Giovedì, 28 Ottobre 2021

La doppia morale dei moralisti al potere

Il caso Morisi (innocente come tutti fino a prova contraria) ha riacceso il dibattito su un tema vecchio come il mondo che ha a che vedere con l'ipocrisia di cui si nutre il dibattito pubblico e che condiziona le scelte stesse della politica. Il modo in cui l'ex guru social della Lega è stato difeso a spada tratta da Salvini ("sono problemi che riguardano la vita privata di una persona", e ancora "quando un amico sbaglia e commette un errore […] gli allunghi la mano, per aiutarlo a rialzarsi") ha fatto storcere più di qualche naso. Non perché le parole di Salvini siano di per sé sbagliate (non lo sono affatto), ma perché tanta condiscendenza arriva fuori tempo massimo.

Così come ha fatto storcere più di qualche naso il fatto che sia stato proprio un uomo del Carroccio, un partito che ha fatto della difesa dei valori tradizionali uno dei suoi cavalli di battaglia, ad essere coinvolto in una vicenda che non sembra proprio edificante.

Ciò che viene da più parti contestato a Morisi (e allo stesso Salvini) non è l'aver razzolato male, ma l'aver predicato tutt'altro che bene. I post bercianti che negli anni la Lega ha riservato a immigrati, rom, avversari politici e chiunque fosse implicato in vicende torbide, contenevano spesso giudizi lapidari e senz'appello. Il contrario della pietas che ora, e a ragione, Salvini riserva all'amico indagato dopo che alcuni giovani lo avrebbero indicato come colui che gli avrebbe ceduto della droga. 

Ma di casi di doppia morale se ne vedono dalla notte dei tempi. La vicenda più eclatante degli ultimi anni (e forse decenni) è quella che ha visto coinvolto Jozsef Szajer, ex eurodeputato ungherese e cofondatore di Fidesz, il partito sovranista di Viktor Orbán, beccato dalla polizia di Bruxelles durante un'orgia in un bar con altre 25 persone. Szajer tentò di fuggire calandosi da una grondaia ma venne bloccato. Durante la perquisizione gli agenti trovarono nel suo zaino 25 pasticche di ecstasy. Szajer ammise la sua presenza alla festa, ma negò che la droga fosse sua. "Il mio errore è strettamente personale - disse -, sono l'unico responsabile. Chiedo a tutti di non estenderlo alla mia patria, o alla mia comunità politica". 

Il fatto che Szajer, sposato e con figli,  fosse un ardente sostenitore della famiglia tradizionale non è un dettaglio. Dal 2004, anno della sua elezione al Parlamento Ue, era sempre stato l'uomo di Orbán a Bruxelles e dirigente di un partito che ha messo nel mirino la comunità Lgbt e compresso i diritti degli omosessuali in Ungheria.

Non era neanche la prima volta che un esponente di spicco di Fidesz si trovava coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale. Già nel 2019 uno dei sindaci più famosi del partito, l'ex campione olimpico di ginnastica Zsolt Borkai, aveva partecipato a un'orgia (questa eterosessuale) a bordo di uno yacht, ma poi venne comunque rieletto alla guida della città di Gyor.

Casi isolati o episodi che mettono a nudo l'ipocrisia delle politiche sovraniste e dei partiti più conservatori? Anche in Italia gli scandali a luci rosse tra esponenti ben in vista della classe politica non sono mancati. E a finire sulla graticola, in tempi non troppo recenti, è stato anche qualche strenuo difensore della famiglia tradizionale e dei valori cattolici.

L'ipocrisia della classe dirigente è ben visibile sui temi che riguardano l'omosessualità. Il parlamentare del Pd Alessandro Zan, primo firmatario della legge contro l'omofobia, ha fatto notare che "oggi tra Camera e Senato ci sono 945 parlamentari. Quelli apertamente gay e lesbiche sono quattro: Ivan Scalfarotto, Tommaso Cerno, Barbara Masini e io. È statisticamente impossibile che siamo solo noi quattro e io so per certo che ci sono parlamentari gay in Forza Italia e in Fratelli d'Italia". Quindi la rivelazione: "In vacanza a Mykonos ho incontrato un deputato della Lega, del quale mi ricordo cartelli particolarmente aggressivi contro la legge Zan. Stava baciando un uomo".

E che ci sia qualche difficoltà a fare outing lo ha indirettamente confermato perfino Simone Pillon, senatore cattolico della Lega e noto per la sua avversione al ddl Zan. La corrente Mykonos? "Sono i gay del mio partito. Li conosco tutti. Tra Camera e Senato non bastano due mani per contarli. Niente di personale, ci mancherebbe. Ognuno vive come vuole. Basta saperlo. Questo sì". 

Il tema delle droghe non è meno scivoloso se si parla di doppia morale. Il primo ministro inglese Boris Johnson sollevò un polverone dopo aver ammesso, ormai molti anni fa, di aver sniffato cocaina da ragazzo e solo in un'occasione. Rivelazione a cui fecero seguito in tempi più recenti quelle di Michael Gove, altro esponente di spicco dei conservatori, e di altri politici in vista del partito. Solo errori di gioventù? Nel 1999, ben prima di confessare le sue debolezze, lo stesso Gove firmò un articolo sul Times in cui si scagliava contro la depenalizzazione delle droghe. Il titolo, a guardarlo a posteriori, diceva già tutto: "Quando è giusto essere ipocriti". E in un passaggio Gove scriveva: "C'è un peccato più grande dell'ipocrisia. È il rifiuto di sostenere dei valori perché si può esserne venuti meno". 

La riflessione non è peregrina. In effetti razzolare male nulla toglie alla bontà della predica. Ma a volte è proprio la predica che suona sbilenca o semplicemente eccessiva in rapporto al "peccato". Un caso da manuale è proprio quello della Lega che aveva presentato due anni fa un ddl sulla cannabis. "Non esiste 'modica quantità': se ti becco a spacciare vai in carcere. Punto" aveva sentenziato Salvini.

Dopo il caso Morisi il leader della Lega ha spiegato che "chi vende droga, vende morte", ma chi la consuma "sbaglia e va aiutato e curato". Sarebbe bello se in passato Salvini si fosse mostrato altrettanto indulgente. Ad esempio quando commentò la sentenza Cucchi dicendo che il caso del giovane geometra romano "dimostra che la droga fa male". Si tratta di vicende molto diverse, è vero. Ma l'umanità non dovrebbe mai essere un optional. 

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