Lunedì, 8 Marzo 2021

Quando un governo cadde dopo aver perso le elezioni regionali

È successo solo una volta nella Seconda Repubblica. Sono passati 20 anni: all'epoca il D'Alema II alzò bandiera bianca. Ma ora con Conte il quadro è radicalmente diverso e l'ipotesi crisi sembra davvero remota: vediamo perché

Conte e D'Alema alla festa di Articolo Uno alla Città dell'Altra Economia, Roma, 19 settembre 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Bisogna fare un balzo indietro di 20 anni per l'ultimo governo italiano caduto dopo una tornata di elezioni regionali. Era il 2000 quando il D'Alema II, il cinquantacinquesimo esecutivo della storia della Repubblica Italiana, alzò bandiera bianca. Il governo rimase in carica dal 22 dicembre 1999 al 26 aprile 2000: una esperienza breve, 4 mesi e 4 giorni, nella fase ormai discendente di una legislatura iniziata quattro anni prima.  Massimo D'Alema diede le dimissioni il 19 aprile 2000, presentandole come un "atto di sensibilità politica, non certo per dovere istituzionale", dopo la sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali del weekend precedente. Il 16 aprile si era votato infatti in tutte le quindici regioni a Statuto ordinario, e visto il numero di elettori coinvolti le ricadute a livello nazionale furono inevitabili. Fu una batosta per il centrosinistra, che perse in varie regioni dove governava all'epoca (Liguria, Lazio, Abruzzo e Calabria). 

Elezioni regionali: quando provocano la caduta di un governo

Non un cappotto, non un tracollo, perché all'epoca  in otto regioni (pari a 32 milioni di abitanti) prevalse la coalizione di centro-destra della Casa delle Libertà, mentre in sette regioni prevalse L'Ulivo, alleato con Rifondazione Comunista. In seguito il TAR del Molise, con una decisione senza precedenti, annullò la vittoria ottenuta in tale regione per circa 600 voti dal candidato ulivista Giovanni Di Stasi (per via di alcune irregolarità nelle liste) e indicò nuove elezioni che si tennero l'11 novembre 2001: vinse il centrodestra con Michele Iorio di Forza Italia.

Nelle elezioni del 20 e 21 settembre 2020 sono chiamati al voto meno italiani - molti meno -  rispetto ad allora, ma nessuno si sente di escludere in anticipo che il governo Conte potrebbe dover fare i conti con malumori notevoli all'interno dei partiti che lo sostengono da lunedì pomeriggio in poi: Marche, Toscana e Puglia sono le regioni che faranno da ago della bilancia. Si vota anche in 18 capoluoghi di provincia dove si eleggono sindaci e si rinnovavano i consigli comunali. Politicamente intorno al referendum sul taglio dei parlamentari si gioca poi una partita che sta a cuore soprattutto al Movimento Cinque Stelle che ha imposto questo taglio prima agli alleati leghisti nel governo gialloverde e poi a quelli dem nel governo giallorosso. La vittoria del sì, magari non più oceanica, sembra in ogni caso scontata anche se pezzi di Pd, Lega e Forza Italia si sono espressi per il no. Sono le regionali però le elezioni in grado di far tremare il governo, non certo un referendum confermativo dall'esito che sembrerebbe scontato.

Le differenze tra il governo Conte e il D'Alema II

C'è un elemento importante da sottolineare. Se il governo D'Alema era espressione di un parlamento quasi a fine legislatura (mancava un anno), stavolta le cose sono ben diverse. Si dovrebbe tornare alle urne nella primavera del 2023, e se Pd e Movimento 5 stelle "resisteranno" all'eventuale scossone delle regionali, potrebbero puntare a continuare il percorso insieme per altri due anni e mezzo. Tanti, e con sullo sfondo i fondi del Recovery Fund, il Fondo per la ripresa, ovvero i 750 miliardi che l’Unione europea a fine luglio ha messo sul piatto per rilanciare le economie dei 27 Paesi membri travolte dalla crisi del Covid-19. L'Italia conterà su 65,456 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto: il 70% delle allocazioni delle risorse, cioè 44,724 miliardi, è riferito agli impegni per progetti 2021-2022, il resto, cioè 20,732 miliardi, è riferito agli impegni relativi al 2023. Sono soldi che permettono di fare riforme profonde, e qualsiasi governo vorrebbe poter contare su liquidità mai vista prima nella storia recente per realizzare progetti a lunga scadenza. I governi dovranno inviare alla Commissione europea i Piani di ripresa e di resilienza entro fine aprile 2021. Pd, M5s e Italia Viva contano di poter fare la loro parte. Regionali permettendo.

Le Camere forniranno suggerimenti e indirizzi ed esprimeranno il loro voto con risoluzioni in Aula a ottobre, in tempo per l'apertura dell'interlocuzione con la Commissione europea il 15 del prossimo mese. Conte ha tutta l'intenzione di essere ancora a Palazzo Chigi in quel momento. Il 17 aprile 2000, pochi minuti dopo che il centrodestra vinse le elezioni regionali, i leader del Polo delle Libertà e della Lega Nord chiesero un passo indietro al governo D'Alema. Gianfranco Fini diceva: "Se D'Alema avesse un minimo di decoro istituzionale, rassegnerebbe oggi stesso le dimissioni, perché dal voto delle regionali esce seccamente sconfitto". Sostituite le parole "Gianfranco Fini" con "Matteo Salvini" / "Giorgia Meloni", e "D'Alema" con "Conte" e avrete il probabile titolo di molte agenzie di stampa di lunedì sera in caso di vittoria in Toscana, Marche e Puglia (o forse anche solo in due su tre) di Lega e Fratelli d'Italia. 

Elezioni regionali: il voto disgiunto e il rischio bassa affluenza

Cosa succederà domani

Ma oggi è un'altra Italia, ed è un altro parlamento, dove il partito di maggioranza relativa (il M5s) sa benissimo che una crisi di governo ne segnerebbe un ridimensionamento drastico e forse definitivo. Va a braccetto con un Pd in perenne crisi d'identità e una Italia Viva bassissima nei sondaggi nazionali. Tornare alle urne non conviene a nessuno dei tre, soprattutto se Fdi e Lega avranno il vento in poppa del voto regionale. Il massimo che qualcuno dentro la vasta compagine governativa oserà e potrà chiedere a Conte sarà un rimpasto, un "cambio di passo". Oggi come oggi il parallelo Conte-D'Alema II non regge, non sembra convincere. L'unica cosa che li unisce è la terra d'origine, proprio quella Puglia oggi così contesa e in bilico. "La politica è l’arte d’impedire agli avversari di fare la loro" diceva con la sua consueta ironia il giornalista Roberto Gervaso, scomparso di recente. C'è del vero. Per "bloccare l'avanzata della destra" (Zingaretti dixit), Pd e M5s troveranno il compromesso, qualsiasi esso sia, per andare avanti insieme, almeno per un altro po'. 

I sondaggi "segreti" che girano nelle chat e su WhatsApp sono attendibili?

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