Mercoledì, 3 Marzo 2021

Governo Conte, fiducia sul filo: i nomi di chi potrebbe cambiare idea all'ultimo momento

Oggi al Senato si parte da quota 155. Andare sotto aprirebbe la strada alle dimissioni del premier. Ma da Palazzo Chigi trapela ottimismo. Perché alcuni eletti potrebbero schierarsi con la maggioranza e salvare il presidente del Consiglio. Ecco chi sono e cosa vogliono in cambio con il rimpasto

Il pallottoliere segna 155. È questo il numero di voti "sicuri" nella fiducia o sfiducia politica nei confronti del governo Conte che si sancirà oggi in Senato dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio, fissate alle ore 9,30 a Palazzo Madama e in diretta in tutta Italia. L'asticella della maggioranza assoluta è fissata più in alto, a quota 161, e non è detto che il presidente del Consiglio non la raggiunga nei prossimi giorni, quando le luci dei riflettori saranno più basse sul suk di Costruttori e Responsabili che nel frattempo, come succede in questi casi, si è andato a formare. Mentre Romano Prodi azzarda una previsione. 

Governo Conte, fiducia sul filo: quanti voti faranno la differenza tra il disastro e la vittoria

Ieri alla Camera è andato tutto come previsto, anzi meglio: 321 voti incassati al posto del 316 necessari e l'ok arrivato anche da alcuni deputati che hanno lasciato i rispettivi gruppi e si apprestano a entrare in maggioranza. Ma il discorso del premier (e la sua attenzione) era tutto rivolto alle 20,30 di domani, quando presumibilmente sarà l'ora del verdetto. Al netto delle possibili assenze dell'ultim'ora i voti certi per la maggioranza per la fiducia sono 146: 92 eletti del MoVimento 5 Stelle, 35 del Partito Democratico, 6 di Liberi e Uguali, 5 del Maie. Più i senatori a vita Elena Cattaneo, Liliana Segre e Mario Monti. Dovrebbero arrivare poi tra i 4 e i 7 voti dal Gruppo Misto, di Riccardo Nencini e del renziano Eugenio Comincini, che dovrebbero disattendere l'ordine di Italia Viva che è schierata per l'astensione.

Ma tutta l'attenzione è rivolta all'altro fronte, quello della "sfiducia" (anche se il regolamento del Senato è cambiato e adesso il voto di astensione non equivale a un no): sulla carta ci sono i 53 di Forza Italia, i 19 di Fratelli d'Italia e i 63 della Lega oltre a 6-7 del Misto che si schiererebbero contro. Il totale fa 142-143 ma a questi si devono politicamente aggiungere le 16 astensioni di Italia Viva. Con questi numeri, i voti a sfavore del governo (o meglio: la somma tra no e astensione) arriverebbero a superare quelli a favore di due unità. Al netto di colpi di scena, visto che all'ultimo momento una o più assenze strategiche può far cambiare tutto. Sono quindi quattro gli scenari possibili in una gradazione che va dal disastro alla vittoria: 

  • sotto quota 155: significherebbe che il governo ha perso l'appoggio di tutte o quasi le componenti esterne alla maggioranza e rischia addirittura di perdere il voto; in quel caso Conte dovrebbe dimettersi;
  • quota 155: è il numero esatto che segna oggi il pallottoliere e consentirebbe a Conte di rimanere in piedi con il numero minimo di voti indispensabile ad andare avanti; ma per quanto?
  • tra 155 e 160: questo significherebbe che il governo è riuscito ad attrarre alcuni dei voti necessari per la sua sopravvivenza e sarebbe a pochi passi dalla maggioranza assoluta; è lo scenario che auspicano a Palazzo Chigi, pensando che il tempo giochi a loro favore;
  • sopra quota 160: da 161 in poi si può parlare di vittoria politica: la maggioranza da quel momento potrebbe soltanto crescere nei prossimi mesi e guadagnare tempo in attesa del semestre bianco. 

Per questo ieri il premier ha scelto di mollare definitivamente Matteo Renzi e Italia Viva e di lanciare aperture nel suo discorso alle forze europeiste e centriste nell'ottica di combattere quel sovranismo che, a onor del vero, gli ha consentito di finire a Palazzo Chigi all'epoca del suo primo governo. E, a differenza di quello che trapelava fino a qualche giorno fa, ha escluso l'ipotesi di presentarsi in Senato con le dimissioni in tasca. Il Corriere della Sera scrive che il premier "farà un discorso più snello e più pop" e il pensiero corre al 20 agosto 2019, quando l’avvocato "processò" il Salvini del Papeete.

Ma se gli accenti non scadranno sul personale, Conte non farà sconti a Renzi. Ieri non si è curato di nominarlo, ha chiamato come testimoni i «cari cittadini» e denunciato la «ferita profonda» che Italia viva ha inferto alla coalizione e al Paese. Rimarginarla non è possibile, non per Conte. Il dilemma è se Renzi con i suoi senatori sarà ancora determinante, al punto da tirare giù il governo.

Governo: cosa succede in caso di caduta

Quota 155: i voti del governo al Senato e i nomi di chi potrebbe cambiare idea all'ultimo momento

E mentre il senatore Gregorio De Falco, eletto nel M5s e poi espulso, oggi in un'intervista fa sapere che deciderà all'ultimo momento se votare o no la fiducia, la conta dei voti dice che l'approdo più probabile è che il governo arrivi a 156 voti oggi e che nelle prossime settimane consolidi i numeri anche grazie al rimpasto atteso (i due posti da ministro e da sottosegretario lasciati da Italia viva).

Ancora il Corriere fa sapere che, dopo l'annuncio di Liliana Segre, anche Carlo Rubbia, senatore a vita, è intenzionato a venire a votare per dare la fiducia a Conte. Non darà l'ok invece Paola Binetti, che fino a ieri per voce interessatissima dei renziani era indicata come prossima ministra della Famiglia, così come Antonio Saccone. I rinforzi potrebbero arrivare da altre direzioni:

Da Forza Italia, dove c’è una pattuglia di incerti (tra questi Francesca Alderisi e Anna Carmela Minuto), con uno di loro che sembra quasi convinto: Andrea Causin, ex Ppi, poi Pd, poi Scelta civica. Significativo il voto favorevole al governo alla Camera della forzista Renata Polverini, di cui si segnalano da giorni telefonate e contatti favorevoli alla fiducia. Restano in dubbio anche alcuni senatori di Italia viva: se non si convincessero a votare la fiducia, un paio potrebbero restare a casa, abbassando il quorum. Si è convinto in extremis Tommaso Cerno, così come Luigi Di Marzio. E avrebbe dato disponibilità l’ex M5S Mario Giarrusso, che però aspetta segnali dal discorso del premier su Atlantia e antimafia.

Maria Elena Boschi intanto dice che senza maggioranza assoluta il premier dovrebbe dimettersi - secondo i renziani non c'è possibilità che il governo superi quota 161 - ma Repubblica oggi conferma che se i senatori renziani si astengono o escono dall’aula si abbassa il quorum, da 321 compresi i senatori a vita a 300, grosso modo. In questo caso per avere la fiducia basta la maggioranza dei votanti, e Conte ce l’ha. Tiziana Drago, anche lei ex M5s, è data per voto acquisito, mentre Francesca Alderisi, eletta in Senato in Forza Italia, è data tra gli incerti così come Andrea Causin e Anna Carmela Minuto.

La Stampa scrive che i "costruttori" o "responsabili" chiedono ministeri in cambio: "Se ne sarebbero messi in conto uno alla Camera per il gruppo di Tabacci, uno in Senato per l’Udc, forse anche un dicastero al Maie, per non scontentare nessuno. E per convincere alcuni senatori del gruppo Misto ancora indecisi, gira voce che il premier abbia promesso una candidatura nella sua lista, alle prossime elezioni. In questo modo - racconta un membro del governo - si sarebbero convinti i senatori Mario Giarrusso, Tiziana Drago e Lello Ciampolillo". Così, da 155 voti in Senato si salirebbe a 158. 

Un piano per un nuovo gruppo di Popolari e la nuova squadra di governo

C'è chi, in maggioranza, teme che il percorso che porterà a puntellare il governo si trasformi presto in "un Vietnam nelle commissioni parlamentari, rallentando di fatto il Paese". Perché è proprio lì che il governo potrebbe finire in estrema difficoltà e trovarsi a dover accettare un voto contrario per ogni provvedimento proposto, visto che l'equilibrio è stato formato in tempi in cui la maggioranza che lo teneva in piedi era un'altra. Il Messaggero fa l'esempio della commissione bilancio in Senato, dove a breve si dovrà esaminare il Recovery plan e stilare la Relazione da presentare all’Aula: la maggioranza, compreso il presidente, conta 13 senatori; il centrodestra 11, 2 di Iv. Se i renziani dovessero schierarsi in una votazione con il centrodestra, sarebbe parità e, di conseguenza, la maggioranza verrebbe battuta. Discorso simile per gli Affari Costituzionali e per altre commissioni strategiche. Questo nodo, ad oggi, è destinato a restare non sciolto. 

Intanto al Pd Conte offre la promessa di un nuovo patto di legislatura che verrà scritto già nei prossimi giorni. Rafforzerà la squadra di governo, parole che sembrano mandare in soffitta l'ipotesi di un Conte ter, lasciando il posto ad un rimpasto, di certo meno doloroso. Ma chi gli è vicino dice all'Adnkronos che un governo nuovo di zecca non è ancora da escludere. La partita si giocherà nei prossimi giorni, forse settimane, il tempo necessario per vedere se i volenterosi risponderanno all'appello. E, nel caso, valutare il peso delle loro richieste. 

Il disegno è chiaro anche nel discorso pronunciato da Conte in Aula, che guarda all'Europa e apre uno spiraglio sulla legge proporzionale, offerta allettante per gli azzurri. Tanto che c'è chi è pronto a scommettere in assenze strategiche dei forzisti domani a Palazzo Madama, salvifiche per abbassare il quorum e dare la possibilità al governo di dimostrare che i voti dei renziani non sono determinati per tenere in vita Conte e il suo governo. Una partita a scacchi, dagli esiti che restano tutt'ora imprevedibili.

Gli umori sulle montagne russe, tra sospiri di sollievo e ansia di andare a sbattere forte. Mentre l'opposizione alza la testa, Fdi e Lega chiedono a gran voce che il presidente del Consiglio lasci se domani non centrerà l'obiettivo della maggioranza assoluta. Conte si prepara alla sfida, presto, prestissimo, cederà la delega all'Intelligence ad uno dei suoi uomini di fiducia, "anche se non ha ancora deciso chi", assicurano dal suo staff. Parole, parole, parole e ancora parole. Oggi però sarà il momento dei numeri. E tutte le chiacchiere saranno spazzate via. 

L'augurio di Prodi: i numeri ci sono e potranno crescere

Intanto Romano Prodi in una lunga intervista ad Avvenire azzarda una previsione nel giorno del voto di Palazzo Madama: "I numeri saranno risicati, ma ci saranno. Poi potranno anche crescere. Non cresceranno pero' mediando, ma solo correndo in avanti". Prodi poi "bacchetta" Renzi. "Ho solo una parola per definire l'apertura della crisi: follia. Ma ci sono politici che quando si accorgono che stare in coalizione non paga si innervosiscono, poi impazziscono e dopo ancora buttano tutto all'aria". Anche Conte è stato durissimo. "Sì, non l'ha schiaffeggiato come fece con l'altro Matteo, ma certo ora la porta è chiusa. Renzi gli dà dell'anti democratico, esce dal governo... E' rottura completa. Quando si colpisce la dignità venire a compromessi è solo un segno di debolezza". Poi un'ultima domanda: non la imbarazza l'idea di un governo che si regge su una pattuglia di "responsabili"? Prodi è netto: "L'alternativa anti-Europa metterebbe l'Italia ko. L'Italia ha una necessita' assoluta di dialogare in modo credibile con i nostri interlocutori europei".

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