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Sabato, 27 Novembre 2021
L'analisi

Il futuro della Lega passa per il Veneto: la resa dei conti Salvini-Giorgetti è solo rimandata

Il segretario del Carroccio sembra aver ricucito le due anime del partito e rilancia con le primarie del centrodestra e il mini congresso. Ma è un'illusione ottica: la Lega è sempre più spaccata

Se c’era una miccia accesa, Matteo Salvini è riuscito a disinnescarla, almeno per ora. In un colpo solo ha raccolto il consenso di tutto il consiglio federale e incassato le “scuse” della sua spina del fianco: il Ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti che, nel suo intervento, avrebbe ribadito totale fiducia nella strategia del segretario Salvini. Ciò non toglie che la Lega ha un problema gigante: il partito è diviso. La polarizzazione è determinata da due fattori, uno storico e l’altro politico. Da una parte la pandemia di coronavirus e dall’altra la scelta di far parte del Governo di Mario Draghi. Sono due elementi diversi, ma complementari. Il Covid ha portato a vaccini e Green Pass e, come ci sono leghisti contro il passaporto verde e in continuo ammiccamento nei confronti del popolo no vax, ci sono anche leghisti che si dichiarano “sì vax e sì Pass”. Far parte del Governo non aiuta a chi tenta di capire. Ma come? Questo è l’esecutivo delle chiusure, della campagna vaccinale del Generale Figliuolo e del Green Pass in versione estrema, per cui se non ti vaccini, non lavori. Difficile poi andare nelle piazze e contestare ogni forma di restrizione. Eppure Salvini ci riesce. Ma il problema resta. Tuttavia lui non sembra per niente isolato. Il popolo della Lega riconosce in lui il leader maximo perché, è il leitmotiv dalle Alpi alle Ande, “resta quello che ci ha portato dal 4% al 20%”. Salvini è saldo, ma la Lega non è più un monolite.

Verso la resa dei conti fra Salvini e Giorgetti 

"Io mi meraviglio che certi miei colleghi possano sostenere tesi come quelle di Claudio Borghi. – dice una fonte parlamentare della Lega – Lui, che è una persona di grande spessore come ce ne sono poche, la pensa così e va bene, io la penso all’opposto. Poi è difficile spiegare come mai nel Governo votiamo il Green Pass e poi facciamo dichiarazioni opposte; ascoltiamo Massimo Fedriga, che governa una regione con un tasso di diffusione del Covid quattro volte la media nazionale, rischiando di passare a zona gialla e poi facciamo discorsi no vax. Qui si cerca di portare a casa capre e cavoli, ma così non portiamo a casa nulla".  

Ecco appunto Fedriga. Non è un caso come in questi discorsi spunti puntuale il nome di un Governatore o un amministratore locale. È lì il problema perché la coperta è corta. Mentre il Salvini populista tiene saldo il consenso nazionale, il suo alter ego in giacca e cravatta non piace più come una volta al Nord. In Lombardia e Friuli Venezia Giulia ha perso appeal. Poi c’è il Veneto. Qui è in corso una vera e propria faida. Se dopo il botto delle ultime elezioni comunali, scricchiola il centrodestra, alle prossime nel 2022 rischia il Carroccio. La crepa si vede bene se si poggia la lenta di ingrandimento sulla città di Padova e, più in generale in Veneto.

Il destino della Lega passa per Padova e il Veneto

La scelta del candidato sindaco per il centro destra a Padova sta mettendo in risalto quelle spaccature. Padova è l’unica città del Veneto a non essere amministrata dal centrodestra. Il sindaco, un civico come piace definirsi a lui, è Sergio Giordani: un imprenditore molto noto, anche oltre i confini della città del Santo, alla quale è legatissimo, tanto che, da Presidente del Padova, negli anni novanta, portò i biancoscudati in serie A. Giordani è riuscito nell’impresa di mettere insieme tutto il centrosinistra e succede a Massimo Bitonci, uomo di punta della Lega padovana, che però, dopo meno di due anni di reggenza, ha dovuto passare la mano per via di una operazione manovrata dagli alleati. Soprattutto da Forza Italia. Infatti fu il senatore Marin uno dei più accaniti sostenitori della caduta di Bitonci. Alle elezioni, la vittoria fu più netta di quanto si pensasse, anche se arrivata dopo il ballottaggio. Bitonci poi ha preso la strada per Roma, dove è stato sottosegretario del governo giallo verde.

Giordani è un osso duro da battere, lo sostiene anche Luca Zaia con il quale ha sottoscritto diversi accordi, soprattutto quello sul nuovo polo ospedaliero che dovrebbe sorgere a Padova Est. Per Zaia, grande appassionato di cavalli, "per battere un purosangue come Giordani ci vuole un Varenne". Frase che ha pronunciato più volte negli ultimi mesi. A chi manda questo messaggio il Presidente della Regione Veneto? Matteo Salvini. Tra i due, anche se nelle uscite pubbliche fanno di tutto per non darlo a vedere, non corre affatto buon sangue. E la pandemia, il Covid, che ha visto Zaia in prima fila nel contrastare la diffusione in Regione, ha acuito le distanze. Salvini, sempre stando alla realtà veneta, ha addirittura proposto il rientro in Lega di Flavio Tosi: uno che, Luca Zaia come anche Roberto Marcato (il politico più votato del Veneto) non vogliono neppure sentire nominare. Marcato è stato uno dei fedelissimi di Salvini. Per risposta Salvini lo ha fatto dapprima sparire da ogni trasmissione tv, dove era solito essere invitato, poi è arrivato a proporre il rientro in Lega di Tosi, che in realtà in regione nessuno vuole. La Lega del Veneto è fortemente arroccata attorno alla figura di Luca Zaia, che però dopo questo mandato non potrà più ripresentarsi. Se si pensa al dopo Zaia, manca ancora del tempo, figuriamoci se non si pensa a chi piazzare come alternativa al centro sinistra a Padova. Se Zaia si augurava un “Varenne”, Salvini invece spinge per una figura che sia fuori dai partiti.

Chi è Francesco Peghin, il "romano" che i leghisti veneti non vogliono

Così dal cilindro è uscito il nome di Francesco Peghin, 57 anni, originario di Udine ma da sempre residente all’ombra del Santo, titolare della Blowtherm spa (azienda specializzata nella produzione di impianti di verniciatura e sistemi di riscaldamento industriali), già presidente di Confindustria per l’intero territorio euganeo, del Parco Scientifico e Tecnologico Galileo, della Fondazione Nordest e del Museo della Medicina nonché, passando all’ambito sportivo, leader di Assindustria Sport. È stato anche campione del mondo di vela nel 1995 e nel 1996 e vicepresidente del Calcio Padova, quando al vertice del club biancoscudato c’era il vicentino Marcello Cestaro, patron del gruppo Unicomm spa. Il nome arriva direttamente da Roma e a proporlo sono state le segretarie dei partiti di centro destra, senza però un confronto con chi vive nel territorio. Se la cosa non ha creato alcun imbarazzo a Forza Italia e Udc, dove si fa quel che decide il senatore De Poli, qualche malumore si è sentito arrivare da Fratelli d’Italia. Ma la vera bomba è esplosa nella Lega perché chi vive e fa politica in Veneto non vuole un nome catapultato da Roma. Soprattutto se non è Varenne.

Insomma Salvini è in difficoltà in un Nord che non si riconosce più nelle sue battaglie. Ecco perché, voci interne alla Lega parlano di un Giorgetti pronto a rilanciare per creare una partito più simile al vecchio Popolo della libertà, capace di attrarre anche i moderati e i resti di Forza Italia, data per morta dopo la prossima elezione del Presidente della Repubblica. A Salvini serve un centrodestra unito. Per cui ecco l'idea delle primarie: "Laddove c'è un accordo" il piano è convergere, in caso contrario, facciamo le primarie e chiediamo ai cittadini" ha detto il segretario del Carroccio. Intanto deve anche ricucire il fronte interno. Ci prova con i congressi cittadini, pronti a partire a dicembre. Serviranno a ribadire la sua leadership e la sua linea, tra cui il rinnovo dell'amicizia con Orban e Morawiecki. Ma, come ha detto l’ex direttore de La Padania Gigi Moncalvo, il confronto finale "non può più aspettare". Un "congresso si tradurrebbe però in un suicidio dell’intera Lega". Dunque, congresso sì, ma non nazionale. Sarà forse un diversivo, ma così Salvini può prendere tempo. La resa dei conti è solo rimandata.

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