Lunedì, 25 Ottobre 2021
Logorante indecisione

I 10 giorni più lunghi del M5s: cosa succederà prima e dopo i ballottaggi

Letta chiama la santa alleanza con il Movimento, ma Conte è fra l'incudine del consenso mancato e il martello di Virginia Raggi

I più vicini a Virginia Raggi la decrivono come un mix di delusione e rabbia. La delusione di non aver vinto perché non ci si candida per fare un buon risultato, ma per diventare sindaco; la rabbia montata per aver visto la serenità e il sorriso di chi va candidamente al ballottaggio, dopo averla “massacrata” pubblicamente, privatamente e sui giornali per cinque anni. “Non c’è mai stato un sindaco trattato peggio” si sente dire da vari esponenti del Movimento 5 Stelle. Ma oggi Virginia Raggi è più forte che mai ed è un granello nella scarpa dell'ex Premier Giuseppe Conte. Se l’astio espresso nella conferenza stampa a margine dei primi risultati delle elezioni comunali, poteva essere giustificato dal momento a caldo, oggi arriva la conferma che la Raggi non ha la minima intenzione di fare un favore né all’odiato al Partito Democratico, né al Giuseppe Conte, che l'ha lasciata sola a Roma per volare a Napoli a festeggiare il neo sindaco Gaetano Manfredi. No, la Raggi adesso si sente più sola che mai ed è pronta a difendere l’unica cosa che le rimane: una dote di 211mila voti sulla città più importante d’Italia. Per questo oggi, uscita dall’incontro istituzionale con Enrico Michetti, ha detto: "Confermo che non darò nessuna indicazione di voto. Le persone non sono mandrie da spostare al pascolo". 

Un altro schiaffo a Giuseppe Conte che, se pensava che la Raggi si sarebbe placata, ha pensato male. Adesso la cosa si fa più complicata. La Raggi è sempre più una spina nel fianco che rende difficile il movimento di lato per abbracciare il suo migliore amico Enrico Letta, il quale, in questi giorni di aperta campagna elettorale, ha rilanciato la suggestiva immagine di un nuovo grande Ulivo con tutti dentro: Pd e Movimento 5 Stelle di sicuro, poi Leu, Verdi ai Socialisti, fino a Calenda, Renzi e altre forze di centro. Magari ci starebbe anche un pezzo di Forza Italia visto quanto detto ieri da Carlo Calenda. Praticamente una santa alleanza contro Meloni e Salvini. Conte non vede l’ora di entrarci, anche per non rischiare l’estinzione visti i risultati, ma ha due problemi a questo punto: il consenso da recuperare e la Raggi a Roma.

Due grane, ma sono la faccia della stessa medaglia perché il Movimento 5 Stelle perde consenso per la sua trasformazione, la Raggi è rimasta la stessa e da sola ha preso quasi un quarto degli elettori Romani: "Sono io l'argine al centrodestra e al centrosinistra" aveva tuonato lunedì sera dopo il voto. I conti non tornano e cresce il malumore all’interno del Movimento, dove si comincia a dubitare dell’alleanza col Pd. Il timore è quello di essere fagocitati dal Nazzareno o, nella migliore delle ipotesi, diventare junior partner del Pd, che nel frattempo non ha nascosto la volontà di essere il centro del mondo di sinistra. Letta prima ancora che uscissero le ultime proiezioni delle comunali, si era affrettato a dire che la destra aveva perso perché non aveva più un federatore come Silvio Berlusconi, mentre la sinistra, che era davvero unita, sì. Chi è quel federatore? “Posso essere io, - ha detto Letta -ma perché io sono il segretario del Partito Democratico adesso”. Messaggio chiaro: il Pd è il faro e Letta è il federatore, poi ci sono gli altri. 

Cosa può fare Conte? Uscire dall’incertezza e sperare che i voti vadano a lui. Di sicuro non gli dà una mano Stefano Fassina (Leu), il quale, rivolgendosi a Letta, indica Virginia Raggi come la portatrice di voti importanti in chiave elettorale: “Caro Partito Democratico, attenzione ai consigli interessati per laboratori romani di Centrosinistra: a Roma Virginia Raggi è al 20% come Carlo Calenda, ma il M5S rappresenta le periferie. Un accordo con Calenda senza il M5S sarebbe un'alleanza per le Ztl. 

Per fortuna c’è qualcuno che dà una mano all'avvocato del popolo. E' il vicepresidente M5s del Parlamento europeo Massimo Fabio Castaldo, che elogia Gualtieri e demonizza Michetti: “Conosco bene Roberto Gualtieri perchè siamo stati colleghi all'Europarlamento ed è stato un ottimo presidente della commissione Affari economici. Non voto a Roma, ma se potessi non avrei dubbi a scegliere lui, rispetto al candidato del centrodestra Michetti, con cui non prenderei neppure un caffè”.

Dopo i ballottaggi, Giuseppe Conte rischia di rimanere schiacciato da un Pd in forma strepitosa dopo le urne e quella parte di pentastellati che guardano a Virginia Raggi come il riferimentno da cui ripartire. Letta vuole andare avanti, ma Conte pure, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Rimarca come non veda “il M5S a fare un ramo dell’Ulivo. Noi la transizione ecologica l’abbiamo nel Dna e siamo un albero che dà ossigeno per nostro conto”; dall’altra tenta di stroncare eventuali bollori interni lusingando Gualtieri, considerato “una persona di valore che farà bene”, e rimarcando “una certa incompatibilità del M5S con la destra”. Se non è questo un endorsement di Conte a Gualtieri, poco ci manca. Di sicuro è una dichiarazione di stima e il Pd ringrazia. E pensare che nel Movimento, arrivati a questo punto, c’è anche qualcuno che comincia a rimpiangere l’alleanza con la Lega di Salvini. 
 

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