Martedì, 9 Marzo 2021

"Il governo Conte 2 è già finito"

L'avvertimento di Renzi agli alleati: "Parliamo del dopo". Ma il rimpasto non decolla. E sul Recovery Plan la riforma è in alto mare. Mentre Draghi si staglia all'orizzonte

"Il governo Conte 2 per me è già archiviato. Se volete possiamo discutere del dopo": è un Matteo Renzi piuttosto deciso quello che viene ritratto oggi dal Corriere della Sera nel retroscena a firma di Francesco Verderami. Un Renzi deciso ad abbattere l'esecutivo che ha contribuito a far nascere un anno e mezzo fa ma a quanto pare non pronto alle conseguenze immediate di una crisi, ovvero le elezioni. 

"Il governo Conte 2 è già finito"

La scintilla che ha spinto il leader di Italia Viva a tornare su intenzioni bellicose è l'intervista rilasciata dal presidente del Consiglio a Porta a Porta, nella quale il premier ha detto che la delega ai servizi segreti è suo appannaggio e non ha intenzione di cederla. Un'idea in evidente contrasto con i piani del Partito Democratico, che invece da tempo pensa che Palazzo Chigi dovrebbe mollare l'osso a un suo rappresentante (Marco Minniti?). È questo l'architrave su cui il senatore di Scandicci punta per ampliare il divario tra il Pd e Conte ma il piano non sembra così facile da portare a termine nonostante gli evidenti segnali di fratture nel rapporto tra l'avvocato e Nicola Zingaretti. 

Perché il piano B del Pd prevede l'arma fine del mondo: le elezioni. E perché proprio le elezioni potrebbero costituire lo spauracchio nel gruppo degli eletti che hanno aderito ad Italia Viva seguendo Renzi, visto che in pochissimi (ad oggi nessuno, secondo i sondaggi) avrebbero il posto assicurato in parlamento nell'eventuale prossimo giro. E visto che le urne potrebbero davvero saldare l'asse tra MoVimento 5 Stelle e Pd nel nome di Conte premier, anche se oggi i numeri danno in grande vantaggio quel centrodestra in cui la più interessata al voto rimane Giorgia Meloni, astro nascente nei sondaggi mentre Matteo Salvini e la Lega oggi sembrano in calo. Ma se alcune voci dal sen del Parlamento fuggite danno invece alcuni degli eletti nel Pd poi passati ad Italia Viva pronti alla retromarcia, Renzi sembra abbastanza deciso a cercare lo scontro:

Il primo passo verrà formalizzato domani, quando presenterà le osservazioni di Iv alla bozza sul Recovery plan redatta da Palazzo Chigi: trenta pagine e un centinaio di obiezioni gli serviranno per bocciare «un collage di ovvietà senza visione, zeppo di ripetizioni e con paragrafi sbagliati». Il secondo passo sarà il suo intervento al Senato a fine anno, su una Finanziaria che voterà per evitare al Paese l’esercizio provvisorio.

Il terzo, quello su cui molti nutrono riserve, avverrà «i primi giorni di gennaio, quando mi farò carico del coraggio anche per Di Maio e Zingaretti». La stoccata al ministro degli Esteri e al segretario del Pd servearicordare ciò che un esponente dem al governo non fatica a riconoscere: «Un mesa fa circa, metà del mio partito e un pezzo di M5S avevano stretto un patto con Renzi, tranne poi ritrarsi». 

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La paura delle elezioni e il governo Draghi al posto di Conte

Ma dall'altra parte della barricata, a Palazzo Chigi, proseguono tranquilli in attesa che le acque si calmino da sé. Al momento non c'è un calendario per la revisione del Recovery Plan, che è l'unico punto concreto sul quale Giuseppe Conte ha mostrato di voler dialogare, facendo marcia indietro sui manager e assicurando la delegazione di Italia Viva sulle sue intenzioni. Il Pd chiede che la struttura di manager sia di supporto alla pubblica amministrazione, alle Regioni e ai Comuni, spiega oggi Repubblica, mentre Renzi punta ancora sul ricorso al Mes, altro argomento che serve ad acuire la frattura tra il Pd, che si era schierato per chiederlo, e il MoVimento 5 Stelle, che si trova in una posizione di niet definitivo insieme a Liberi e Uguali. Che intanto con Speranza si batte sull'insufficienza della dotazione per la sanità, 

Ma bisogna fare in fretta: «Il Recovery plan va approvato al più presto in Cdm e portato in Parlamento, se ne discute da troppi mesi», incalza i suoi Zingaretti. «Nessuna avventura ma anche nessuna pigrizia», avverte. «Ci siamo dovuti indebitare per fronteggiare l’emergenza e torneremo a farlo per ricostruire l’Italia. Una scelta che peserà sulle prossime generazioni». Giusta a patto di spendere bene i fondi europei. «La vera prova della classe dirigente italiana è questa: ridare ai giovani ciò cui hanno diritto, il futuro».

Altrimenti? Altrimenti l'unico piano che rimane in piedi, a parte le urne durante l'emergenza coronavirus chieste apertamente da Dario Franceschini, è il famoso governo Draghi che avrebbe di certo l'appoggio di Forza Italia, forse anche quello della Lega (a patto che sia a tempo) e il no deciso di Giorgia Meloni che così guadagnerebbe ancora più voti all'interno del centrodestra. Un piano che non conviene a nessuno. Tranne che a Renzi. 

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