Sabato, 16 Ottobre 2021
Politica

Intesa per Franco Marini al Colle: è finita l'era del centrosinistra

Passa la linea Bersani ma con un appoggio di minoranza. La sinistra si è spaccata. Renzi dice no, Vendola cerca l’accordo su Rodotà ma avverte: il sì a Marini segna la "fine del centrosinistra"

E all’improvviso Marini. E subito dopo Renzi a dire di no. Le solite scaramucce interne al Partito democratico? Sembrava di sì. Almeno verso le 20 di ieri sera, poco dopo le parole pronunciate dal sindaco di Firenze. Renzi boccia l’ex presidente del  Senato, storia di quattro giorni fa, Bersani che lo lancia al Quirinale. Il solito braccio di ferro, insomma, tra chi vedrebbe di buon auspicio la nuova chiamata alle urne e chi si prepara a ricevere la seconda nomina a premier in meno di un mese. Il tempo delle apparenze, invece, è durato un sospiro, pochi minuti. A far saltare il banco ci ha pensato un’assemblea infuocata al teatro Capranica a Roma, dove si sono raccolti in concilio i parlamentari del centrosinistra. La riunione che, almeno in teoria, avrebbe dovuto sciogliere tutti i nodi, si è trasformata nella Caporetto del Pd e della coalizione nata con le primarie. Ma andiamo per punti, dal prima al dopo.

"VI RACCONTO COSA STA SUCCEDENDO NEL PD"

Il prima racconto di una mattina e un pomeriggio turbolento. Un clima inevitabile quando l’elezione del nuovo capo dello Stato si trasforma nella partita decisiva per il futuro prossimo della politica. Trattative vorticose, dentro e fuori le mura del Pd. E non solo. Si perché alla mensa non siedono solo i democratici. C’è Berlusconi, e c’è anche Beppe Grillo. Soprattutto c’è il Cavaliere che si vede con Bersani per parlare di larghe intese. I nomi sul piatto, sempre gli stessi: Amato, D’Alema. E gli outsider, Mattarella (l’asso nella manica del segretario del Pd), Cassese, il costituzionalista. Senza che nessuno nel Pd si dimentichi di Romano Prodi, buono semmai dalla quarta votazione in poi, quando in assenza di accordo basteranno i voti della maggioranza assoluta delle due camere. Avanti così per tutto il pomeriggio.

PROVE DI "INCIUCIO"

Il dopo arriva prima dell’ora di cena, quando torna alla ribalta con nuova forza un nome che, nei fatti, non è mai sparito dal ventaglio dei papabili: Franco Marini. La voce sostanza, nel breve sbaraglia la concorrenza e prende le fattezze dell’unicità, il volto del candidato vero. E quindi del possibile Presidente, visto che Berlusconi e Monti convergono (e volentieri, soprattutto il Cav.) sulla scelta di Bersani. Pd, Pdl e Scelta civica. Tutti assieme appassionatamente, semmai pensando già ad un governo in salsa tedesca.

RENZI – La pace, tuttavia dura poco. È Renzi, seduto nel salotto di Daria Bignardi alle ‘Invasioni Barbariche su La 7, il primo ad entrare a gamba tesa a trattativa praticamente chiusa. Chiusa e riaperta in un secondo: “Votare Franco Marini significa fare un dispetto al Paese: si sceglie una persona più per le esigenze degli addetti ai lavori che non per l’Italia”. Con i renziani che non reciteranno la parte dei franchi tiratori ma che alla luce del sole si schierano compatti per il no. Fin qui un film, dalla trama complicata, ma in un certo senso abbastanza prevedibile. Fino al colpo di scena, il sisma a sinistra.

IL PROGRAMMA DI OGGI

VENDOLA – Renzi, infatti, scaglia il primo macigno ma non è il solo a munito di pietre. Marini non piace a molti, a troppi. Perché? L’ex sindacalista della Cisl rappresenta il primo passo per l’avvio del ‘governissimo’. Di mezzo, in sostanza, c’è una stretta di mano di troppo con Berlusconi. Quella che non vuole Vendola che ribadisce il suo no e quello di Sel a Marini così come al governissimo. Tanto da non prendere parte al voto di fine serata: “Sarebbe la fine del centrosinistra”. Quella a cui si oppone una fetta consistente del Pd. Alla fine la linea Bersani ottiene solo 222 voti, su un totale di 496 elettori: 90 contrari, 30 astenuti. Che sommati a chi ha abbandonato il teatro in polemica costituiscono il grosso della questione. Marini passa ma, al netto dei voti spendibili, con un supporto di minoranza. Il quorum che traballa, il partito che si frantuma.

IL FRONTE DEL NO – I no pesano e sono forti e chiari. Come quello di Matteo Orfini, il giovane turco rampante, che su Twitter sottolinea: “Ho detto alla nostra assemblea che sono contrario a candidatura Marini perché divide il Pd e la coalizione. E chiesto di discuterne ancora”. Lo segue a ruota il fresco candidato a sindaco di Roma, Ignazio Marino: “Sono preoccupato: rispetto Franco Marini ma non penso possa rappresentare l'Italia di oggi e di domani”. E ancora, Pippo Civati: “Mi pare che le larghe intese su Marini nel Pd non ci siano. Sono intervenuto in netta contrarietà alla candidatura di Marini e soprattutto dello schema delle intese con il Pdl”. Dura Debora Serracchiani: “Marini al Colle? È un errore molto grave”.

RODOTA? –Marini così che è entrato al teatro Capranica da Papa potrebbe uscire vescovo. Stessa sorte per Berlusconi che, dopo il vertice Pd-Sel, potrebbe trovarsi con un pugno di mosche in mano. Da ieri sera, infatti, è tornato di gran voga Stefano Rodotà. L’ex garante della privacy, medaglia di bronzo alle consultazioni web dei 5 Stelle, dopo il rifiuto di Milena Gabanelli e Gino Strada, ha detto sì a Beppe Grillo. Lo vuole con forza Nichi Vendola, pronto a sostenerlo in caso di rottura con i democratici. Piace a Renzi ma in sostanza a tutto il fronte del no Marini. Piace al mondo dell’intellighenzia di sinistra. E potrebbe essere il primo mattone per un’intesa, ardua, con i grillini. Questo Berlusconi lo sa ed è pronto, su Rodotà, che gli scombina i piani, a dar battaglia. Se l’idea ‘diabolica’ del Cav. era quella di condurre il Pd verso l’orlo del baratro passando per un’alleanza complicata, ora sarà costretto a fare i conti con i tempi disgiunti. Gli effetti collaterali si sono presentati troppo presto. Con tanto di bordate di fischi fuori dal teatro romano e con un Bersani, più solo che mai e con il quorum Marini a rischio, che preferisce lasciare l’assemblea da un accesso secondario.

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