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Giovedì, 29 Settembre 2022

Draghi al governo nel 2023 senza passare da elezioni? C'è poco da ridere

La recente scissione di Luigi Di Maio dal M5s rende ancora più affollato il piccolo grande centro della politica italiana, dove prosperano mini-partiti personalistici, di corto respiro e basso o nullo radicamento nel territorio. Partiti che però, con questa legge elettorale, hanno già tutto quel che serve per essere decisivi alle elezioni politiche di primavera. Anzi, dopo le elezioni. Con un obiettivo preciso, non esplicitato né esplicitabile senza l'ok del diretto interessato (che mai arriverà), ma nonostante ciò evidente: far restare Mario Draghi a Palazzo Chigi per tanto, tanto tempo. Sono già sette-otto, a oggi, i "partiti" (Insieme per il futuro, Italia viva, Azione, Coraggio Italia, Alternativa, Verdi, Noi con l'Italia, Più Europa) che, pur essendo avvicinabili a orbite di centrodestra o centrosinistra, possono dire la loro in caso di governi di coalizione che devono cercarsi la maggioranza. Senza contare le liste di centro, ad esempio quella del sindaco di Milano Beppe Sala, che potrebbero essere interessate a presentarsi a livello nazionale nel 2023. Non ci sarebbe nulla di male. Un gruppo di liste e partiti, da Renzi a Calenda passando per Toti, Brugnaro, Fitto e chi più ne ha più ne metta, che trova la quadra per un'offerta politica unitaria alle elezioni politiche, attorno a Mario Draghi, proprio con l'ok esplicito di Mario Draghi.

Ma non succederà. Le attuali fragili coalizioni, centrodestra e centrosinistra, reggeranno, pur zoppicanti, e si presenteranno includendo tre o quattro partitini centristi a testa. Da una parte il campo largo di Letta e Conte, depotenziato dai numeri sempre più inquietanti del M5s e dalla proposta sempre più annacquata di un Pd che pur attestandosi intorno al 20 per cento non è quasi più percepito come realmente "di centrosinistra", ma semplicemente governista. Dall'altra un centrodestra dove l'exploit di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli è tutto da verificare a livello nazionale, dove Salvini non ne azzecca una dal 2019 e dove Forza Italia è ridotta ai minimi termini. Nel mondo centrista, alle elezioni 2023 qualcuno andrà col centrosinistra, qualcun altro col centrodestra. O coalizione o scomparire, tertium non datur. Con l'attuale legge elettorale, è possibilissimo che dalle urne di primavera non uscirà un chiaro vincitore. Il tandem Conte-Letta (magari più Di Maio) o il trio Meloni-Salvini-Berlusconi avranno i numeri per andare a governare il giorno dopo il voto? Dentro al mondo dem c'è chi sostiene che se l’operazione di Di Maio dovesse andare in porto, a sorridere sarebbe tutto il mondo "non di centrodestra". Infatti, divisi, i due universi a 5 stelle, quello moderato e quello più populista, potrebbero raggranellare più voti di quanti ne avrebbero raccolti restando insieme forzatamente. Ma sembra fantapolitica, più del solito. Senza una chiara maggioranza dalle urne, a quel punto, se tutti i partitini di cui sopra avranno superato la soglia di sbarramento (se dentro una coalizione il traguardo è alla portata) inizia la partita vera, quella più succosa, quella in cui si tratta per governare: e non è facile ipotizzare chi avrebbe davvero la capacità o l'intenzione di opporsi a una permanenza di Draghi alla presidenza del Consiglio. 

Sette-otto partiti (quasi) invisibili sul territorio, ma in grado di conquistare (per motivi che varrebbe la pena indagare a fondo) uno spazio mediatico su stampa e tv spropositato rispetto al loro reale peso nel Paese, in grado di fare il gioco politico, di dare le carte. Quantomeno sorprendente. Mara Carfagna di recente ha detto: "Se per area Draghi si intende che dopo un Governo serio deve esserci un altro Governo serio sono assolutamente d’accordo. Serietà, responsabilità, credibilità, di questo il Paese ha bisogno. Penso che il Paese sia stanco, sia stufo di estremismi, di posizioni radicali, di propaganda portata avanti a oltranza. Credo che il Governo Draghi abbia costruito un patrimonio di credibilità e di affidabilità a cui gli italiani difficilmente rinunceranno". Se c'è davvero questo presunto patrimonio di affidabilità e serietà, andrebbe messo alla prova del voto. Pare quasi banale dirlo, ma è così che si dovrebbe procedere in una democrazia che scoppia di salute. Creare una coalizione o qualcosa che vi assomigli, e sottoporre il programma al voto popolare. Tutti questi partiti che, ovviamente solo e soltanto generosamente "per il bene dell'Italia" (sia mai...), si aggrappano a Mario Draghi lo fanno per mascherare la loro evanescenza. Che almeno questo sia chiaro.

Quando Calenda, Renzi, Carfagna & company fanno capire che ci sono margini per creare un’offerta politica liberal-democratica intorno al presidente del Consiglio, lo fanno per purissimo istinto di sopravvivenza. Lo possono fare, sia se Draghi si candiderà sia se non lo farà. Parliamo di strategie legittime in una democrazia parlamentare come la nostra, ma che nulla hanno a che fare con la politica che entusiasma e raccoglie le migliori energie. Basta poi non far finta di stupirsi se alle elezioni l'astensione toccherà nuove vette. È anche così che si alimenta la disaffezione per la politica. A meno che Draghi non sorprenda tutti e decida di presentarsi davvero al cospetto degli elettori, dopo aver riunito i piccoli partiti che lo sostengono apertamente, e scelga di sottoporre la sua proposta politica al voto popolare. Siamo facili profeti: non accadrà. Far "la fine" di Mario Monti non è nei piani dell'ex presidente della Bce. La strada più agevole per un governo da lui guidato dopo la primavera 2023 non passa certo da una sua candidatura in prima persona. E non saranno le smentite di rito, che fioccheranno per mesi, a chiudere il discorso.

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