Amnesty "condanna" l'Italia per la gestione repressiva dell'emergenza migranti

Il rapporto annuale di Amnesty International sui diritti umani "boccia" la politica italiana: linguaggi xenofobi e incattiviti, il 2018 per la Ong è rappresentato dal caso Diciotti "culmine della politica dei "porti chiusi"

Il fermo immagine mostra le operazioni di soccorso effettuate dalla nave Diciotti della Guardia Costiera

Il governo Conte insediatosi a giugno si è distinto per una "gestione repressiva del fenomeno migratorio": lo denuncia Amnesty International nel rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani.

"Le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo".

Tra i momenti "salienti del 2018" Amnesty ricordo il caso della nave Diciotti, l'imbarcazione della guardia costiera cui fu negato il permesso di sbarcare in Italia le persone soccorse in mare "trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura".

Oltre a violare la proibizione di detenzione arbitraria ai danni di 177 persone, l’incidente della Diciotti ad agosto ha rappresentato il culmine della politica dei "porti chiusi", che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali. Dopo il rifiuto di sbarcare imposto alle navi di diverse Ong e a navi commerciali e militari straniere, col caso Diciotti si è arrivati al paradosso del rifiuto allo sbarco nei confronti di una nave militare italiana, il cui personale aveva adempiuto ai propri obblighi di soccorso dettati da leggi nazionali e internazionali.

Il Rapporto annuale di Amnesty International

Parlando del decreto Sicurezza Amnesty osserva che le misure contenute nella nuova normativa "erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti" ed inoltre avrebbero l'effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia, "esponendole ad abusi e sfruttamento".

Amnesty: "In Italia politici usano linguaggio razzista e xenofobo"

Come segnala il rapporto, "Amnesty International Italia ha documentato il massiccio ricorso da parte di alcuni candidati e partiti politici a stereotipi e linguaggio razzista e xenofobo per veicolare sentimenti populisti, identitari nel corso della campagna elettorale".

Il rapporto di Amnesty segnala ancora come nel 2018 siano continuati gli sgomberi forzati che avrebbero colpito soprattutto le famiglie rom e gruppi di rifugiati e migranti, senza offrire alternative abitative adeguate.

"La linea dura dettata dal nuovo esecutivo sugli sgomberi rischia di fare aumentare nel 2019 il numero di persone e famiglie lasciate senza tetto e senza sistemazioni alternative".

L'accusa: "Italia esporta armi in Arabia e Emirati"

Amnesty International denuncia che - in violazione della Legge 185/90 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi ratificato dall'Italia nel 2014 - l'Italia ha venduto nel 2018 armi a paesi in guerra come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, attivi nel conflitto in Yemen.

"Così le bombe italiane uccidono civili in Yemen"

Come avevamo già avuto modo di approfondire sull'onda lunga di una inchiesta del New York Times, Il governo italiano ha garantito licenze per la vendita di quasi mezzo miliardo di euro in armi, di cui la maggior parte riguardano le bombe MK80. Il Ministero degli esteri italiano aveva spiegato che l'Arabia Saudita non sarebbe soggetta ad alcuna forma di embargo, e che la società tedesca proprietaria della fabbrica di bombe nel frattempo, nonostante le numerose proteste della popolazione locale, avrebbe altresì raddoppiato il numero degli addetti.

Tra gli altri appunti con cui Amnesty bolla l'Italia è la sperimentazione sulle pistole a impulsi elettrici (Taser) in dotazione alle forze di polizia. Amnesty International ha da subito espresso pubblicamente preoccupazione sui rischi per la salute, sulla necessità di formare adeguatamente gli operatori e anche sui requisiti di opportunità nell'utilizzo dello strumento".

Come funziona la pistola elettrica che "debutta" in Italia

In novembre Amnesty International Italia aveva inoltre lanciato una campagna "per l'introduzione dei codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico: uno strumento che permetterebbe di poter risalire - spiega il rapporto - attraverso l'esposizione di un codice alfanumerico su divise e caschi, all'identità dei singoli agenti e/o funzionari di polizia in caso di uso sproporzionato della forza o di altre violazioni dei diritti umani. Si tratta di una misura che il Comitato Onu contro la Tortura e altri organismi internazionali hanno ripetutamente chiesto all'Italia di introdurre".

Migranti, cosa è cambiato negli ultimi anni 

Dieci anni fa, con la firma di un Trattato di amicizia tra Italia e Libia, il governo Berlusconi diede inizio a una politica di cooperazione per il controllo delle frontiere che, sorretta da argomenti politici molto simili agli attuali, prevedeva la cessione di imbarcazioni dall’Italia alla Libia e culminò con i respingimenti verso la Libia in violazione del diritto internazionale.

Tale politica fu interrotta a seguito del conflitto in Libia ma questo non esonerò l’Italia nel 2012 da una pesantissima condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, proprio per quei respingimenti le cui vittime erano state riconsegnate alla Libia e dunque esposte al rischio di subire nuove violenze e abusi. In reazione all’orrore per le 368 vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e per le oltre 200 vittime del così detto “naufragio dei bambini”, il governo Letta scelse di lanciare una grande operazione umanitaria, Mare Nostrum, per soccorrere in mare quante più persone possibile. Mare Nostrum, andando a rafforzare il costante impegno della guardia costiera italiana, garantì il salvataggio di decine di migliaia di vite, abbassando notevolmente il tasso di mortalità in mare e ridando onore a corpi dello stato ancora feriti dall’onta dei respingimenti e della relativa condanna.

Con l’aggravarsi della crisi dei rifugiati siriani e al collasso dello stato libico, nonostante le richieste dell’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti da parte dell’Unhcr, l’Italia, preferì investire su politiche di chiusura. Alla fine del 2014, Mare Nostrum fu sostituita con operazioni europee di carattere securitario e militare (Triton e, dall’estate 2015, EunavForMed Sophia), per le quali il salvataggio in mare, pur rimanendo tra i compiti necessari perché imposti dal diritto internazionale, non costituiva più la finalità principale della missione.

Dall'accordo con la Libia ai "porti chiusi"

Dal 2016, Italia ed Europa iniziarono a investire nel rafforzamento della capacità delle autorità marittime libiche di pattugliare le loro coste, intercettare in mare rifugiati e migranti diretti verso l’Europa e riportarli in Libia, oltre che a stringere accordi informali con milizie coinvolte nel traffico dei rifugiati e migranti. Questa strategia ha prodotto i risultati che si prefiggeva, riducendo partenze e arrivi: da luglio 2017, il numero di rifugiati e migranti approdati in Italia è diminuito drasticamente, passando dai 182.877 registrati nei 12 mesi precedenti (agosto 2016 – luglio 2017), ai 42.700 dei 12 mesi successivi (agosto 2017 – luglio 2018). Al minor numero di partenze è corrisposto anche, logicamente, un numero minore di vittime in mare.

In Libia le persone che vengono sbarcate sono immediatamente trasferite in centri di detenzione, dove vengono trattenute arbitrariamente e a tempo indefinito, in assenza di un ordine e di qualunque controllo giurisdizionale, e dove sono sistematicamente esposte a torturestuprimaltrattamenti e sfruttamenti di ogni tipo.

A partire dal 2017, la guardia costiera libica, forte del decisivo supporto italiano e dell’Unione europea, è stata in grado di intercettare in mare una fetta crescente di coloro che partivano. Migliaia di donne, uomini e bambini sono stati poi riportati nei centri di detenzione.

Nel 2018, il governo Conte in totale continuità con la strategia di esternalizzazione definita durante la precedente legislatura, ha consegnato nuove imbarcazioni alla guardia costiera libica, e proseguito il progetto di costituzione di un centro di coordinamento marittimo a Tripoli e continuando le varie attività addestrative e di assistenza alle autorità marittime libiche. In parallelo, il governo ha riaperto il conflitto con le Ong impegnate nei soccorsi in mare proibendo alle loro navi di sbarcare in Italia le persone soccorse in mare.

Nei mesi estivi si è registrato uno spaventoso aumento del tasso di mortalità in mare, che ha addirittura superato il 20 per cento a settembre, oltre che delle persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione in Libia, passate dalle 4.400 di marzo alle 10.000 di agosto

Sbarchi al minimo, l'emergenza ora sono i morti in mare

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Negli otto mesi successivi alle elezioni di marzo, il governo italiano non ha realizzato alcuna evacuazione, fino a quella di 44 rifugiati, avvenuta il 7 novembre. Nello stesso periodo, il governo non è neppure riuscito a ottenere che il governo libico mantenesse fede all’impegno, strappato dal precedente esecutivo italiano già nel 2017, di garantire l’apertura da parte dell’Unhcr di un centro di assistenza per rifugiati a Tripoli. Il centro, completato prima dell’estate e visitato a giugno dal ministro dell’Interno italiano, secondo il quale la sua apertura prevista il mese successivo avrebbe smontato “le menzogne e tutta la retorica in base alle quali in Libia si tortura e si ledono i diritti civili”, all’inizio di novembre non era ancora entrato in funzione.

Inoltre nell 2018 il governo Conte ha deciso di allinearsi con l’Ungheria di Orbán e col blocco di Visegrad, contribuendo all’affossamento della riforma del sistema di Dublino e di qualunque forma strutturale di condivisione di responsabilità.

Quest’unione di nazionalismi, dai marcati connotati xenofobi e votati alla distruzione delle garanzie del diritto formulate dall’Unione europea nei decenni, rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti per il 2019. L’Unione europea potrebbe ritrovarsi paralizzata da stati membri retti da governi la cui sopravvivenza politica è condizionata dal mantenimento di uno stato permanente di percepita insicurezza, che si presuppone dovuta a una “crisi migratoria” a tempo indeterminato.

L’ostilità del governo verso i diritti delle persone straniere si è manifestata anche con l’adozione del così detto Decreto sicurezza a settembre e degli emendamenti allo stesso presentati dal governo durante la sua successiva conversione in legge. La drastica riduzione della possibilità di offrire uno status regolare temporaneo a persone che non possono essere rimpatriate, pur non essendo giuridicamente qualificabili come rifugiate, significa che queste si trovano ad affrontare lunghi periodi di irregolarità e inevitabilmente di deprivazione materiale ed esclusione sociale. La riduzione dell’accoglienza dignitosa dei richiedenti asilo nei centri Sprar si tradurrà probabilmente in maggiori ostacoli all’inclusione di queste persone e in un rafforzamento dell’immagine di rifugiati e richiedenti asilo come problema da contenere in centri separati dalla comunità ospitante.

I diritti umani nel mondo

A luglio, CanadaRegno UnitoSpagnaArgentinaIrlanda e Nuova Zelanda hanno annunciato di appoggiare il concetto di sponsorizzazione comunitaria per i rifugiati.

La Nuova Zelanda ha annunciato l’impegno di aumentare da 1000 a 1500 posti la propria quota di rifugiati.

A settembre, negli Usa circa 300 minori non erano stati ancora ricongiunti ai loro genitori o tutori legali, dai quali erano stati separati forzatamente.

Tra luglio e settembre, le autorità del Marocco hanno prelevato dalle città all’incirca 5000 rifugiatimigranti e richiedenti asilo, trasportandoli in aree remote del paese e abbandonandoli senza un procedimento regolare.

L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha denunciato un crollo del 54 per cento del numero dei reinsediamenti.

La violenta campagna di omicidistupri e incendi dell’esercito del Myanmar ha costretto oltre 720.000 rohingya, a fuggire dallo stato di Rakhine verso il Bangladesh. Nello stato di Rakhine, più di 125.000 persone, in maggioranza rohingya, rimangono confinate in squallidi campi per sfollati per poter ricevere assistenza umanitaria.

 Il 2018 è stato l’anno con il più alto numero di giornalisti morti in Afghanistan dall’inizio del conflitto nel 2001.

Nello Yemen, il 2018 è stato un altro anno di estenuante conflitto, con milioni di persone a rischio di carestia e quasi 17.000 civili uccisi o feriti dallo scoppio della guerra.

Il conflitto in Sud Sudan, con sette milioni di persone che necessitano disperatamente di aiuti umanitari e protezione, rimane una delle crisi più ignorate nel mondo.

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