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Martedì, 7 Dicembre 2021
CRISI DI GOVERNO

La fiducia al governo Letta, un diktat dell'Unione europea

Nè Grillo, tantomeno Berlusconi. L'Europa non può accettare che l'Italia vada alle urne per le politiche prima delle europee: a luglio 2014 la presidenza toccherà al "belpaese". E al comando deve esserci Letta, "il Monti giovane". Ecco perché

“Persino in parlamento c’è un’aria incandescente, si scannano su tutto e poi non cambia niente”. Così Giorgio Gaber in ‘Io non mi sento italiano’. Parole che raccontano bene questa giornata di ordinaria follia inaugurata da Enrico Letta con il suo discorso al Senato per la fiducia. Fiducia che è arrivata poco prima delle ore 15: 235 sì, 70 no. Consenso ampio, compreso quello di Silvio Berlusconi. Che stia qui la notizia? E di conseguenza, quale sarà la forma e il volto del centro-destra? A breve le risposte, analisi ( e ‘fantanalisi’) incluse.

HA VINTO L’EURO – Per adesso balza agli occhi un dato: ha vinto l’Europa. O meglio, i diktat dell’Unione. La crisi del governo italiano non la voleva la Germania né la Francia. Non la volevano i mercati, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale. Ieri, all’indomani della fiducia, il monito era stato chiarissimo. Martin Schulz e Olli Rehn, presidente del Parlamento europeo il primo, segretario generale dell’Ocse il secondo, avevano affidato all’Ansa un appello diciamo accorato. Fortemente interessato: l’instabilità politica italiana rappresenta una minaccia per la “fragile ripresa” appena cominciata, “non solo per l’Italia ma per tutta la zona euro”, ha detto Rehn. Gli ha fatto eco Schulz: “Una caduta del governo creerebbe enormi turbolenze politiche e sui mercati finanziari”. Finita qui? Niente affatto; il duetto ben presto si è trasformato in un terzetto.

Alle parole di Rehn e Schulz, infatti, si sono aggiunte quelle di Angel Gurria, il ministro dell’Economia europea, che prima ha demolito una delle bandiere politiche di Berlusconi, quella sull’Imu: abbassare le tasse su lavoro e investimenti ed innalzare “sulla proprietà, come con l’Imu, la tassazione verde e l’Iva ormai è un trend mondiale”. Dopo la sassata al Cavaliere, la carezza a Letta, la naturale conseguenza del governo Monti: “Riteniamo incoraggianti le iniziative che sono state prese. Il governo Letta, come quello Monti, si è impegnato a riformare il sistema, a rendere l’Italia più competitiva e più produttiva. Se la questione politica sarà risolta si vedranno i risultati dei sacrifici che gli italiani hanno fatto in tutti questi anni” e l’Italia “potrà tornare a crescere dalla fine dell’anno”.

Insomma, Letta all’estero percepito come un giovane Monti (amatissimo in terra tedesca, dove si fa la politica dell’Euro); l’estero che chiede, come lo chiese al Prof, che ‘Enrico’ rispetti certe parole d’ordine: stabilità, crescita, debito. Non a caso ‘Enrico’, questa mattina, ha puntato deciso su quei fondamentali, richiesti e imposti. Partendo dalla stabilità: “Una crisi significherebbe di nuovo sedere sul banco degli imputati in Europa e nel mondo come Italia incorreggibile che non impara mai dai propri errori, l'eterna incompiuta che manda nel panico i mercati e scatena la preoccupazione”.

A proposito di stabilità. Il governo è chiamato allo sforzo più impegnativo: la legge di stabilità. Appunto. La madre di tutte le norme economiche, da fare da qui alla fine dell’anno. Ed anche su questo fronte Letta non ha mancato di rassicurare i soci europei: “Il nostro obiettivo, dichiarato da tempo, è un aumento del Pil pari all’un per cento per il 2014 e superiore negli anni successivi. Vogliamo e possiamo confermare, con la serietà che ci è richiesta e di cui certo disponiamo, che rispetteremo gli impegni con l'Europa per il 2014: l'indebitamento nominale deve restare e resterà entro la soglia del 3 per cento; l’indebitamento strutturale deve tendere e tenderà rapidamente verso il pareggio; il peso del debito deve ridursi e si ridurrà. Nell'immediato il Governo adotterà le misure necessarie per ricondurre l'indebitamento del 2013 entro il 3 per cento”. Crescita e debito, come detto, come caldamente consigliato.

Non solo. Da Bruxelles chiedono un ulteriore sforzo sui conti pubblici. Si chiama spending review, che ha una sua traduzione pratica: l’Italia dovrà mettere mano a una revisione della spesa pubblica da almeno 4 miliardi. Per questo Letta, prima ancora di ricevere il sì da Palazzo Madama ha inviato un ulteriore messaggio alla compagine europea: Carlo Cottarelli, direttore del Dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale (FMI), “sarà il nuovo commissario per la spending review”.

CHI E' CARLO COTTARELLI

Senza dimenticarci che il primo luglio 2014 l’Italia assumerà la guida del semestre europeo. L’ultima volta fu nel 2003. Letta vorrebbe arrivarci da protagonista, con un Italia capace di dare il colpo di reni buono per aprire una nuova fase: chiudere la pagina dell’austerità e puntare sulla crescita. Anche perché, ammette nella sua replica al Senato, “ho parlato molto d’Europa e c’è un motivo: solo lì potremo profondamente modificare la nostra rotta comune. Quello che possiamo fare qui è il minimo”. Che è un po’ come dire, non illudiamoci, c’è una sovrastruttura economica ineludibile: la piazza europea, con i suoi mercati e la sua politica. Senza bistrattarci troppo: l’Italia non è la Grecia. Lo diceva Bersani, quando era segretario del Pd. E aveva ragione. La cosa si fa cinica un po’ come è il mercato. Non è interesse di nessuno che l’Italia si sganci dal convoglio in corsa. Pena una slavina continentale e globale. D’altra parte non è interesse dell’Italia alle regole della zona euro. Letta lo sa bene, stati uniti d’Europa o no.

E lo sa bene Mario Draghi, il presidente della Bce, che ha parlato a fiducia ottenuta. “Il messaggio che i mercati inviano” all’Italia e agli altri Paesi in situazioni politiche instabili “è chiaro: stabilità e riforme”, ma “le maggiori pressioni dovrebbero venire dall’interno, dovrebbero fare riforme per il loro bene”. La sintesi di questa nuova fiducia, nuova o vecchia maggioranza, sta tutta qui. Testa cosa, la chiusa si fa tutt’uno con l’attacco: o cambiamo…..o cambiamo.

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