Lunedì, 26 Luglio 2021
Politica

Le lobby in Italia, la trasparenza è un flop: il registro della Camera così serve a poco

La Camera dei deputati ha reso consultabile l’elenco dei portatori di interesse ad oggi iscritti al registro delle lobby di Montecitorio, ma all'appello mancano i gruppi più importanti e molte altre informazioni. Un buon inizio, ma c'è ancora tanto da lavorare prima di parlare di trasparenza

Foto di repertorio

Lobby, queste sconosciute. Eppure sono sempre al centro dei processi decisionali, sempre al posto giusto e al momento giusto, facendo pendere il famoso ago della bilancia, dove gli fa più comodo. Ma cosa sono le lobby? Come operano in Italia?

“Gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi” (Treccani)

La definizione ufficiale può venirci in aiuto per capire di cosa stiamo parlando, un tema che in Italia ha più ombre che luci, nonostante la recente pubblicazione del registro della Camera. L'elenco, che dovrebbe rappresentare un segno di trasparenza, è invece ricco di imprecisioni e di mancate informazioni, tali da renderlo pressoché inutile. La lista si presenta come una serie di schede in formato non aperto, con alcune informazioni base, come il nome dell'azienda, il titolare e la sede, a cui vanno aggiunte altri dati come il titolare degli interessi per cui opera e i soggetti che si intende contattare. 

Per la prima di queste due domande la risposta più ricorrente è “se stesso”, mentre per la seconda troviamo spesso un generico “deputati”. Tutt'altro che una sorpresa visto che parliamo della Camera dei deputati. Il problema alla radice è forse nel modulo da compilare per la registrazione, in cui i campi sono liberi, fattore che rende molto discutibile la validità delle risposte. 

Di fronte a questo risulta difficile parlare di trasparenza, se le informazioni date sono difficili da riutilizzare, poco interessanti e dubbiose. Ovviamente ogni richiesta viene minuziosamente analizzata prima di venire accettata, ma esistendo in Italia degli esempi di elenchi di portatori d'interesse fatti in maniera pregevole, non è chiaro come mai la Camera abbia deciso di adottarne uno così scarno. 

Chi manca e chi c'è

Nella lista, composta da circa 125 iscritti, mancano all'appello nomi altisonanti e di rilievo. Basti pensare a Cattaneo Zanetto, alla Bistoncini & Associati o alla Open Gate, tre delle principali aziende che curano interessi di decine di gruppi, nazionali e non, sempre a caccia di un contatto all'interno del Parlamento. Il fatto che al debutto del registro manchino proprio i nomi più influenti è un secondo sintomo negativo sulla serietà di questa iniziativa. Togliendo per un attimo lo sguardo da chi manca, nell’elenco è possibile trovare anche colossi come Eni, Enel, Tim, Vodafone, Rai, Sky o associazioni dei costruttori come Ance e Confedilizia, fino ad arrivare ad ong come Emergency. 

Un piccolo passo

Come detto in precedenza, quella delle lobby è una materia non regolata in Italia, ma che nel 2016 ha visto nascere il primo regolamento che disciplina l'attività di lobbying, testo che ha aperto la strada alla nascita del registro ufficiale. Con l'introduzione delle nuove regole i lobbisti hanno perso la libertà di vagare per Montecitorio e sono stati relegati in uno spazio dotato di attrezzature informatiche. 

Al registro possono iscriversi sia persone fisiche che giuridiche, aziende, imprese, organizzazioni non governative, sindacati e associazioni. L'importante è essere maggiorenni e non aver subito condanne definitive per reati contro la pubblica amministrazione o la fede pubblica o il patrimoni negli ultimi 10 anni. 

Gli altri registri 

Ma se quello della Camera lascia un tantino a desiderare, abbiamo in Italia altri due registri dei portatori d'interesse fatti in maniera più adeguata. Due esempi da cui si sarebbe potuto prendere spunto anche in questa occasione: parliamo dei registri introdotti a settembre del 2016 da Carlo Calenda, per il ministero per lo Sviluppo economico e a maggio del 2017 da Marianna Madia, per il ministero della Pubblica Amministrazione

Entrambi sono facilmente consultabili e la fase di registrazione è guidata con risposte suggerite, che rendono più semplice ed immediata la comprensione del fenomeno. Inoltre tutti e due i registri permettono di 'scrutare' l'agenda del ministero, con l'elenco degli incontri con le organizzazioni iscritte, con tanto di date e argomenti discussi. Un esempio di trasparenza sicuramente superiore rispetto a quanto visto nel registro della Camera.

Le Lobby in Europa

Nonostante la Bce non veda di buon occhio il fenomeno del lobbismo, in Europa esiste dal 2008 un registro che monitora le attività dei rappresentanti d'interesse, in cui ad oggi figurano quasi 10mila organizzazioni accreditate. Come è possibile leggere nel minidossier di OpenPolis sulle Lobby dal titolo “Vedo e non vedo”, l'Italia non è l'unica nazione europea a non aver regolamentato questo fenomeno. Soltanto sei Paesi, Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Regno Unito e Slovenia, hanno una legge che regola il lavoro delle lobby. Ma non è oro tutto quello che luccica, infatti anche il registro europeo ha i suoi difetti, tanto che da anni esistono organizzazioni come Alter-Eu e Transparency International, che si battono per potenziare questo strumento.

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L'iscrizione a tale registro è volontaria e non obbligatoria, inoltre molte organizzazioni compilano male il questionario, falsando quindi le informazioni e creando delle anomalie. Ad esempio esistono migliaia di organizzazioni che sostengono di pagare il loro dipendenti meno del minimo sindacale, oppure alcune che sostengono di non essere interessate a nessuna iniziativa o che addirittura dicono di spendere oltre 10 milioni di euro l'anno per l'attività di lobbying. Basti pensare a due casi italiani: l'Università dell'Aquila è l'organizzazione italiana che spende di più a Bruxelles, mentre l'Università di Pavia è quella con più lobbisti (1904). 

Più trasparenza, per davvero

Come si vede dall'infografica contenuta nel minidossier di OpenPolis, sono molte le differenze tra i testi del registro europeo, il regolamento della Camera e il ddl Orellana sulle lobby.

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Differenze che rendono chiare le varie interpretazioni di una materia così complessa e spesso misteriosa. Visto che le lobby sono sempre più centrali nei processi decisionali che avvengono nelle stanze della politica, sapere chi ha deciso cosa e perché, mette i cittadini nella posizione di poter giudicare l'operato di chi è al potere. Un diritto alla trasparenza che ogni cittadino possiede, ma che troppe volte finisce per essere dimenticato.

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