rotate-mobile
Sabato, 27 Novembre 2021
Politica

Marina o Matteo, chi si prende il Paese?

Renzi chiude la convention alla Leopolda con un discorso da leader, ma nell'aria c'è "il fantasma di Berlusconi". Il Cav ha deciso: la figlia Marina sfiderà il sindaco alle prossime elezioni

Dopo il lancio della cordata dei rottamatori, la rottura dei dinosauri del Big Bang, quella delle primarie di ‘Viva l’Italia Viva’, la Leopolda 2013 doveva essere quella del congresso del Pd. Doveva, o almeno così era stata annunciata. ‘Diamo un nome al futuro’ era il titolo-comandamento della quarta convention di Matteo Renzi nella ruvida, affascinante, caldissima ex stazione fiorentina. Un futuro che si chiama Pd, anche se non ci sono le bandiere del Pd, anche se in sala non è nominato quasi mai. Un futuro che, secondo il sindaco di Firenze, si chiama “speranza”. Un futuro che potrebbe chiamarsi Berlusconi, ma non Silvio il padre, ma Marina, la figlia.

E pensare che Renzi, nell’intervento che ha chiuso i lavori – dopo le parole dal palco del ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio, di Pif e Baricco (immancabili a Firenze), Fassino, Emiliano, Burlano, Farinetti, Davide Serra, il professor D’Alimonte, Reggi, Giorgio Gori, e con Franceschini seduto su un muricciolo scalcinato della Leopolda, che non ha voluto sedersi in prima fila, che non è salito sul palco e solo alla fine ha stretto la mano a Renzi – ha nominato Berlusconi solo una volta, e al passato. “Una signora mi ha chiesto perché ho parlato e parlo poco di Berlusconi. Qui, signora, non parliamo del passato”.

Come dire, il ventennio berlusconiano, al netto dell’agonia politica, delle scissioni tra falchi-lealisti e le colombe di Angelino Alfano, si sta avviando al tramonto. Colpi di coda compresi. Uno scenario a cui non crede nessuno, primo su tutti Renzi che non ha mai sottovalutato il Cavaliere. Basti pensare alla campagna elettorale delle politiche di febbraio: per il sindaco pericolo pubblico numero uno rimane Berlusconi. Non solo, non basta. La faccenda nelle ultime ore si è complicata (o semplificata, se vista dal punto di vista del rottamatore).

Marina Berlusconi è ad un passo dalla guida della novella Forza Italia, la versione 2.0, l’upgrade del ’94. La voce è in giro da mesi, Repubblica in mattinata l’ha rilanciata con forza: “Candidiamo Marina per sfidare Matteo Renzi”.

Si tratterebbe “dell’ultima svolta” del Cav, che non sarebbe la mossa della rottura, ma dell’unità. Pensiamoci bene: Berlusconi, con la sentenza per frode passata in giudicato, con un anno ai servizi sociali da scontare (a meno che non arrivi la grazia dal Colle, per ora una speranza fioca), con le nuove grane giudiziarie dietro l’angolo (processo Ruby – compravendita dei senatori) e con un centrodestra a pezzi, rimane convinto che l’unità sia l’unica via da perseguire. Solo che per tenere insieme i pezzi della baracca ha bisogno di una trovata, o meglio di numeri.

Quelli che garantirebbe sua figlia se candidata alla guida del Paese. La prima volta di una donna, di fama internazionale, di successo e soprattutto con lo stesso cognome del padre. Quel Berlusconi che, se scritto sulla scheda elettorale, vale milioni di voti. Il tutto con tanto di ciliegina: l’annuncio ufficiale della discesa in campo potrebbe arrivare l’8 dicembre, il giorno in cui il Consiglio nazionale sancirà l’addio definitivo al Pdl e il ritorno a Forza Italia, con un nuovo organigramma. Lo stesso delle primarie Pd (quelle dell'Immacolata). In pratica: chi tra le colombe si metterebbe contro questa operazione rischiando di fare la fine di Gianfranco Fini? La domanda è retorica, la risposta non guarda in faccia a nessuno: né Letta, né i richiami di Napolitano, né la voglia di un nuovo centro popolare in stile Dc.

Il ‘colpo gobbo’ di Berlusconi tuttavia potrebbe servire in un piatto d’argento un’altra discesa in campo. Quella di Renzi, quella definitiva, il famoso “giro di giostra”, il suo. Sì perché anche a sinistra sanno contare e forse con il sindaco di Firenze il Pd potrebbe liberarsi della vocazione minoritaria. Letta o non Letta. Sarà per questo che alla Leopolda, davanti a circa 7mila persone – dicono gli organizzatori – con l’ex stazione stracolma e con gli altoparlanti fuori per chi non ce l’ha fatta a entrare, non si è troppo concentrato sulla corsa alla segretaria. Piuttosto a quella per Palazzo Chigi.

Così in sala non sono riecheggiati i nomi di Cuperlo, Civati, Pittella (se non per un saluto affettuoso lanciato ieri dal palco), non c’era il ‘nemico’ da campagna elettorale, come fu lo scorso anno per Bersani. No, in sala è stata elencata la lista della spesa per l’Italia. Dalla riforma della giustizia – che non può essere più rimandata, vedi il caso Silvio, non Berlusconi ma Scaglia, il fondatore di Fastweb – all’Europa che su Lampedusa “non può fare appelli, mandi le navi insieme a noi a pattugliare il Mediterraneo e si faccia carico dell’emergenza sociale”. Di lavoro: “Gli imprenditori sono degli eroi. E a chi mi dice ‘non sei di sinistra perché non parli di lavoro’, rispondo che non sei di sinistra perché non crei lavoro. È essere di destra? Io credo che sei di sinistra se c’è un posto di lavoro in più”. Da qui l’affondo che è un manifesto del renzismo, detto qui nel santuario della prima rottamazione: “La sinistra che non cambia si chiama destra”.

Ecco la sinistra, in senso ampio. E pazienza se sul palco ci sia stata una Vespa bianca e non il simbolo del Pd. Pazienza per le bandiere. Il salotto di Renzi, la Leopolda, non è solo il Pd. Anzi di Pd, dal 2010 ad oggi ce n’è stato sempre poco. Compreso la campagna elettorale in camper del 2012, quando la fenomenologia della rottamazione provò per la prima volta a prendersi l’Italia. Il ritornello: aprire il partito all’elettorato. Tradotto, quel che disse a Verona un anno fa: andare a prendere i voti del centro-destra, dei delusi del berlusconismo.

E abbracciare anche i rottamatori di ultima generazione alla Franceschini. Qui, in questi giorni, la parola ‘riciclati’ era vietatissima. Qui, alla Leopolda, quella dell’operazione riciclaggio muto, del carro che va spinto e basta (braccia che tuttavia poi porteranno il conto), quella che segna la fine di un era – la rottamazione dura e pura – per una con più “amorevolezza” (come ha sostenuto Reggi, un ex duro), “non servono bandiere”, ha detto Renzi dal palco, ma “voti”. Quelli per vincere e del "mai più larghe intese". In questi tre giorni c’è chi ha parlato del fantasma della rottamazione, quel che era, che c’è sempre, che morde i ricordi e insegue i protagonisti. E forse qual fantasma c’era. Di sicuro la convention fiorentina si è chiusa con un altro fantasma, quello di Marina.

Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Marina o Matteo, chi si prende il Paese?

Today è in caricamento