Sabato, 16 Ottobre 2021
Capitani e colonnelli

Salvini e Giorgetti sempre più divisi: come cambia il futuro della Lega

Il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti è sempre più allineato alla posizione del Governo sul Green Pass, mentre il segretario del Carroccio Matteo Salvini frena sempre e rilancia con i tamponi. La Lega in calo nei sondaggi non è più un monolite

Una Lega (di Giorgetti) di governo e una Lega (di Salvini) per la piazza: il partito dei lumbard vive la più travagliata delle stagioni e a due settimane dalle elezioni la poltrona di Salvini potrebbe non essere più inattaccabile. Ma andiamo per gradi. 

Forse nella Lega guidata dal segretario Matteo Salvini, la cui leadership non è in discussione a sentire tutti gli esponenti del Carroccio. Magari è anche vero che non ci siano grosse fibrillazioni, ma il partito fondato da Umberto Bossi, che tra l’altro ieri ha compiuto 80 anni, non sembra più il monolite di sempre, almeno agli occhi di chi guarda con attenzione la politica. Si possono chiamare anime, sensibilità. Qualcuno esasperando le potrebbe anche chiamare correnti. Ma è sicuro che nella Lega non tutti hanno lo stesso approccio all’emergenza della pandemia da coronavirus. 

La Lega sempre più divisa al suo interno

Il vicesegretario della Lega e ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti, all’inaugurazione del Micam-Mipel alla Fiera di Rho, ha assicurato che con il Capitano va "d’amore e d’accordo". Nessuna frizione. Però rilancia il suo approccio alla questione del Green Pass: "Le decisioni difficili assunte dal Governo, come l’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro, sono volte non a limitare la libertà, ma ad aumentare la libertà e l’incontro. Abbiamo fatto queste misure per riaprire". Dunque Giorgetti non si limita a sostenere il certificato verde. Sposa l’approccio di Governo, emerso con chiarezza nell’ultima conferenza stampa dello scorso giovedì, quando il Ministro alla salute Roberto Speranza, aveva detto che l’estensione del Green Pass è il modo per dare "una spinta alla campagna vaccinale". Tradotto: ripercussioni più pesanti sulla vita degli indecisi (la sospensione dello stipendio per dirne una) per indurli a fare il vaccino.

Bene. Non pare proprio che Salvini sia così allineato a questo approccio governativo visto che, nelle ore successive all’annuncio dell’estensione dell’obbligo del Green Pass, il suo commento è: "Mi fido di Draghi". Dunque la sua non è una posizione di convincimento, ma un atto di fede. Tanto che nelle ore successive ha anche precisato che "la situazione è sotto controllo, le terapie intensive sono vuote al 95%, vediamo di arrivare a ottobre e poi se la situazione sarà migliorata ne trarremo le conseguenze", rilanciando i tamponi gratuiti per tutti. 

Se ne potrebbe contare anche una terza di posizione, che è quella del Presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che è a favore del Green Pass senza se, ma con un “ma”. “Per noi il Green Pass è semplicemente uno strumento per riattivare l'economia. L'alternativa sono le chiusure”. Insomma sì al passaporto verde, ma come il fine, quello degli interessi di imprenditori e commercianti, che giustifica i mezzi. 

La segreteria di Salvini non è un dogma 

Allora non sarà un partito spaccato, non sarà in atto una guerra fratricida. Ma è evidente come la posizione di Giorgetti, convintamente in linea con le decisioni del Governo, non sia quella del suo segretario di partito. Quindi Salvini in bilico sulla poltrona di segretario? Tutti, da Borghezio a Zaia, non hanno dubbi sul fatto: l’uomo che ha portato la Lega dal 4 al 40% non è in discussione. Ma rischia di essere una frase di circostanza. 

Primo perché non si può far finta che la Lega, da quando è dentro il Governo, è scivolata nei sondaggi, prima dietro Fratelli d’Italia e adesso dietro il Partito Democratico. Secondo perché i partiti non sono reami, bensì mezzi, lo dice la Costituzione, attraverso i quali il popolo partecipa alla vita politica del Paese. E' lecito pensare che in un grande partito come quello della Lega ci siano anime e opinioni differenti. E' lecito che, di fronte ad una sfida come quella della pandemia da Covid, ci siano persone con approcci differenti.

Terzo perché, se prendiamo per buona l’analisi del professor Marco Valbruzzi, vediamo come Salvini stia giocando una partita, che può anche perdere. Proprio a Today, il politologo e coordinatore della Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo a Roma aveva spiegato l’ambiguità di Salvini e il doppio ruolo di lotta e di governo come la conseguenza di una operazione di campagna elettorale, volta ad inseguire contemporaneamente due elettorati che si muovono parallelamente e in direzioni opposte. 

Dunque se la Lega non è un reame ma un partito, non è un dogma che Salvini detti una linea politica, che questa consista nel tentativo di raccogliere tutti gli ex 5 Stelle e Forza Italia e che questa partita, giocata anche con l’ambiguità di chi non invita mai con decisione i propri elettori a vaccinarsi, possa stressare le divergenze interne. 

Contrapposizioni che potrebbero far saltare i nervi se alle prossime elezioni comunali, la Lega dovesse andare male. A quel punto non ci sarebbe nulla di scandaloso se qualcuno, dopo una sconfitta, decida di chiedere l’aiuto di un congresso. Perché è vero che oggi siamo ammaliati dalle figure dei leader, ma in teoria siamo ancora in una Repubblica Parlamentare e se un segretario sbaglia, si può anche mettere in discussione in modo democratico. Semmai è anormale il contrario, cioè che nei partiti si vada avanti per anni senza congressi. Sempre per il fatto che sono strumenti di democrazia, non il regno di esseri mitologici a cavallo fra il leader e il supereroe. Non stupiamoci se, con la Lega in costante perdita di consenso, la prova imprtante delle elezioni comunali alle porte e più voci dissonanti al proprio interno, qualcuno possa alzare la mano e proporre una fase di confronto interno. 
 

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