Mercoledì, 19 Maggio 2021

Ius soli e alleanza con Conte e il M5s: cosa vuole fare Enrico Letta da segretario del Pd

La proposta di ieri rivela la sua intenzione di essere l'anti-Salvini. Mentre lo spazio politico più promettente sembra quello dell'alleanza con i grillini. Ma c'è un problema da risolvere nella svolta "ulivista" del neosegretario. Ovvero la sopravvivenza politica del partito di fronte all'offensiva degli alleati

"Credo che sarebbe una buona cosa se il governo Draghi, il governo del tutti insieme, sia quello di una normativa sullo Ius Soli": durante l'intervento all'assemblea del Partito Democratico che lo ha successivamente eletto segretario con 860 voti favorevoli e due contrari Enrico Letta ha scelto uno dei temi più sensibili per lanciare la sfida a Matteo Salvini: quello della legge sulla cittadinanza ai minori figli di stranieri che non è stata approvata durante la scorsa legislatura quando al governo c'era proprio il centrosinistra. 

Ius soli e alleanza del Pd con Conte e il M5s: come Enrico Letta vuole diventare l'anti-Salvini

Proprio per questo pare difficile che si raggiunga l'obiettivo in questa, dove c'è una maggioranza di partiti fortemente contraria alla legge che comprende, oltre alla Lega e a Fratelli d'Italia, anche il MoVimento 5 Stelle. O meglio, questa era la posizione del M5s durante la scorsa legislatura. Ma cos'è lo ius soli e qual è la proposta del Partito Democratico? Lo ius soli "puro", mai in vigore in Italia ma presente per esempio nell'ordinamento degli Stati Uniti, prevede che chi nasce nel territorio di uno Stato ottenga automaticamente la cittadinanza di quello Stato. In Italia ci sono 800mila minori di 18 anni nati da genitori extracomunitaria che sono anche in molti casi residenti da tempo nel paese che frequentano le scuole e hanno diritto alle cure sanitarie ma non sono cittadini italiani. Nella scorsa legislatura il Pd presentò un progetto di legge che veniva definito "ius soli temperato" o "ius culturae" che prevedeva che un bambino nato in Italia sarebbe diventato automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trovava in Italia da 5 anni o se avesse frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico. Mentre i ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Attualmente in Italia è in vigore lo ius sanguinis, ovvero la legge sulla cittadinanza del 1992 prevede per i minori che un bambino nato da genitori stranieri in Italia possa chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto i 18 anni e se ha risieduto in Italia legalmente e ininterrottamente per 10 anni. Ogni anno circa 200mila stranieri, tra cui coloro che sono provenienti dall'Unione Europea, acquisiscono la cittadinanza dopo aver fatto domanda. La proposta ha subito suscitato - come probabilmente voleva il neo-segretario - polemiche con la Lega e con Fratelli d'Italia, con Salvini e Meloni subito all'attacco. Ma proprio per questo c'è da capire che si tratta di una precisa strategia politica all'interno di uno scenario che vede stringere le maglie dell'alleanza con il MoVimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte. E che vuole in ultima analisi cercare di costruire una proposta politica che sia in grado di vincere le prossime elezioni politiche. 

Con la proposta sullo ius soli Letta infatti ha scatenato una polarizzazione che rende chiaro da che parte stia il Pd, fedele a Draghi ma con la sua identità. E infatti va collegato al finale del suo intervento, quando ha parlato di un non-detto che ha guidato le scelte del partito: "Il non detto è 'Teniamo in vita il governo Draghi più che si può perché tanto è già scritto: quando si andrà al voto con questa destra si perde'. Non è così. Questo è il ragionamento di chi dice che tanto si perde e quindi dividiamoci quello che avanza. Non ho lasciato la mia vita precedente per venire a guidarvi in una sconfitta", "io sono qui perché so che se faremo insieme quanto ho provato a condividere con voi questa mattina, l'Italia nella sua maggioranza ci seguirà ancora".

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Cosa vuole fare Enrico Letta da segretario del Partito Democratico

Ecco quindi cosa vuole fare Enrico Letta da segretario del Partito Democratico: anche se ieri ha formalmente lasciato la porta aperta all'alleanza verso destra: "Rispetto al 2015, ho trovato un Pd più piccolo, sconfitto e molto diviso, in cui anche i rapporti personali sono in difficoltà, un partito che ha subito delle scissioni, da una parte Bersani, dall'altra Renzi e anche Calenda". "Lavorerò a un partito accogliente e attrattivo. Parlerò con tutti. Il centrosinistra ha vinto in Italia quando ha fatto coalizione, quando si è aperto. Io cercherò di costruire una coalizione a partire dalle prossime settimane perché Draghi dura il tempo della fine legislatura e poi si andrà al voto. Io ho avuto l'impressione che si pensi che queste lezioni saranno perse: io sono convinto le possiamo vincere". Lasciando per ora spazio anche per altre ipotesi: "L'alleanza con il M5s è obbligata? Dipende da cosa faremo nei prossimi 2 anni. I 5s guidati da Conte vedremo cosa saranno. Se il confronto andrà avanti faremo un pezzo di strada insieme".

Ma nel suo discorso ha anche citato due momenti come punto di riferimento: la vittoria dell'Ulivo del 1996 e quella del 2006, sempre con Romano Prodi. "Noi dobbiamo pensare che abbiamo vinto le elezioni e governato quando abbiamo fatto coalizioni. Quando siamo andati per conto nostro abbiamo perso. Nel 1996 e 2006" abbiamo vinto perchè "la coalizione è fondamentale, aprirsi alle alleanze, io sono uno che crede nelle coalizioni e ho imparato che ad aprirsi ci si guadagna sempre". Un lavoro di 'tessitura' che va da Calenda a Fratoianni, passando anche per Matteo Renzi e i 5 Stelle, ovviamente, su cui il segretario si sofferma ma insieme agli altri potenziali partner della coalizione. Una posizione che raccoglie tutte le aree Pd che, ancora prima del discorso di Letta, hanno confermato il sostegno. Un consenso unanime che, nelle previsioni dei dem, dovrebbe essere rappresentato nella segreteria. Un organismo unitario e collegiale, dunque. Intanto, una prima conferma della continuità con l''era' Zingaretti: la rielezione in assemblea di Walter Verini a Tesoriere.

Lo schema 'ulivista' di Letta, di coalizione ampia con il Pd al centro, promotore di alleanze, è anche corredato da un pacchetto di riforme su cui il neosegretario si confronterà con i gruppi parlamentari. Come è stato con la segreteria Zingaretti, anche Letta si troverà davanti a gruppi che rispondono a un'era geologica fa del Pd, quella di Renzi segretario. Il sostegno politico è stato assicurato oggi con l'ampio voto in assemblea anche di Base Riformista che è maggioritaria tra deputati e senatori. Secondo alcune indiscrezioni, i due attuali capigruppo - Andrea Marcucci e Graziano Delrio- potrebbero cedere il passo. Al momento non vi sono conferme ma se dovesse esserci un avvicendamento, si potrà fare solo con un accordo visto che le presidenze dei gruppi sono elettive. Nel pacchetto di riforme di cui ha parlato oggi Letta ce ne sono due particolarmente significative.

Lo schema ulivista di Letta (e i problemi futuri)

Una è la legge elettorale. Il segretario dice che va cambiata, non vanno bene né il Porcellum nè il Rosatellum. Ma non nomina affatto il proporzionale, prima scelta finora per i dem. Un sistema che forse non si concilia del tutto con lo schema di coalizioni, maggioritario delineato oggi dal segretario. La seconda è invece una proposta che ha una forte caratura identitaria e che è subito balzato nelle tendenze di Twitter. Il problema però è che questo disegno politico attualmente non ha alternative: i sondaggi politici raccontano di un partito in calo di voti e superato da Fratelli d'Italia e dal M5s, che con Conte leader sta costruendo un'alternativa in cui si gioca la sopravvivenza politica (e che presto o tardi sconterà il tempo che passa e la realtà di oggi che vede i leader non essere per niente duratori di fronte al logorio del tempo). E la data delle prossime elezioni potrebbe non essere così lontana, visto che questo governo ha ad oggi una data di scadenza ben precisa, ovvero febbraio 2021 quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale e il maggiore candidato a succedergli sarà proprio Mario Draghi: il centrodestra dirà sì solo a patto di avere una data certa per le elezioni, che quindi potrebbero arrivare già ad aprile o a maggio 2021. 

Per quella data il Partito Democratico di Letta dovrà già aver costruito una proposta politica alternativa a quella del centrodestra. E questa ad oggi non sembra che possa andare in direzione diversa da quella dell'alleanza elettorale con il M5s, soprattutto per una questione di numeri: con le attuali percentuali il Pd e il M5s non hanno alternative. Presentandosi da soli ognuno dei due partiti si troverebbe a dover fronteggiare una sconfitta. Ma c'è una differenza: mentre quella del M5s sarebbe ad oggi assorbibile, quella del Pd no perché il partito rischia attualmente di ritrovarsi con una percentuale di voti inferiore a quella delle rovinose elezioni del 2018. E questo perché in molti, di fronte al travaglio di questi mesi e anche a causa delle scelte dell'ex segretario Nicola Zingaretti, hanno deciso di "cambiare cavallo" non appena è diventato chiaro a tutti che Conte sarebbe diventato leader del M5s. 

E così il "Dolce Enrico" - così lo chiama oggi Francesco Merlo su Repubblica richiamando Berlinguer - si vuole sì caratterizzare come anti-Salvini ma ha anche il problema di non farsi cannibalizzare dall'alleato che nel frattempo ha trovato e trova molti consensi come partito alternativo al Pd. Il rischio è che spostandosi al centro - ieri Letta non ha mai pronunciato la parola "sinistra" durante il suo discorso - come hanno fatto sempre i segretari provenienti dal Partito Popolare, Letta trovi un ingorgo in cui sarà impossibile passare vista l'occupazione grillina (d'altro canto Luigi Di Maio ha parlato di un partito "liberale e moderato" e con Conte la direzione da prendere sarà proprio quella). Mentre rischia di scoprirsi a sinistra, dove per ora non ci sono alternative ma entro un anno potrebbero nascere. Anche per Letta, come per Conte, la leadership è questione di sopravvivenza. Un piano (politico) il neosegretario ce l'ha. Che funzioni è un altro discorso. 

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