Martedì, 15 Giugno 2021
La mossa di Lamorgese

Il piano del governo Draghi per gli sbarchi (e per zittire Meloni e Salvini)

Nella prima settimana di maggio si è verificato il triplo degli arrivi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma l'esecutivo ha una strategia su tre fronti. Il primo è il ripristino degli accordi di Malta per il ricollocamento volontario dei richiedenti asilo in Europa. Il secondo sono gli accordi bilaterali con Libia e Tunisia. Il terzo...

C'è un piano del governo Draghi per gli sbarchi. Servirà ad affrontare gli arrivi che aumenteranno con la bella stagione gestendo le tensioni politiche che già ieri hanno cominciato ad esplodere dopo i 15 sbarchi a Lampedura per un totale di 1400 arrivi. E a sterilizzare, nelle intenzioni del premier, l'argomento politico che già la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni hanno cominciato a cavalcare. 

Il piano del governo Draghi per gli sbarchi (e per zittire Meloni e Salvini)

Nella prima settimana di maggio si è verificato infatti il triplo degli arrivi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: il Corriere della Sera racconta che si tratta di un trend che dall'inizio del 2021 ha portato a 10725 arrivi (esclusi gli ultimi) rispetto ai poco più di 4mila dell'anno scorso. Gli sbarchi avvenuti in questo mese, secondo i numeri del Viminale sulla base delle presenze registrate dal Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) sono superiori a quelli di tutto il maggio 2020 e di un anno prima. L'impennata l'anno scorso arrivò a luglio e continuò fino a novembre. 

Per quanto riguarda le provenienze, degli 11mila presi in carico fino al 7 maggio scorso il 14%, ovvero 1512, sono di nazionalità tunisina. Poi ci sono gli ivoriani (1243) e i bengalesi (1216), e seguono i migranti che provengono dalla Nuova Guinea, dall'Egitto, dal Sudan e dall'Eritrea. E mentre quando arrivò il varo ufficiale del governo Draghi Salvini stette in silenzio sui 422 scesi dalla Ocean Viking (mentre Meloni dopo qualche giorno di attesa si mosse all'attacco, ben sapendo che questo avrebbe messo in difficoltà la Lega più che Palazzo Chigi), oggi i partiti più forti del centrodestra vanno all'attacco. 

Comincia il Capitano: "È necessario un incontro col presidente Draghi, con milioni di italiani in difficoltà non possiamo pensare a migliaia di clandestini (già 12.000 sbarcati da inizio anno)". Meloni invece va all'attacco della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, "palesemente inadeguata a fronteggiare quella che è una vera invasione", tornando a uno dei suoi cavalli di battaglia: "Con Fratelli d’Italia chiediamo il blocco navale. L’immigrazione clandestina va fermata. Vanno fermati gli scafisti e le Ong immigrazioniste che speculano sulle tragedie".

Propaganda purissima, visto che chi conosce davvero il mare e le sue leggi scritte e non scritte sa che schierare le navi della Marina militare a presidio dei porti italiani non è una prospettiva praticabile. Il Codice dell’ordinamento militare prevede espressamente che la Marina svolga vigilanza "al di là del limite esterno del mare territoriale". In alcuni casi può integrare il ruolo della Guardia Costiera, ma solo "in base alle direttive emanate d’intesa fra la Difesa e il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti". 

Cosa vogliono fare Draghi e Lamorgese con gli sbarchi

Invece il governo Draghi ha un piano sugli sbarchi che prevede una strategia su tre fronti. Il primo è il ripristino degli accordi di Malta per il ricollocamento volontario dei richiedenti asilo in Europa. Il secondo sono gli accordi bilaterali con Libia e Tunisia. Il terzo è il sostegno della Commissione Europea. Già dai primi di maggio al ministero dell'Interno hanno cominciato a lavorare sui tunisini, visto che si tratta di migranti economici. Fino allo scoppio dell'emergenza quattro voli a settimana partivano con destinazione Tunisi. Mentre chi arriva dalla Libia può fare richiesta di asilo. 

La Stampa spiega oggi che Salvini è contrario al ritorno di operazioni internazionali come Triton, Sophia e Mare Nostrum mentre insiste con gli accordi bilaterali con Libia, Tunisia e Algeria. Ma al Viminale non sono dello stesso parere perché ora è possibile discutere a Bruxelles il ripristino degli accordi di distribuzione su base volontaria sospesi all'inizio della pandemia. Ma ci sono anche problemi politici da risolvere. È vero che le Ong tedesche, francesi e spagnole possono fare pressione sui governi ma in Germania le elezioni a settembre suggeriscono prudenza su questa tematica. 

La prima opzione resta dunque far da soli. Il 20 maggio Lamorgese sarà a Tunisi con la commissaria europea Ylva Johannson. La questione è la Libia, dove la situazione è disastrosa, anzitutto sul piano umanitario. Al Viminale hanno l’impressione che il controllo delle coste sia blando, aggravato da un afflusso crescente di persone dai confini Sud.

Anche altri fronti preoccupano: in Ciad tre settimane fa il presidente è rimasto vittima di un agguato di milizie ribelli. La Turchia attende un segnale dall'Unione Europea per rinegoziare l'accordo per la fgestione dei flussi. Lamorgese farà partire una cabina di regia con Luigi Di Maio (Esteri), Lorenzo Guerini (Difesa) ed Enrico Giovannini (Infrastrutture). 

La cabina di regia del governo Draghi sui migranti

Il dossier non riguarda solo la questione sbarchi. È un dossier che parte da lontano. Innanzitutto dalla situazione di endemica instabilità nel Sahel meridionale. A ciò si aggiungono le difficoltà che il nuovo premier libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibah sta incontrando nell'affermarsi in tutto il territorio dello Stato nordafricano. Non è un caso che il primo viaggio all'estero di Draghi sia stato a Tripoli. E non è un caso che, recentemente, il ministro degli Esteri sia stato in missione in Mali, tra i bacini d'origine dei nuovi flussi di migranti. Lo stesso Di Maio, alla ministeriale degli Esteri del G7 di pochi giorni fa, ha posto sul tavolo il tema immigrazione.

Il Viminale dice che per ora le navi-quarantena bastano ma presto i bandi dovranno essere rinnovati. C'è un dato che, nel governo, appare evidente: il controllo delle coste come in Libia così in Tunisia si sta rilevando inefficace. E lo stesso, si spiega, avviene per le frontiere desertiche a Sud. A ciò si aggiungono le tensioni innescate dall'attacco di giovedì scorso della Guardia costiera libica a tre pescherecci italiani. E gli spari provenivano da una delle imbarcazioni donate dal governo proprio alla Guardia costiera di Tripoli, a testimonianza del caos che ancora regna in Libia.

Con un corollario: la strada dell'Italia per accrescere il suo ruolo in Libia, complice l'influenza di Ankara e la freddezza dei Paesi del Golfo sul nuovo premier Dbeibah, resta in salita. A Palazzo Chigi, in queste ore, regna comunque la prudenza. Se Draghi porrà con forza il tema migranti a Bruxelles è ancora presto per dirlo, spiegano fonti di governo.

Ma come la pensa Draghi sui migranti? Le cronache non registrano molte prese di posizione sul tema, anche se molti ricordano l'intervento al Brussels Economic Forum del giugno 2016 in cui l'allora presidente della Bce toccò (per ridurne la portata) l'argomento dell'immigrazione che combatte il calo demografico: "La popolazione in età da lavoro diminuirà gradualmente nella prossima decade", la crescita dell'occupazione "inizierà a decelerare in un futuro non distante, nonostante decise riforme" e "anche un'immigrazione più elevata del previsto è improbabile che sia in grado di disinnescare il declino della popolazione", disse all'epoca, aggiungendo che "le politiche possono temperare questi effetti attraverso l'integrazione dei migranti", ma bisogna anche "aumentare la produttività".

Come la pensa Draghi sui migranti?

Nella replica al Senato sul tema aveva risposto così: "Mi scuso per non aver esplicitamente sollevato il problema della migrazione; farò qualche osservazione nel merito. Per quanto riguarda il problema, la risposta più efficace e duratura passa per una piena assunzione di responsabilità sul tema da parte delle istituzioni comunitarie ed europee. È d'altronde uno dei dossier politici più rilevanti a livello europeo quello sulle proposte normative presentate dalla Commissione nel settembre dello scorso anno, nell'ambito del cosiddetto Patto europeo su migrazione e asilo. Si tratta di nuove proposte che fanno seguito al fallimento dei negoziati, svolti nel periodo 2014-2019, per la riforma del sistema comune europeo di asilo, ma che non sciolgono lo stallo politico che continua a bloccare l'azione dell'Unione europea, specie sulla declinazione del principio di solidarietà. Permane infatti la contrapposizione tra Stati di frontiera esterna, maggiormente esposti ai flussi migratori (Italia, Spagna, Grecia, Malta e in parte Bulgaria) e Stati del Nord ed Est Europa, principalmente preoccupati di evitare i cosiddetti movimenti secondari dei migranti dagli Stati di primo ingresso nel loro territorio. L'Italia, appoggiata anche da alcuni Paesi mediterranei, come la Spagna, Grecia, Cipro e Malta, propone come concreta misura di solidarietà - per segnare la specificità della gestione delle frontiere marittime esterne - un meccanismo obbligatorio di redistribuzione dei migranti pro quota".

Ci sono però due indizi che posso aiutarci a fare un pronostico sulla politica del governo Draghi su migranti, sbarchi e in generale l'immigrazione. Il primo è che il premier è un fervente cattolico con buoni uffici ed entrature in Vaticano, e quindi difficilmente si discosterà dalle raccomandazioni di Papa Francesco o sfiderà il Pontificato come ha fatto in qualche occasione Salvini.

Il secondo, più interessante, è che Draghi è uno dei pochi in Europa che può vantare un filo diretto con Angela Merkel: con il Whatever it takes salvò l'euro, sì, ma anche la rielezione della Cancelliera. Che gli rese il favore nella battaglia condotta contro la Bundesbank di Weidmann prima e con il ricorso alla Corte Costituzionale tedesca sul Quantitative Easing poi.

A partire dal gesto sui siriani, la politica dell'accoglienza della Germania in questi anni è stata di grande apertura (ed è costata al partito di Merkel anche molti voti oltre alla crescita dell'opposizione interna). A settembre Angela cesserà di essere cancelliera della Repubblica Federale di Germania e, di fatto, di essere la leader storica della Ue e dell’Eurozona dei 15 anni passati. È difficile che Draghi si discosti da quel solco. Specie se vuole prenderne il posto. 

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