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Sabato, 26 Novembre 2022
Verso il nuovo esecutivo

Governo Meloni, la grana dei "troppi senatori" nel totoministri: cosa significa

Occhi puntati sul Senato: Fratelli d'Italia sembra intenzionata a indicare Ignazio La Russa come seconda carica dello Stato. Ma per la scelta dei ministri, è sconsigliabile per il centrodestra piazzare "troppi" senatori: è una questione di numeri (e di prudenza)

Al prossimo Consiglio Ue sull’energia ci sarà, il 20 ottobre, ancora Mario Draghi a rappresentare l’Italia. Giorgia Meloni, premier in pectore, per allora sarà probabilmente ancora impegnata nelle trattative per la composizione del governo. Il primo scoglio da superare sono le presidenze di Camera e Senato. Lo schema che Meloni avrebbe in mente è il seguente: a Fratelli d’Italia la presidenza del Senato, alla Lega la presidenza della Camera. Forza Italia verrebbe "compensata" con un ministero di peso ad Antonio Tajani, Interni (su cui Matteo Salvini però non molla) o (più probabile) Esteri.

Fratelli d'Italia vuola la presidenza del Senato

Per Palazzo Madama Fratelli d'Italia sembra intenzionata a scegliere l'ex ministro Ignazio La Russa come seconda carica dello Stato. Il candidato "naturale" per Montecitorio sarebbe invece Giancarlo Giorgetti, ma Salvini ha ribadito che l'eventuale nome leghista lo sceglie lui, e si andrebbe dunque verso Riccardo Molinari, già capogruppo del Carroccio.Torniamo al Senato: la maggioranza di centro-destra qui ha poco più di dieci voti di scarto. Meloni considera prioritario garantire la stabilità del Senato, un presidio fondamentale nel ramo del Parlamento dove si prevedono le maggiori tensioni nel corso della legislatura (la maggioranza alla Camera è talmente ampia da non preoccupare).

Meloni non ha ancora rinunciato a convincere Fabio Panetta, della Bce, per il ministero dell’Economia. Non si esclude però nemmeno la riconferma di Daniele Franco. Lo snodo fondamentale resta prorpio questo, il Tesoro. Senza un nome all'altezza, in grado di rassicurare sia il Quirinale sia l'Europa, il governo partirebbe zoppo. Altro scontro in vista sulla Giustizia, dove Meloni vorrebbe piazzare Carlo Nordio, mentre Salvini punta su Giulia Bongiorno per quel dicastero. Sia Silvio Berlusconi che Matteo Salvini hanno detto chiaramente di non volere un governo con troppi tecnici. Gli alleati vogliono avere voce in capitolo, vogliono inoltre evitare di ritrovarsi come è accaduto con Draghi, con ministri del proprio partito subìti e non scelti dai capi partito.

Il problema numerico in Senato

Ma c'è anche altro. Ieri Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi, è tornato su un "problema numerico" di cui tenere conto a causa del taglio del numero dei parlamentari. "Troppe persone al governo che devono stare in Aula - spiega - rischiano di non garantire la serietà della maggioranza". In ogni caso, assicura, "sarà un governo politico" composto da persone "di qualità". Di questo dettaglio avevamo già scritto il 30 settembre, è interessante tornarci su perché il problema forse non è ancora stato evidenziato a dovere. Di che cosa stiamo parlando?

La maggioranza di centrodestra in Senato è solida ma non oceanica, una decina abbondante di voti di scarto. Sconsigliabile far diventare ministri troppi senatori, perché i ministri spesso non sono presenti in parlamento e nei lavori in commissione (e nelle votazioni), e rischiare di indebolire la maggioranza già a inizio legislatura è una pessima idea. E invece in questi primi giorni di totoministri circolano e continuano a circolare molti nomi proprio di senatori: Ronzulli (per lei Berlusconi chiede un dicastero e il più probabile è la Salute), Bongiorno (nome di Salvini per la Giustizia), Bernini, Pera, Fazzolari, Terzi, Urso, Salvini (che potrebbe finire a Trasporti, Sviluppo economico o Agricoltura), Centinaio, Stefani. Se una decina di senatori diventa ministro, la maggioranza perde spessore e solidità di colpo. Tra i nomi suddetti, non più di tre o quattro saranno ministri, forse meno; lo suggerisce il buonsenso.

In sostanza, non dovrebbero esserci grandi problemi di numeri. Tuttavia la prudenza suggerisce a Giorgia Meloni di affidare solo alcune, poche posizioni chiave, ma determinanti (Viminale e Tesoro, possibilmente) a dei tecnici: sia perché il profilo dell'esecutivo sarà il primo test che dovrà superare nello scenario internazionale, sia perché avere un certo margine di maggioranza in Senato è una mossa prudente. La questione dei tecnici è delicata, perché tali figure non dovrebbero, nei piani del centrodestra, togliere cuore politico a un governo che arriva dopo una vittoria cristallina. Pochi tecnici ma buoni, insomma. E per le altre caselle una manciata di senatori, e poi deputati. Se invece ci saranno altri tecnici nel governo, dovranno essere per forza di cose politicamente molto identificabili.

Per quanto riguarda consultazioni e formazione del governo "bisogna cercare di fare presto, ci sono troppe scadenze importanti", ha detto ieri sera Giorgia Meloni lasciando i suoi uffici alla Camera. Sbagliare le prime mosse sarebbe difficile da spiegare al proprio elettorato.

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