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Mercoledì, 17 Aprile 2024

Charlotte Matteini

Opinionista

Studiano, lavorano e pagano le tasse: per la Meloni non sono italiani

Mihaela Marian ha 26 anni e vive in Italia da quando ha 10 anni. In Italia è cresciuta, ha studiato, si è laureata e non ha più ormai alcun legame con il suo Paese natìo: la Moldavia. Nonostante ciò, Mihaela a tutt’oggi non ha ancora la cittadinanza italiana e si ritrova privata di alcuni diritti essenziali. Vorrebbe fare l’insegnante, racconta in un video divenuto virale su Tik Tok e su Twitter, ma nonostante abbia concluso il proprio percorso di studi, Mihaela non può tentare - e non potrà farlo ancora per molti anni - la partecipazione a qualsiasi tipo di concorso pubblico. Perché non ha ancora la cittadinanza.  

“Arrivo in Italia a 10 anni. Studio in Italia per 15 anni: elementari, medie, superiori e università. In Moldavia non ho praticamente più nessuno, né amici, né parenti, né familiari”, spiega Mihaela, raccontando le varie fasi burocratiche che dovrebbe affrontare per presentare la richiesta di cittadinanza e i relativi costi. Una volta raccolto tutti i documenti e pagato i relativi bolli e imposte, la domanda viene inoltrata e per essere presa in considerazione passano circa quattro anni. Non accettata, presa in considerazione. “Fatte queste premesse, se avrò la cittadinanza, avrò 30 anni inoltrati. Non posso partecipare ai concorsi pubblici perché non ho la cittadinanza. Però ho studiato in Italia come insegnante, ho il titolo e anche l’idoneità all’insegnamento, ma non posso insegnare. O meglio, posso fare la supplente, ma non l’insegnante di ruolo”, rimarca Mihaela, che infine si rivolge direttamente alla leader di Fratelli d’Italia: “E allora io mi chiedo, se io non sono italiana, anche se sono cresciuta qui e ho amici e parenti, ma non sono neanche moldava perché non ricordo quasi niente di quel posto, Giorgia Meloni cosa sono io?”.  

Una storia comune a tantissimi ragazzi e ragazzi della cosiddetta “seconda generazione”, figli di immigrati arrivati in Italia negli anni '90 e primi anni 2000, cresciuti in Italia, che hanno studiato in Italia e vissuto qui praticamente tutta la loro vita e che per aver riconosciuto il proprio diritto alla cittadinanza devono affrontare un calvario burocratico lungo anni. Nonostante siano cresciuti qui, abbiano studiato qui, lavorino qui e paghino le tasse qui, questi giovani non possono nemmeno esercitare uno dei più basilari diritto della democrazia: quello di voto. Perché nonostante vivano qui da decenni, essendo in possesso solamente di un permesso di soggiorno, il diritto alla rappresentanza, è precluso loro.  

Da anni in Parlamento si discute di riforma della cittadinanza. Nonostante svariati parlamentari abbiano nel corso del tempo depositato dei disegni di legge per modificare l’iter di ottenimento della cittadinanza e nonostante, stando ai sondaggi, oltre due terzi dei cittadini sarebbe favorevole all’introduzione del principio dello Ius Scholae - che prevede il riconoscimento della cittadinanza ai minori che abbiano completato uno o più cicli scolastici senza dover attendere la maggior età per fare domanda - in Aula non si è mai riusciti ad arrivare ad un accordo. Perché? A causa dell’insensato ostruzionismo della destra. Una destra brava solamente a parole a sostenere di non essere razzista e di non avere alcun tipo di preclusione contro gli immigrati regolari che vengono in Italia per studiare, lavorare e vivere secondo le regole, ma che alla prima occasione fa invece di tutto per negare il basilare diritto alla cittadinanza e alla rappresentanza anche a quelli che dicono di voler sostenere.  

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