Gli effetti del jobs act

E' stata la riforma più contestata e più incisiva della legislatura. Favorevoli e detrattori si dividono nel giudizio. Il futuro del jobs act sarà nei risultati delle elezioni politiche del 4 marzo

La riforma del mercato del lavoro, il noto e discusso Jobs Act, è uno dei temi che ha acceso in modo energico i dibattiti politici degli ultimi anni. Molte voci si sono spese in giudizi e valutazioni su questa riforma, in virtù della sua natura strutturale, delle innovazioni introdotte, ma anche a causa delle note di carattere ideologico che è andata immancabilmente a toccare. A distanza di tre anni dalla sua approvazione, è possibile valutarne la logica ed elaborare un giudizio sulla sua efficacia?

Gli obiettivi del Jobs Act

La riforma è nata con l'intento di modernizzare le regole e le istituzioni del mercato del lavoro. La struttura del Jobs Act si basa su due pilastri: flessibilità e sicurezza sociale. In quest’ottica, l’introduzione del contratto a tutele crescenti ne rappresenta una buona sintesi. Accanto ad esso, sono state poste in essere una serie di misure organiche e complementari tra loro: l’abolizione dei co.co.pro e lo sfoltimento delle forme contrattuali atipiche, l’assegno di ricollocazione e gli investimenti nelle politiche attive di ricerca del lavoro, l’introduzione dell’equo compenso, l’abolizione delle dimissioni in bianco e l’ampliamento della platea e delle dimensioni dei sussidi di disoccupazione.

Jobs Act, quello che non va

I detrattori della riforma sostengono che il ridimensionamento dei diritti dei lavoratori non porti ad alcun beneficio in termini occupazionali. I recentissimi dati Istat, in realtà, ci consegnano una fotografia diversa: gli occupati continuano a salire (+156 mila a gennaio sull’anno), la disoccupazione giovanile a scendere (dal 42,4 % al 31,5) e l’occupazione femminile ha raggiunto il livello record del 49,3%. Per proseguire su questa strada, occorre agire con azioni che aggrediscano le zone ancora grigie del mercato del lavoro e qui le proposte delle forze politiche differiscono e differiscono anche sull'abolizione o sul mantenimento, anche parziale, del jobs act.

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Le proposte dei partiti

Il Pd propone di ridurre il costo del lavoro per il tempo indeterminato a tutele crescenti di 1 punto all’anno per 4 anni, così da abbassare il costo dei contributi al 29% rispetto all’attuale 33%; introdurre il salario minimo universale, così da far costare di più il lavoro temporaneo se usato in maniera reiterata e istituire una buonuscita compensatoria, che l’impresa dovrà pagare a un lavoratore che non viene stabilizzato. Il centrodestra sostiene che il tema dell’occupazione si affronta con misure come la revisione del Codice degli appalti, gli incentivi all’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro, la tutela del lavoro delle giovani madri e la volontà di raggiungere l’obiettivo della piena occupazione per i giovani attraverso stage, lavoro e formazione. Il Movimento 5 Stelle continua invece a puntare tutto sul salario minimo garantito, l’implementazione dello smart working e il potenziamento dei Servizi pubblici per l’impiego. Liberi e Uguali propone invece di superareil Jobs Act e di ripristinare l’art.18.

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