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Lunedì, 24 Gennaio 2022
ELEZIONI

Dalla presidenza della Camera ai giardini pubblici: Fini come Bertinotti?

I sondaggi vedono Fli sotto la soglia di sbarramento del 2% per i partiti che alla Camera corrono in coalizione. Casini perde colpi e ora è a un passo dallo scendere anche lui sotto la soglia. Il che significherebbe la non rielezione per Gianfranco Fini che potrebbe ripercorre la parabola di Bertinotti

Non sarà che fare il presidente della Camera porti ‘sfiga’? Come ebbe a dire Moretti in ‘Sogni D’Oro’, “lei pensa che un bracciante lucano, un pastore abruzzese, dopo una giornata di lavoro abbiano voglia” di rispondere a questa domanda?

Qui la cosa si fa un po’ retorica e chissà se ancora esistono i braccianti lucani o i pastori abruzzesi. Ma il punto è un altro. C’è uno strano destino, un sadico parallelismo, che potrebbe accumunare gli ultimi due titolari della terza carica dello Stato, Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini: la pensione. Il leader di Fli infatti, per dirla con un po’ di romanticismo, potrebbe ripercorrere lo stesso viale del tramonto calpestato 4 anni fa dal segretario storico di Rifondazione Comunista. Detta in altra maniera, meno infiocchettata, rischia di rimanere con il cerino in mano.

BERTINOTTI – Questa storia piena di similitudini nasce nel 2008, poche ore dopo i risultati delle politiche del 13 e 14 febbraio. All’epoca Bertinotti, da presidente uscente della Camera, si era presentato come candidato premier di Sinistra Arcobaleno. Una coalizione che metteva sotto lo stesso tetto Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica. Questa sorta di Ati della sinistra radicale non bucò il cuore degli elettori. Più che un buco fece un tonfo: ferma sotto il 4% imposto dalla legge elettorale come limite minimo per varcare la soglia del Parlamento, si disintegro nel nascere. ‘Muoia Sansone con tutti i Filistei’ e coalizione fuori gara, con Bertinotti che onorò l’impegno preso durante la campagna elettorale: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta. Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia”.

FINI – La sorte a volte è beffarda. Stessa carica, storia opposta ma comune. Forse. Si perché Fini è vicino, vicinissimo a ricalcare le gesta funeste del compagno Bertinotti. A dirlo sono i numeri, quelli che ad oggi sbarrerebbero la strada della XVII legislatura a colui che fu il delfino di Giorgio Almirante. Stando ai sondaggi infatti ‘Futuro e Libertà per l’Italia’ rischia di rimanere attaccato al palo. La legge elettorale prevede due soglie di sbarramento: la prima, del 4%, per la lista; la seconda, del 2%, per i partiti che corrono in coalizione. Fini corre a braccetto con Monti ma la sua lista non sfonda. Il partito infatti si sta attestando all’interno di una forbice che va dall’1 all’1,7%. Di poco ma sotto soglia. Tutta ‘colpa’ di Mario Monti, del suo nuovo ‘grande’ centro e della decisione di correre con liste separate, anche se in coalizione, alla Camera.

CASINI IL GUASTAFESTE – Ora la cosa si fa un po’ spinosa e tecnica e per capire meglio è necessario addentraci nei meandri della legge elettorale firmata dall’allora Ministro per le Riforme, Roberto Calderoli. La legge ‘porcellum’ da “porcata” come la definì lo stesso Calderoli. Nel testo la questione soglie è un po’ ballerina: il 2% in coalizione non è un limite infrangibile. Si può andar sotto ed essere ripescati a patto che il partito sia all’interno della coalizione e sia il primo al di sotto della percentuale di sbarramento. Fini, secondo l’ultimo sondaggio di Renato Mannheimer, è all’1,7%: primo degli esclusi. Quindi salvo. Tutto bene se non fosse che Casini, suo ‘cugino’ più stretto – politicamente parlando – è sempre più sottotono. L’Udc infatti è dato pericolosamente vicino al 2% (dal 2 al 2,7%). Se malauguratamente (malauguratamente per Fini), Casini dovesse scendere ancora, all’attuale presidente della Camera si profilerebbe la filosofia del giro a vuoto. Giù per terra mentre i suoi amici fanno il giro della giostra. Da numero uno di Montecitorio a pensionato della politica, così come fu per Bertinotti. Bocce, carte e giardinetti? Ai posteri l’ardua sentenza…

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