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Domenica, 22 Maggio 2022
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Mario Draghi presidente della Repubblica al sesto scrutinio?

Il centrodestra punta sul nome della Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, alla quinta votazione. Non è detto che la spallata vada a buon fine. Oggi forse due scrutini, il secondo potrebbe essere quello "buono"

Oggi è il giorno buono? Avremo un nuovo presidente della Repubblica? Sembra che il tempo delle attese tattiche sti volgendo al termine. Il centrodestra punta sul nome della Presidente del Senato, Elisabetta Casellati: una mossa che mette in grossa difficoltà il centrosinistra, soprattutto il Pd. Se dem e M5s diranno no alla seconda carica dello Stato, senza però avere un nome forte in mano, si aprono scenari imprevedibili. La tattica di aspettare, nella convinzione che si sarebbe scivolati in qualsiasi modo verso il nome di Mario Draghi (Letta ne è stato a lungo convinto), per ora non ha pagato.

Il centrodestra voterà Casellati, non ci sono più dubbi, nella votazione di oggi. L'intesa sul nome della seconda carica dello Stato, prevede che l'alleanza punterà sul nome Casellati a partire dalla votazione al via alle 11 e nella possibile replica pomeridiana, se la Camera deciderà di procedere con due votazioni anche oggi. Un rischio, chissà se calcolato bene: Casellati non è "amatissima" nemmeno nel suo partito e andare alla conta su di lei sembra un azzardo.

In tutto ciò, Draghi torna a sperare. Perché fino a quando il nome del premier è sul tavolo, per tanti parlamentari è proprio il suo il nome migliore, tatticismi di partito a parte. E a meno di un passo indietro esplicito di Draghi (non all'orizzonte, perché dovrebbe?), questo elemento non cambia né cambierà. Da oggi si vota a ritmo serrato, due scrutini al giorno.

Elezioni: Salvini e Meloni puntano su Casellati 

Il vertice di ieri sera si è concluso con l’accordo fra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Cambiamo, che hanno conferito pieno mandato a Matteo Salvini per portare al tavolo degli altri leader di partito il nome della Presidente del Senato. Quando ieri intorno alle 19 era balzata di nuovo fuori l'ipotesi Frattini si era scatenato il sospetto che Salvini e Conte, riavvicinatisi dopo il lungo freddo iniziato nella pazza estate del 2019, stessere tramando alle spalle dei rispettivi alleati e persino dei loro stessi partiti. Un blitz su un nome che spacca l'unità nazionale (il Pd non può votare Frattini o Casellati) farebbe cadere il governo e precipitare il Paese al voto anticipato. Antonio Tajani e i leader dei piccoli partiti moderati (Giovanni Toti per Coraggio Italia e Lorenzo Cesa per l’Udc) erano pronti a chiedere di allungare la lista con il nome di Pier Ferdinando Casini, ma le sue quotazioni sono in picchiata.

Quando nel pomeriggio i vertici di Fi hanno acquisito la disponibilità di Casellati a correre sotto le insegne del centrodestra, Salvini capisce che oggi, per la prima volta, il centrodestra si deve per forza sottoporre alla prova dell’aula. Casellati sarebbe una candidatura "di bandiera" che serve anche per opporsi a una possibile convergenza del centrosinistra sul nome di Sergio Mattarella. La partita è apertissima.

Dopo quattro giorni di nulla, non c'è un nome condiviso. Il centrodestra proverà quindi a imporre un nome non condiviso sperando nella spallata d’aula. Si parlava di Franco Frattini, poi in serata la situazione si sarebbe cristallizzata intorno alla seconda carica dello Stato. "Magari con i voti di una parte dei Cinque Stelle - scrive Repubblica - D’altra parte anche sul nome di Elisabetta Casellati Giuseppe Conte era parso tentennare, quasi propendere per un sì in solitaria, lasciando di stucco gli alleati del Pd". Casellati al Colle vorrebbe dire molto probabilmente anche fine della maggioranza che sostiene il governo Draghi ed elezioni anticipate.

Se andasse davvero così (è lecito dubitarne fino all'ultimo istante), si potrebbe concludere che anche Conte è tentato dal voto anticipato, prima che i sondaggi scendano ancora. Ci sono diverse partite che si sovrappongono.  "Forse la proposta di Enrico Letta di mettersi a discutere a pane e acqua, invece di essere liquidata con qualche battuta, andava accolta letteralmente. Si cerchi di recuperare lucidità e si lavori ad una soluzione condivisa", chiosa a notte fonda Nicola Oddati della direzione nazionale del Partito democratico.

Il vertice di ieri sera ha mostrato ancora una volta le crepe nel centrodestra, già rese evidenti dalla rabbia di Giorgia Meloni, per nulla convinta dell'opportunità di astenersi nella votazione di ieri. La leader di Fratelli d'Italia vuole verificare il reale peso della coalizione, cosa che potrebbe avvenire oggi, se effettivamente il centrodestra indicherà un nome ai propri grandi elettori. Non con l'obiettivo di eleggere Casellati dunque, ma di contarsi. 

Il Pd spera ancora nel nome condiviso

Per il Pd sono "inaccettabili" tutti i nomi di possibli candidati per il Quirinale che non escano da un "percorso di condivisione". E' quanto precisano fonti del Nazareno: "Il nome del prossimo presidente della Repubblica dovrà essere frutto di un percorso di condivisione e non di uno schema in cui una parte ha il diritto di avanzare proposte e l'altra di dire sì o no. Tutte le proposte che dovessero emergere da uno schema del genere sarebbero per noi inaccettabili". Il vice segretario del Pd Giuseppe Provenzano ribadisce il no all'ipotesi Casellati. Lo fa rilanciando un tweet di ieri del segretario Enrico Letta, aggiungendo "Meglio ribadire": "Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all'opposizione, contro i propri alleati di governo - aveva scritto Letta - sarebbe un'operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto".

Non è detto che per Casellati ci siano 505 voti (il quorum necessario). Tutti hanno timore di cadere nella grande trappola dei 1009 elettori: il leader leghista è meno preoccupato di un agguato dei suoi gruppi, piuttosto teme i franchi tiratori da Forza Italia o dal partito della Meloni. 

La lunga lista dei papabili di questi giorni è sempre più lunga e senza un filo conduttore. Non sono stati giorni di "buona" politica. Sì, nel 1971 ci vollero 23 votazioni per eleggere Giovanni Leone e la Repubblica non crollò. Ma allora il sistema politico e soprattutto i partiti erano monolitici, in grado di reggere a scossoni di ogni tipo. Oggi cinque o sei votazioni fallite darebbero già l’idea di una caduta senza rete, con un quadro parlamentare percorso da fazioni insofferenti. Oggi è il giorno decisivo.

Se con Frattini o Casellati il piano del centrodestra è cercare voti tra i seguaci di Conte (certo non di Di Maio), collassano il governo e il M5s, e le elezioni anticipate sono una certezza. Se il candidato sarà, in extremis, Cassese, il Pd potrebbe trovare la quadra ma il M5s si opporrebbe. Il centrodestra non ha una sicura maggioranza: astenuti 441 ieri alla quarta votazione. Intanto candidature nascono e muoiono nel giro di poche ore. Ultima quella di Elisabetta Belloni, avanzata dal centrodestra e dal M5s e inizialmente valutata anche in casa democratica ma fermata dalle perplessità dei centristi di Italia Viva e di Coraggio Italia sull’opportunità di eleggere al Quirinale il capo dei Servizi segreti. Non sono mancate sorprese come quella di Giampiero Massolo, diplomatico e presidente di Fincantieri.

La soluzione Draghi è sempre in campo

Anche se da Forza Italia si fa sapere che "la linea non cambia" e quindi è meglio che "Draghi rimanga a Palazzo Chigi", in realtà secondo il Sole 24 Ore una parte importante del partito (Gianni Letta ma non solo) tifa per favorire la soluzione Draghi con un endorsement esplicito del Cavaliere che riaprirebbe la partira rimettendolo al centro della scena all'improvviso. Una mossa con cui Berlusconi, da Milano, farebbe sentire ancora il suo peso.

Ipotesi, quella di Draghi, che resta in ogni caso pienamente in campo. Salvini e Meloni sono tentatissimi dalla conta in aula. Potrebero farcela? Difficile, e fallisse il blitz su Casellati, si torna alla casella iniziale: Draghi. In casa M5s qualcuno fa notare che una buona parte dei 166 voti andati ieri a Sergio Mattarella nella quarta votazione sono di “dimaiani” e quindi qualora si andasse sulla candidatura del premier il ministro degli Esteri potrebbe contribuire significativamente anche in contrasto con le indicazioni di Conte. 

In tutto ciò Draghi intravede la voglia diffusa trattare, non può fare a meno anche di notare le fratture dentro i partiti, la fragilità e le incoerenze delle varie leadership, la friabilità delle alleanze. "L'elezione del presidente della Repubblica - scrive oggi la Stampa -  è una liturgia della democrazia piena di incertezze, perché celebrata da parlamentari ingovernabili nel segreto dell'urna. Se Draghi ce la farà, «sarà eletto per contrarietà», profetizza un leader della sinistra che preferisce non rivendicare la paternità di questa efficacissima suggestione. Il premier che nessuno vorrebbe sostenere, tra i tanti grandi elettori che vivono la frustrazione dell'anonimato di un Parlamento sempre più marginale, potrebbe imporsi per un moto immobile che deriva dalla sua autorevolezza - importante per garantire la stabilità dell'Italia nei prossimi sette anni - e per la mancanza di un'alternativa altrettanto forte che non sia il bis di Sergio Mattarella". Ma soprattutto "è più forte la convinzione che il Movimento potrebbe convergere sul nome dell'ex banchiere, se alla fine Salvini dovesse capitolare e trascinare anche l'intera Lega, come vogliono Giancarlo Giorgetti e i governatori del Nord".

Sul nome di Draghi circola ottimismo in queste ore

Sul nome di Draghi circola ottimismo in queste ore. Potrebbe farcela al sesto scrutinio. Che forse avverrà già stasera. "Se domani (oggi, ndr) non si elegge il presidente io me ne torno a casa e vado a lavorare", dice con aria scocciata il presidente della Liguria, Giovanni Toti. Dunque forse si raddoppia. In mattinata, infatti, si riunisce la conferenza congiunta dei capigruppo per discutere della possibilità di fare due votazioni al giorno, come chiesto da quasi tutti. 

Si fatica a immaginare questo Parlamento che elegge un Capo dello Stato che poi sarà costretto a indire elezioni anticipate perché si sono spaccate maggioranze con fratture insanabili. Il silenzio a oltranza di Draghi potrebbe pagare, alla fin fine. La quinta votazione inizia oggi alle 11. "Chiederemo al presidente della Camera anche due-tre votazioni al giorno" ha detto oggi il segretario del Pd Enrico Letta parlando con i giornalisti al suo arrivo alla Camera. Richiesta accolta, si rivota alle 17. Adesso si fa sul serio (si spera).

Da sabato si terranno due votazioni del Parlamento in seduta comune per l'elezione del Presidente della Repubblica: la prima mattutina alle 9,30, la seconda pomeridiana alle 16,30. Lo ha deciso il presidente della Camera Roberto Fico nella conferenza dei capigruppo congiunta di Camera e Senato.

Dal vertice del centrodestra i nomi per il Quirinale

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