Venerdì, 26 Febbraio 2021

Il partito di Conte che fa paura a Pd e M5S (e a Renzi)

Se la crisi aperta dal leader di Italia Viva avesse come unica soluzione il voto il presidente del Consiglio potrebbe creare una sua lista e presentarsi alle urne come alleato di Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle. Ma c'è un problema

Se il governo cade e si va a elezioni il Partito Democratico e il MoVimento 5 Stelle si presenteranno con Giuseppe Conte candidato? L'idea è circolata nei giorni scorsi in ambienti della maggioranza (uno dei primi a parlarne apertamente è stato il ministro della Cultura Dario Franceschini, ma anche Nicola Zingaretti non sembra ostile all'idea) e oggi torna d'attualità dopo che Matteo Renzi ha decretato la fine del governo Conte 2. Ma i sondaggi dicono che se davvero l'inquilino di Palazzo Chigi scendesse in campo prenderebbe voti proprio a Pd e M5S. 

Il partito di Conte che fa paura a Pd e M5s (e a Renzi)

Un passo indietro. Come ricorda oggi il Corriere della Sera, storicamente ai presidenti del Consiglio senza partito che hanno deciso di partecipare alle elezioni non è mai andata benissimo: da Dini a Monti le esperienze di partiti del premier non hanno mai sfondato alle urne in questi anni, anche perché hanno dimostrato di non riuscire ad andare oltre l'elettorato di riferimento della maggioranza che li ha appoggiati. Il partito di Conte è stato testato in più occasioni dai sondaggisti: Alessandra Ghisleri di Euromedia Research lo ha valutato intorno al 4-6% alla fine dell'estate mentre per Fabrizio Masia di Emg il consenso elettorale del premier si trova in una forchetta che va dall'8 al 12%.

Nando Pagnoncelli di Ipsos spiega che la sua casa di sondaggi non ha mai testato il potenziale del premier alle urne, ma poi riflette: "Come spesso accade nelle situazioni di emergenza, una parte del consenso per l'operato del premier proviene da elettori dell'opposizione e dagli astensionisti (che rappresentano circa il 4o per cento dell'elettorato). Quasi tutti costoro continuano poi a votare per il partito che sentono più vicino o continuano a volersi astenere. Infatti, un conto è operare da premier che non è iscritto a un partito, un altro è entrare nella competizione elettorale". Anche Ghisleri fa notare che i consensi di Conte arrivavano nelle sue rilevazioni soprattutto da Pd e M5S. Secondo Pietro Vento di Demopolis il premier oggi è apprezzato all'80% dai due elettorati, ma i giudizi positivi nei suoi confronti si riducono al 5% tra chi vota Lega e Fratelli d'Italia. Ciò nonostante, se si votasse alla Camera il partitto di Conte secondo Demopolis otterrebbe il 10%, ma il 5-6% arriverebbe dai grillini, qualcosa anche da Forza Italia e nulla dal resto del centrodestra. 

Il partito di Conte toglie consensi agli alleati?

Il pericolo più concreto attualmente è quindi che il partito di Conte finisca per togliere consenso agli alleati senza portare a casa voti del centrodestra. Che quindi vincerebbe le elezioni a mani basse e si troverebbe con la maggioranza necessaria per eleggere il presidente della Repubblica. Eppure Conte, secondo due ministri del Pd e del M5S citati oggi in un retroscena da La Stampa, sta pensando davvero di creare un suo partito se la crisi aperta da Renzi portasse alle urne. 

I due partiti che verrebbero guidati alle urne dal premier alla testa di un'inedita alleanza. Ma attenzione: lo schema di gioco potrebbe produrre anche un Conte alla testa di un rinnovato MSS, separato dall'ala movimentista, in un'alleanza sempre a tre punte, Pd-Lista Conte-grillini movimentisti. Questo anche perché in un'avventura elettorale potrebbero seguire il premier esponenti 5S più "governativi", come i ministri Patuanelli e D'Incà (forse anche altri) e decine di parlamentari, che hanno maturato esperienze nelle istituzioni e che Zingaretti sarebbe pronto alle urne per porre fine ai ricatti dei renziani non vogliono abbandonare la politica dopo il secondo mandato.

Nei colloqui riservati, giorni fa il premier diceva che «se devo restare in politica non posso prosciugare altri fiumi», perché non vorrebbe andare contro i pentastellati e pescare nello stesso bacino di voti. Mentre se cedesse alla tentazione di provare a mettersi alla testa dei 5 stelle, la sua presenza potrebbe attrarre il voto moderato che i grillini hanno perso.

C'è chi in questa ottica riflette e ricorda che quello di Dini fu sì un partito che ebbe poca fortuna a livello elettorale, ma con i suoi pochi voti aiutò comunque alla fine la vittoria di Romano Prodi nel 1996. Il problema è che le elezioni, nel caso, non potrebbero arrivare prima di giugno-luglio mentre il semestre bianco comincia il 3 agosto. Di soldi da spendere ce ne sono tanti (il Recovery Plan, per esempio) ma di tempo ce n'è davvero poco. 

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