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Lunedì, 20 Maggio 2024
L'analisi

Non più solo europee: così le elezioni di giugno possono cambiare la politica italiana

Tra leader in corsa e candidature da "dentro o fuori", la tornata elettorale di giugno deciderà, per forza di cose, la nuova fisionomia di partiti e coalizioni

Dovevano essere elezioni europee, si sarebbe dovuto parlare di green deal, di patto di stabilità, di esercito comune, ma come spesso accade nel nostro Paese si trasformeranno in un "secondo tempo" delle politiche. È una storia già scritta, che sarà raccontata da una campagna elettorale dove i leader e i partiti si giocheranno le loro carte, senza risparmiare colpi bassi ai loro stessi alleati. Perché non ci sono né coalizioni né alleanze: ognuno corre per sé.

Molti gli "alfieri" in campo: sono quei leader che hanno scelto di mettere la faccia sulla competizione sperando di riuscire a trainare le loro liste per ottenere il risultato migliore. La prima è ovviamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che come da previsioni ha confermato che correrà in tutte le circoscrizioni per far "volare" le liste di Fratelli d'Italia. L'annuncio della premier era atteso ed è stato condito dalla scelta di utilizzare il suo nome di battesimo come soprannome per indicare la preferenza sulla scheda: in fondo "io sono Giorgia" è ormai un marchio di fabbrica e il timore di vedersi annullare molte schede per l'eccessivo entusiasmo di elettori non molto pratici di regolamenti elettorali ha spinto i vertici del partito a studiare l'ingegnoso escamotage. Per Meloni le europee saranno un referendum su quasi due anni di governo: il sogno è toccare quota 30 per cento, ma ogni decimale in più rispetto alle politiche del 25 settembre 2022 sarà salutato come un trionfo. 

La sfida nella maggioranza e l'incognita Vannacci

La sfida dell'inquilina di Palazzo Chigi non è però rivolta solo alle opposizioni, ma soprattutto ai suoi alleati, in particolare a quello più scomodo: Matteo Salvini. Il leader del Carroccio non sarà candidato ma ha lanciato la candidatura del generale Roberto Vannacci. Una mossa che in tanti hanno letto come un gesto disperato, un ultimo tentativo di non essere sfiduciato in malo modo dai suoi stessi generali nel prossimo congresso gli hanno praticamente imposto nel prossimo autunno. Salvini punta sul generale per evitare il tracollo elettorale e soprattutto per non subire il sorpasso da parte di Forza Italia, che smentendo tutte le previsioni è un partito vivo e vegeto malgrado il trapasso del suo fondatore. Antonio Tajani (a sua volta candidato), in un'elezione con voto proporzionale e preferenze, può contare sul traino di molti "portatori di voti" che soprattutto nelle regioni meridionali potrebbero fare la differenza. La strategia del "capitano" è la stessa già vista ai tempi dei governi Conte I e Draghi, ovvero quella di fare opposizione da dentro il governo: i suoi profili social somigliano più a quelli di una pagina di denuncia o di un blog antidegrado che quelli del vicepresidente del consiglio che ha imposto un suo uomo come ministro dell'Interno.

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E lo slogan scelto per le europee - "Più Italia, meno Europa" - conferma la sua voglia di smarcarsi dagli alleati che l'Europa puntano a governarla e non a sfasciarla. In questo quadro la decisione di buttare nella mischia il generale Vannacci colpisce più gli amici che i nemici: sanzionato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, che dopo averlo sospeso definì "farneticazioni" il contenuto del suo libro e anche recentemente ha ironizzato sulla sua candidatura, l'alto ufficiale è visto come la peste da molti big della Lega, che hanno già dichiarato che non lo voteranno. Le sue recenti uscite sulle classi separate hanno raccolto critiche di tutto l'arco costituzionale, a cominciare da quelle del presidente del Senato, Ignazio La Russa

Conte e Schlein si contendono la guida dell'opposizione

Sul fronte delle opposizioni, dopo un lungo tira e molla la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha deciso di scendere direttamente in campo, ma solo al centro e nelle isole: è questo l'accordo che la leader dem è riuscita a siglare con le correnti del suo partito, che come con tutti i suoi predecessori già stanno lavorando al prossimo congresso: se esistesse la disciplina olimpica del "tiro al segretario", i dirigenti del Nazareno sarebbero campioni indiscussi. In verità, a Schlein per restare saldamente in sella basterà raggiungere quota 20 per cento, un risultato decisamente alla portata. Qualche punto sotto, Giuseppe Conte (che non sarà candidato) cercherà di avvicinarsi il più possibile. L'obiettivo non dichiarato dell'ex presidente del Consiglio è quello di scippare al Pd la leadership dell'opposizione e rilanciare la sua figura in chiave anti-Meloni. Andando più a sinistra, l'Alleanza Verdi Sinistra si gioca la carta Ilaria Salis.

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L'insegnante reclusa in Ungheria con l'accusa (decisamente sproporzionata...) di "tentato omicidio" e finita al centro delle cronache per il trattamento riservato ai carcerati dal Paese di Viktor Orban, potrebbe far partire una "gara di solidarietà" che assicurerebbe alla lista di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di raggiungere la soglia di sbarramento del 4 per cento. La loro è una scelta rischiosa, in parte simile a quella di Matteo Salvini: se Salis non venisse eletta o se la lista non dovesse eleggere eurodeputati, la posizione dell'attivista si complicherebbe molto, ma anche quella della stessa alleanza perché - si dice nei corridoi del Parlamento - sulla candidatura i due leader hanno discusso per giorni.

I balletti di Matteo Renzi e Carlo Calenda

Mi candido, anzi no. Non mi candido, anzi sì. Potrebbe essere questa la sintesi dei tira e molla di Matteo Renzi e Carlo Calenda in vista delle elezioni di giugno. Il primo si era ormai quasi rassegnato a correre da solo ed era sceso in campo in prima persona mettendo la sua faccia (un po' ringiovanita...) sugli autobus delle grandi città: poi l'accordo con +Europa e con Emma Bonino che gli ha fatto cambiare i piani.

Carlo Calenda si candida alle Europee: "Opporci al progetto di Meloni"

La leader radicale, infatti, ha imposto all'ex presidente del Consiglio, in caso di candidatura, di accettare il seggio all'Europarlamento lasciando quello di Palazzo Madama, a differenza di quello che faranno gli altri leader. A quel punto Renzi si deve esser fatto due conti, nel senso più letterale del termine: con le regole in vigore in Ue, le sue consulenze con l'Arabia Saudita e con altri soggetti economici non sarebbero compatibili con il ruolo. Da qui la scelta del nuovo "passo di lato" (molto simile a quello delle politiche) e l'avvicendamento, sugli autobus delle grandi città, con la stessa Bonino. Percorso inverso quello dell'ex alleato, che aveva detto e ridetto che non si sarebbe mai candidato (arrivando ad accusare di poca serietà chi lo avrebbe fatto...) e che invece, dopo l'annuncio di Giorgia Meloni, ha cambiato idea

luciano nobili

L'ennesimo cambio di linea ha stupito un po' tutti e ha scatenato commenti ironici e non solo. Per rendere l'idea del'aria che tira dalle parti di quello che una volta voleva essere il "terzo polo" dei "moderati", basta leggere il post su X in cui il renzianissimo Luciano Nobili non usa mezzi termini e definisce "un pagliaccio" il leader di Azione. In realtà, il cambio di linea di Carlo Calenda ha un motivo abbastanza ovvio. Dopo l'accordo tra Italia Viva e +Europa, con la nascita della "lista di scopo" Stati Uniti d'Europa, le scelte possibili erano tendenzialmente due: entrare nel contenitore rimangiandosi "mai più con Renzi" oppure provare la corsa solitaria rimangiandosi il "non mi candido", magari sfruttando il primo appiglio disponibile per giustificare l'ennesimo cambio di linea. 

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