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Giovedì, 29 Febbraio 2024
L'intervista

Nel Pd non c'è posto per le donne: "È un partito super maschilista"

"Non sono poche le femministe, ma non riescono a fare rete nel partito e poi non hanno potere contrattuale", dice a Today Giulia Blasi, scrittrice, giornalista e ideatrice del "Me Too" che ha contribuito all'ondata di mobilitazione in Italia. L'intervista

La sinistra è in piena crisi di identità. Si dice dalla parte delle donne, per esempio, ma le donne non le rappresenta più. Di sintomi ce ne sono: dalle pochissime elette in Parlamento alla "cacciata" di Laura Boldrini dalla piazza femminista. Cosa è successo? A Today ne parla Giulia Blasi: scrittrice, giornalista e ideatrice di #QuellaVoltaChe: il MeToo italiano che nel 2017 aveva portato all'ondata femminista dopo il caso Weinstein negli Stati Uniti. 

"Noi avevamo iniziato prima però. Solo dopo tre giorni è arrivato quello americano. Le americane sono state le ultime solo che, quando le attrici americane fanno qualcosa, diventa subito gigante. Noi eravamo già partite perché eravamo inferocite per quello che avevamo visto sulla stampa riguardo Asia Argento e volevamo provare a raccontare il fatto che ognuna di noi si era trovata in una situazione così, con maggiore o minore gravità. Il filo conduttore era lo stesso: è successo a tutte. A me è venuto in mente di usare l'hashtag #quellavoltache. Talmente intuitivo che è esploso e ci siamo ritrovate con una granata nelle mani". 

Avete avuto il merito di dimostrare come una qualsiasi forma di molestia l'avesse vissuta ogni donna. Che fine ha fatto quell'esperienza?
"È stato uno strappo. Qualcosa è cambiato nella percezione che noi abbiamo della cosa e siamo passati da "cosa fai tu" come vittima a "cosa facciamo noi" come società. Il discorso è diventato collettivo. Non più schiacciato sulla reazione della vittima, che deve quindi dimostrare di essersi comportata nella maniera giusta, bensì abbiamo cominciato a parlare di abuso. Abbiamo smesso di parlare di "professori hot" quando ci sono i casi di abusi nelle università". 

Dopo questa esperienza e la coscienza almeno in parte rinnovata, cosa significa essere femministi oggi?
"È una bella domanda. Un'altra cosa rispetto a quello che era negli anni '70 perché le lotte sono cambiate e l'oppressione di genere non è l’unica di cui si tiene conto quando si parla di lotte femministe. I femminismi hanno avuto tempo di stratificarsi e diventare una macrocorrente ideologica e politica. Quindi è un pensiero politico. I femminismi hanno prodotto pensiero politico solo che è un tema gigante e ci sono tanti femminismi, per cui facciamo fatica a distinguerli. Facciamo fatica a distinguere le trans escludenti di seconda ondata da quelle di terza e quarta".

Ecco spiegacela. 
"Soprattutto in Inghilterra, si è creata questa ondata di femminismo anti trans: fanno la guerra alle trans con toni, metodi che sono oltre il delirante. È un effetto collaterale di uno scontro generazionale che avviene negli anni '90, quando arriva la terza ondata e mette sul tavolo un concetto: le lotte Lgbtq+ e in generale le lotte contro le discriminazioni sono dentro la stessa lotta. Nasce il concetto di femminismo intersezionale ma una parte delle femministe di seconda ondata la prende male perché si sente spodestata. Comincia una guerra fra seconda e terza ondata. Al di fuori, questa spaccatura, che tra l'altro ha portato le femministe anti trans politicamente a destra, non si percepisce". 

"Nel Pd ancora cultura patriarcale. Femministe contro di noi? Abbiamo delle responsabilità"

Una volta c'era la dicotomia fra femministe liberali e socialiste. È superata?
"No, esiste ancora. Anzi le femministe liberali sono una certa quantità e sono dominanti nel discorso pubblico. Con loro passa per femminismo l'affermazione della singola donna".

Il femminismo non è forse anche quello? Affermazione della donna in quanto individuo.
"No, i femminismi sono collettivi. Quando si dice che Giorgia Meloni è una vittoria per le femministe, io dico "no". Meloni va in scia a un lavoro fatto da altre e tenta di distruggerlo per il suo tornaconto". 

Quindi torno alla domanda iniziale: essere femministe nel 2022 che significa?
"Può significare tante cose a seconda del tuo orientamento e corrente di pensiero e politica. Ma una cosa connota tutti i femminismi ed è la collettività. Se non c'è un ragionamento collettivo non c'è femminismo. Il femminismo non è mai verticale. Non c'è la donna sola al comando. Sono tante le variabili e si litiga anche eh. Il problema è che da fuori è tutto appiattito perché arrivano alcuni giornalisti con "le femministe dicono". Ma le femministe chi? Ognuno la pensa in modo diverso sulla base dell'esperienza personale e del trascorso politico. Dire "le femministe pensano" è una prevaricazione".

Erano sicuramente definibili femministe le donne scese in piazza nel giorno del diritto all'aborto, quando alcune manifestanti hanno cacciato Boldrini.
"Boldrini si è sempre molto spesa. È anche vero che, soprattutto per alcuni femminismi molto giovani, rappresenta una vecchia guardia che non riesce a coniugare in maniera efficace il discorso della lotta di classe e l'oppressione di genere. Secondo me quelle ragazze hanno cacciato lei per cacciare un intero partito, senza fare un distinguo fra ciò che rappresenta il partito e ciò che rappresenta lei". 

Ma chi ha sbagliato lì? Boldrini a rispondere in quel modo o le ragazze a cacciarla?
"Se ci avessero solo parlato non sarebbe servito a nulla. Essere un po' veementi ha fatto guadagnare loro un po' di spazio sulla stampa. Boldrini ha sbagliato risposta ma è un essere umano e non posso pensare che, davanti a qualcuno che ti aggredisce con quella violenza, abbia sempre la risposta giusta". 

Quindi il Partito democratico non rappresenta le istanze femministe. 
"Ma non l'ha mai rappresentato. Ha delle donne femministe al suo interno che però ha sempre penalizzato. Il Pd usa le femministe in modo strumentale quando gli serve e poi le buttano nell'umido oppure le ignorano". 

Fammi un esempio.
"Monica Cirinnà, auto candidata a sindaco di Roma quando stavano cercando il nome. Sono andati a dire che mancavano i nomi quando lei si era fatta avanti. Non è adatta? Dillo. Sono state fatte delle primarie in cui lei non c'era perché il partito si era rifiutato di appoggiarla. Avevano bisogno di metterci un uomo loro: ci hanno messo Gualtieri".

L'onorevole Chiara Gribaudo ha detto che il Pd non è maschilista ma c’è ancora una cultura patriarcale. 
"Il Pd è un partito fortemente maschilista e ne ho visti molteplici esempi. Ne cito uno. Nel Lazio le Regionali saranno a gennaio perché Zingaretti è stato eletto in Parlamento. La scorsa estate Marta Bonafoni, che è consigliera regionale del Lazio, sta già in Giunta. Si è autocandidata. Il Pd potrebbe già occupare spazio sui giornali semplicemente facendo le primarie. Sono andata a guardare tutti i titoli di giornale che si occupano della vicenda. Bonafoni non viene menzionata nemmeno una volta. Eppure si stanno facendo altri nomi. Sono tutti maschi". 

Eppure Enrico Letta, in campagna elettorale ha detto di voler difendere i diritti delle donne.
"C'è una differenza abissale fra usare le donne come voce di spesa e creare una leadership femminile. Non era nemmeno un anno fa quando, trattandosi di proporre dei nomi per i ministri del Governo Draghi, non proposero nemmeno una donna". 

Se Letta è femminista ma archivia le quote rosa

Ma allora basta che ci sia una donna in quanto donna?
"No ma non è una donna in quanto donna perché il problema è che gli uomini ci sono in quanto uomini. Non ci sono le quote rosa, ci sono le quote azzurre in questo momento. Gli uomini occupano tutti gli spazi disponibili". 

Le quote rose hanno ancora senso?
"Secondo me ha senso fare delle quote ma non rosa, cioè avrebbe senso avere delle quote di inclusione che comincino progressivamente ad abbassare il numero di maschi bianchi e etero perché, in questo momento, ci sono interi poli di potere in mano a una sola parte della società che è minoritaria". 

Quindi il Pd non rappresenta quelle donne in piazza?
"Assolutamente no. Ci sono delle politiche più vicine alle lotte femministe. Elly Schlein lo è. Giuditta Pini lo è. Non sono poche le femministe in politica. Problema è che non riescono a fare rete nel partito e poi non hanno potere contrattuale. Vengono utilizzate per dire: "Visto? Abbiamo anche le donne!". Poi quante ne entrano in Parlamento? Gribaudo lo ha denunciato con numeri precisi". 

E a destra? Si può essere femministe di destra?
"È un punto molto conteso. Mara Carfagna si è sempre definita femminista ma è anche una femminista liberale per cui è una di quelle che credono nell'avanzamento delle donne all'interno della società, di cui però non vogliono cambiare le regole. Per qualcuno non è femminismo quello. Il problema è che la destra conserva, i femminismi sfasciano. C'è un problema di contradizione. Il che non significa che non si possano fare azioni politiche concordate e trasversali. Significa che c'è un limite alle donne di destra che è sempre quello della conservazione". 

Cosa vogliono le femministe oggi?
"Dipende da quali femministe. Anche lì non c’è una richiesta specifica. C’è il femminismo che si occupa di diritti riproduttivi, c’è un femminismo che si occupa di diritti economici e lavoro, uno che guarda ai diritti civili. Di base vogliono tutti un cambiamento radicale della società e lo smantellamento del sistema patriarcale, quindi l’idea che le donne debbano sempre svolgere una funzione essenziale nella società di tipo servile. Così viene giù anche l’idea che l’aborto non sia un diritto".

L'aborto è un diritto oggi. C'è una legge.
"In questo momento l'aborto non è un diritto. L'accesso all’aborto è legale. Ma di per sé l'aborto non è un diritto perché devi andare a chiedere il permesso a un medico e uno psicologo. Ti devono firmare delle carte e fino a quel momento il tuo corpo non ti appartiene. L’aborto dovrebbe essere libero, sicuro e legale per tutte, e richiesta perché non dobbiamo spiegazioni a nessuno". 

Non è ora di rivolgersi agli uomini?
"Ci stessero a sentire…Questo fronte è aperto anche a loro ma non dobbiamo farlo noi il lavoro. Non dobbiamo evangelizzarli. Anche quello è un lavoro di cura, già ampiamente a carico della donna nella società. Avete a disposizione duecento anni di testi. Il lavoro noi lo abbiamo fatto. Abbiamo avuto generazioni di pensiero. Ci sono i collettivi. Ci sono molte occasioni di confronto. Ci deve essere l’inizio di un percorso autonomo di messa in discussione di se stessi. È il momento che vi arrangiate da soli". 

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