Martedì, 22 Giugno 2021
Politica

La sfida finale di Conte a Renzi passa per i Costruttori

Il premier martedì in Senato per la conta dei voti. La caccia ai sei voti che mancano. I nomi di chi potrebbe salvare il governo. Il partito dell'Avvocato in arrivo. Il leader di Italia Viva: "Rischio l'osso del collo"

La sfida è lanciata. Dopo il colloquio di ieri al Quirinale, che ufficialmente serviva soltanto a definire la procedura per assumere l'interim del ministero delle poliche agricole dopo le dimissioni di Teresa Bellanova, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fatto sapere che lunedì 18 gennaio si presenterà alla Camera per chiedere la fiducia dopo l'addio di Italia Viva al governo. Ma il giorno decisivo sarà martedì 19. Perché in Senato si andrà a una conta all'ultimo voto ed è lì che gli equilibri della maggioranza sono precari. 

La sfida di Conte a Renzi passa per i Costruttori

E nel frattempo dalle parti della maggioranza la chiusura nei confronti di Matteo Renzi è diventata totale. Il Partito Democratico ha certificato "l'inaffidabilità politica di Italia Viva" con Nicola Zingaretti, il MoVimento 5 Stelle ha detto che l'ex premier "non è più un interlocutore" per bocca di Luigi Di Maio. E intanto c'è anche un piccolo colpo di scena: Riccardo Nencini, che con il simbolo del Partito Socialista aveva permesso la nascita del gruppo parlamentare di Italia Viva in Senato, si è schierato con i "costruttori": "Chi ha maggiori responsabilità è chiamato ad esercitarle fuoriuscendo dalla logica dei duellanti e tenendo fermo il richiamo del presidente della Repubblica". Un segnale chiaro che potrebbe finire per mettere a rischio anche il gruppo renziano a Palazzo Madama. 

La sfida di Conte a Renzi passa però per i Responsabili. Ovvero per quel numero imprecisato di eletti che al Senato possono garantirgli i voti necessari alla sopravvivenza del suo governo. Di voti ne servono 161 e per rimediarli il Partito Democratico ha intenzione in primo luogo di provare a riprendersi i parlamentari che erano usciti per andare in Italia Viva. Eppure oggi il pallottoliere è fermo a 155, ovvero alla somma dei 92 senatori del MoVimento 5 Stelle, dei 35 del Partito Democratico, dei sette del gruppo Per le Autonomie e dei 17 voti che arrivano dal Misto, più Elena Cattaneo e Mario Monti fra i senatori a vita e Raffaele Fantetti e Sandra Lonardo Mastella. Da qui in poi si va per sussurri, rumors, indiscrezioni.

E anche per qualche nervosismo di troppo dal fronte di Italia Viva, riportato oggi dal Corriere della Sera: "Allora è in atto una grande offensiva mediatica per far vedere che i responsabili ci sono già, che hanno i numeri. Non è così. Serve soltanto ad aprire un problema nel nostro gruppo, a convincere i nostri che è più conveniente andare via. La macchina mediatica di Casalino e amici si è messa in moto, ma anche al Quirinale nutrono dubbi su questi numeri. Dobbiamo essere compatti come una falange macedone", avrebbe detto Renzi ai parlamentari, aggiungendo però poi un'altra frase altrettanto significativa: "Rischio l'osso del collo". In effetti quella del senatore di Scandicci è la posizione più delicata perché se il governo Conte trova i voti per tirare a campare il suo piano per sostituire l'Avvocato a Palazzo Chigi sarà clamorosamente fallito; se invece si va al voto in un quadro di ostilità con MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico, Italia Viva rischia di essere ricordata come il suo flop elettorale più evidente. 

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I nomi dei presunti Responsabili  

In tutto ciò è partita la caccia ai sei voti necessari per tenere in piedi il governo. E, come sempre in questi casi, i nomi che finiscono sui giornali (e che di solito vengono smentiti dopo poche ore dagli interessati) sono molti di più di quelli necessari. La Stampa scrive oggi che da Palazzo Chigi fanno girare uno schema: 15-20 senatori pronti a costruire, portando la quota della maggioranza addirittura a 166-168 voti. Dallo staff renziano diffondono altri numeri, sostenendo che i 5 stelle potrebbero perdere pezzi a vantaggio della Lega e che la maggioranza non arriva oltre i 151 voti, che comunque non basterebbero. Per Repubblica invece c'è una sfilza di nomi pronti a sostenere il premier: 

  • dal gruppo di Italia Viva, oltre a Riccardo Nencini, titolare del simbolo del Psi, Donatella Conzatti, Vincenzo Carbone, Eugenio Comincini, Leonardo Grimani e Gelsomina Vono;
  • da Forza Italia e dall'Udc Barbara Masini, Anna Carmela Minuto, Laura Stabile e Paola Binetti;
  • tra gli ex grillini Lello Ciampolillo e Mario Michele Giarrusso;
  • tra i senatori a vita Liliana Segre, Renzo Piano, Carlo Rubbia. 

Ora, a parte che alcuni, come per esempio Conzatti, hanno già smentito l'intenzione di passare a sostenere il governo, se i numeri fossero davvero questi (ovvero, tutti e 15) il governo non avrebbe alcun problema ad ottenere la maggioranza e si sarebbe presentato in Senato già nei giorni scorsi. Se Conte prende tempo fino a martedì, sfruttando anche la possibilità di andare alla Camera dove la fiducia non è in discussione perché lì Italia Viva non è decisiva, è evidente che non è così. 

Il gruppo di Conte e il partito del premier 

C'è anche un'altra ipotesi per il salvataggio del governo, ed è quella che riguarda la possibile nascita di un gruppo di contiani, nell'ottica della formazione di un partito del premier che secondo alcuni (ma Palazzo Chigi ha smentito) avrebbe già il simbolo depositato da un notaio romano e dovrebbe chiamarsi "Insieme". "Se alla Camera e al Senato dirò che voglio impegnarmi a fare un nuovo partito, cioè a dare una prospettiva ai parlamentari che scelgono di condividere con noi la fase di governo nuova, prima attraverso i gruppi poi con la mia lista, di voti ne arrivano molti di più", è il virgolettato che oggi Il Messaggero attribuisce all'inquilino di Palazzo Chigi. Anche qui la formazione dei Costruttori Responsabili passa per le defezioni di Italia Viva e l'approdo di singoli senatori dal gruppo misto o da Forza Italia, ovvero dalla stessa strada intrapresa nel frattempo da Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella. E proprio dal centrodestra, scrive ancora La Stampa, provengono timori su un possibile apporto di senatori al salvataggio del governo Conte:

A parole tutti hanno detto che mai e poi mai hanno questa intenzione. Lupi non ha senatori e quindi non è un problema. Toti ha garantito che Quagliariello, Romani e Berruti non faranno da stampella, ed è stato creduto, ma il governatore della Liguria ha pure avvertito che si aprirebbe tutta un’altra partita se Conte dovesse fare harakiri in Aula, sfracellarsi e uscire di scena, aprendo a uno scenario diverso. In sostanza se ci fossero le condizioni di un governo di scopo, di unità nazionale, di «salute pubblica» che dir si voglia, allora Toti e amici valuterebbero se appoggiarlo

Intanto tra i Dem c'è chi non vorrebbe tenere fuori Italia viva dalla maggioranza. Non solo Andrea Marcucci, ma anche altri esponenti della minoranza Dem starebbero lavorando per ricucire. In giornata prevaleva piuttosto la voglia di 'togliere la terra sotto i piedi' al senatore di Rignano, riportando i parlamentari di Iv nel Pd. Ma il timore, espresso a taccuini chiusi da più di un esponente Dem, è che le 'spalle' dei responsabili siano troppo fragili. E Renzi stesso in tv non si sbilancia:  "Come finisce martedi'? 1-X-2. Conte ha deciso di cercare i voti invece dei vaccini. Se ottiene 161 ha vinto il presidente del Consiglio e governa, se invece non arriva a 161 si arriva al 2023 con un governo completamente diverso". 

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