel dovrebbe riuscire ad ottenere, vuoi per il consenso, vuoi per il premio di maggioranza, un’ampia maggioranza alla Camera. Ma la nostra è una repubblica parlamentare fondata su un bicameralismo perfetto. Come dire, non basta una gamba per tenerla in piedi. Così per governare il Paese servo almeno 158 seggi anche al Senato. E di poltrone la Lombardia ne porta ben 49: 27 al vincitore, 12 allo sconfitto. È possibile che chi si prenda la regione si prenda il Senato.

ALBERTINI – E qui la cosa si complica. Perché i sondaggi, a cominciare da quello dell’Ipsos pubblicato nelle pagine del Sole 24 Ore, attestano sia il centro-sinistra (Pd-Sel) che il centro-destra (Pdl-Lega-Destra) al 32,5% dei consensi. Pari. Segue, ma distaccata, la Lista Monti che si ferma a poco oltre il 16%. Terzo ma decisivo. Potrebbe essere proprio Monti, il premier del rigore, a sparigliare le carte e decretare l’ingovernabilità della legislatura che verrà. Monti e l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini. Il professore scegliendo Albertini come porta bandiera della sua agenda, uomo di peso e di voti (molti) in terra lombarda, ha portato scompiglio e chiaramente polemiche.

Un doppio salto mortale dagli esiti incerti e che potrebbe venir buono al presidente del consiglio uscente. Una delle ipotesi più accreditate infatti racconta dell’ex sindaco di Milano che andrà a rubacchiare voti proprio a Bersani, quel tanto che basterebbe per consegnare la Lombardia a Berlusconi e alla Lega. Risultato? Pd e Sel non avrebbero la maggioranza al Senato. Ed allora sì che il peso dei centristi in ottica governabilità diventerebbe decisivo. In pratica per arrivare a Palazzo Chigi Bersani e Vendola si dovrebbero mettere a sedere con Monti, Fini, Casini e Montezemolo.

La strategia è ardita e non è detto che funzioni. Anche perché ci sarebbe da dare troppe pennellate di bianco per andare d’amore e d’accordo. Se per Monti infatti Bersani dovrebbe “silenziare” Vendola e Fassina, per il governatore della Puglia l’ex commissario dell’Unione Europea è un “massone”. Dialogo impossibile? Stando ai fatti e alle dichiarazioni sembrerebbe di sì. Se tuttavia si rovescia la questione sul piano dei numeri, quella che può sembrare l’emblema della fantapolitica comincia, anche se da lontano, a tratteggiarsi del reale. Sette, dieci seggi sicuri al senato permetterebbero a Bersani e alla coalizione Italia Bene Comune di fare sogni tranquilli. Ma anche in questo caso c’è da fare i conti, non tanto con le cifre ma con le cariche. Un conto è fare il ministro, un altro quello del direttore d’orchestra, e Monti non pare proteso a fare il primo violino di un’orchestra ‘governata’ da Bersani. Per Monti il podio, o niente.  Un niente che potrebbe arrivare da Bersani, che ha già sguinzagliato Renzi contro un Monti “demagogo”. C’è solo da attendere. È chiaro che se Albertini dovesse fare lo scherzo di Carnevale meno simpatico della storia repubblicana, e la sinistra e Monti non dovessero trovare la quadra, l’impasse istituzionale si farebbe minaccioso. E in un attimo tornerebbero di moda i governi tecnici, le grandi coalizioni e forse nuove elezioni.

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