Lunedì, 26 Luglio 2021
Politica

Migranti, Minniti fa muro: “Fermare in Libia chi non ha diritto alla protezione”

Il ministro dell'Interno ha parlato in vista del vertice di Parigi sull'immigrazione: “La vera partita si gioca fuori dai confini dell'Italia, in Africa, dove partono i flussi migratori”

Foto di repertorio

“Con la Libia abbiamo già affrontato il tema dei centri d'accoglienza, dove dovranno essere rispettati i diritti umani. Perché è prima della partenza che bisogna distinguere chi abbia diritto alla protezione umanitaria da chi non abbia i requisiti. E, in base alle decisioni dell’Agenzia dell’alto commissariato delle Nazioni Unite, assicurare le partenze ai primi verso l’Europa e il rimpatrio volontario assistito dei migranti economici”. Sono le parole del ministro dell’Interno Marco Minniti in un colloquio con il Messaggero nel giorno del vertice a Parigi tra i ministri di Italia, Francia e Germania sugli immigrati.

“La partita dell’immigrazione – sostiene il ministro – si gioca fuori dei confini nazionali, cioè da dove partono i flussi migratori, in Africa. Il destino dell’Europa nei prossimi 20 anni si gioca in Africa. Se qualcuno pensa che l’Africa sia soltanto uno specchio dell’Italia è dentro una drammatica illusione. L’Africa è uno specchio dell’Europa. Se l’Africa va bene, l’Europa andrà bene, se l’Africa va male l’Europa andrà male”.

La partita fondamentale, in questo momento, spiega il titolare del Viminale, si gioca in Libia. Del resto i dati parlano chiaro: “Nei primi cinque mesi di quest’anno – dice Minniti – il 97% dei migranti è arrivato dalla Libia, ma la cosa più incredibile è che non c’è un libico. La Libia è un Paese di transito. Bisogna quindi cercare di creare un governo stabile e stiamo lavorando per farlo, sapendo che anche questo è un modo per combattere i trafficanti di uomini, che hanno bisogno di istituzioni deboli per potersi muovere liberamente”.

In Italia “ci troviamo a fronteggiare una pressione fortissima”, dice Minniti, e torna sulla sfida lanciata tre giorni fa con l’ipotesi di chiudere i porti: “Si è parlato – dice – di 22 navi, poi sono diventate 25. Non sono barconi, ma navi delle organizzazioni non governative, navi delle operazioni Sophia e Frontex, navi della Guardia costiera italiana. Battono varie bandiere di Paesi europei. Se gli unici porti dove vengono portati i profughi sono italiani, c’è qualcosa che non funziona. Questo è il cuore della questione. Sono europeista e sarei orgoglioso se una nave soltanto, anziché arrivare in Italia, andasse in un altro porto europeo. Non risolverebbe i problemi dell’Italia ma sarebbe un segnale straordinario”.

“Non si può separare l’imperativo morale della salvezza in mare di vite umane dall’obbligo di provvedere alla loro accoglienza”, commenta Minniti. “Abbiamo dimostrato in questi mesi di essere persone serie, ora chiediamo che l’Europa faccia la sua parte”. Un sostegno che, d’altra parte, il ministro sollecita anche agli amministratori locali, chiamati già da tempo a un senso di responsabilitò e a rispettare criteri di accoglienza condivisa: “L’accoglienza diffusa è la via fondamentale, se ogni comune facesse fino in fondo la propria parte – commenta Minniti – avremmo una situazione molto più vicina alla soluzione. La cooperazione con l’Anci per l’accoglienza ha funzionato, c’è stato un aumento di comuni che hanno aderito, anche se non ci si puÚ dire ancora soddisfatti. In questo quadro di positiva collaborazione – dice il ministro – va vista anche l’istituzione della cabina di regia, coordinata dalla prefettura di Roma, che vede coinvolto il Campidoglio, la sindaca Raggi e tutte le altre am- ministrazioni”. Minniti spiega: “Io non penso ci sia uníequazione tra terrorismo e immigrazione. C’è invece un rapporto tra terrorismo e mancata integrazione. Basta guardare quello che è avvenuto da Charlie Hebdo in poi, i protagonisti degli attentati non vengono dalla Siria o dall’Iraq, sono figli dell’Europa”.

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