Minniti si candida a guidare il Pd

L'ex ministro dell'Interno annuncia la sua candidatura per la segreteria dem e nega di essere il candidato renziano: "In questi anni non abbiamo risposto a due grandi sentimenti: la rabbia e la paura"

Marco Minniti durante l'assemblea nazionale del Partito Democratico presso l'Ergife Palace Hotel, Roma, 17 novembre 2018. ANSA/ANGELO CARCONI

Marco Minniti si candida per la segreteria del Pd. L'ex ministro dell'Interno scioglie la riserva all'indomani dell'avvio della fase congressuale del Partito democratico iniziata ieri con l'Assemblea nazionale. La data delle primarie ancora non c'è. Le opzioni tra il 17, il 24 febbraio e il 3 marzo sono tutte aperte. Ma una cosa è certa, Minniti correrà. Lo annuncia lo stesso ex ministro in un'intervista a Repubblica in cui spiega come consideri la sua decisione una scelta obbligata per ''evitare l'estinzione del Partito Democratico'' perché questo è il vero pericolo che ''stiamo correndo noi e la democrazia italiana".

Minniti candidato per la segreteria del Pd

Minniti mette subito in chiaro di non essere ''lo sfidante renziano". "In campo - sottolinea - c'è solo Marco Minniti''. Parlando della sfida che lo aspetta, l'ex ministro dice: "So bene che le scorse elezioni sono state più di una sconfitta. C'è stata una rottura sentimentale con i nostri elettori. Questa è la sfida del Congresso. Io non cerco scorciatoie''. L'obiettivo dunque non è ''tornare semplicemente al governo. La sconfitta del nazionalpopulismo è possibile solo si riesce a parlare con la società italiana. Va ricostruita una connessione. Serve un Congresso che parli all'Italia, non un regolamento dei conti interni''. Serve dunque scuotere un partito ''ripiegato su se stesso" e mettere nel mirino le esigenze della gente. ''C'è stato - nota - uno stacco netto tra la crescente preoccupazione per quel che sta avvenendo nel Paese e l'ordinaria amministrazione con cui il mio partito ha affrontato quella preoccupazione. Ci siamo schizofrenicamente guardati l'ombelico''.

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Minniti precisa di non essere il candidato renziano e, parlando degli oltre 550 sindaci che hanno firmato un appello per sostenere la sua candidatura chiedendo "una guida forte e autorevole" per il Pd, spiega: "Rappresento questa parte del partito e non un equilibrio correntizio. Se non ci fosse stata questa richiesta da parte di tanti eletti, non mi sarei reso disponibile. E poi - aggiunge - rivendico con una certa fermezza una storia personale, fatta al servizio delle istituzioni. Si sta candidando Marco Minniti. Punto''. E dell'ex premier dice: ''Essendo stato tra chi non ha esagerato nel lodarlo quando era al potere, non ho alcun bisogno di prenderne le distanze. Renzi ha perso e si è giustamente dimesso assumendosi responsabilità che vanno anche oltre le sue''.

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Minniti spiega che in questi anni "non abbiamo risposto a due grandi sentimenti: la rabbia e la paura. Non si può rispondere a chi ha perso il lavoro con la freddezza delle statistiche. Dicendogli che l'occupazione cresce. Così come non si può dire al cittadino che ha subìto un furto in casa, che i reati diminuiscono''. Allora c'è bisogno ''della sinistra riformista. I più deboli si sono sentiti abbandonati. Anzi, addirittura biasimati. Quello spazio è stato colmato dai nazionalpopulisti. Basta vedere quel che è accaduto nelle nostre periferie. Forse siamo stati aristocratici. Non possiamo più esserlo. Anche perché - sottolinea - mai come in questa fase il Pd è l'unico argine democratico a questa maggioranza nazionalpopulista''.

Sul principale concorrente Nicola Zingaretti, spiega che ''non è un avversario. Io penso a un ricamo unitario che valorizzi le differenze politiche. Per questo proporrò a tutti i candidati un codice di comportamento per far capire che non c'è una gestione contrapposta. Non dirò mai - promette - una parola contro di loro. Nel codice vorrei scrivere che chiunque vinca, avrà la collaborazione degli altri''. ''Quando stavo nel Pci, un leader di allora mi diceva: i capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità. Poi a volte si sbagliano e scelgono uno più intelligente e allora lo chiamano rinnovamento. Ecco, io - conclude - voglio il rinnovamento''.

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