Mercoledì, 17 Luglio 2024
L'INCONTRO

Migranti e aiuti finanziari: perché la missione di Giorgia Meloni in Tunisia non è stata un successo

Per il governo Meloni è fondamentale raggiungere un accordo con il Paese nordafricano per la gestione dei flussi migratori verso il nostro Paese, ma nonostante gli sforzi della premier i risultati sono contrastanti

A cinque giorni dal primo viaggio, Giorgia Meloni torna in Tunisia con Ursula Von Der Leyen e Mark Rutte per incontrare il presidente della Repubblica tunisina, Kais Saied. Gli obiettivi erano due: quello minimo, avviare un percorso di dialogo tra istituzioni europee e repubblica nordafricana. Il secondo, di sostanza, cercare di frenare la massiccia immigrazione che dalle coste tunisine conduce fino a quelle siciliane. I risultati: la concessione di piccoli finanziamenti per controllare l'immigrazione e arginare la crisi finanziaria del Paese e un memorandum futuro che avvicinerà Tunisi a Bruxelles. Il resto è demandato alle scelte del governo tunisino, soprattutto all'eventuale accordo con l'FMI, al quale le autorità del paese nordafricano guardano con sospetto. 

Ma per capire l'importanza strategica che la premier italiana ha affidato a questa missione, e perché al di là delle dichiarazioni di facciata, non è andato forse tutto come auspicato da Roma, è utile fare alcune premesse. 

Il nuovo accordo UE sui migranti e l'esplosione dell'immigrazione dalla Tunisia 

Il nodo principale è il nuovo accordo Ue sui migranti, raggiunto appena tre giorni fa a Bruxelles dopo un intenso sforzo diplomatico. Si sono contrapposti gli interessi del nostro governo a quelli del cosiddetto blocco di Visegrad, ideologicamente affini all'ideologia dell'esecutivo Meloni, ma strategicamente molto lontani dai nostri interessi nazionali. L'accordo, oltre a spingere sui ricollocamenti all'interno della UE, autorizza di fatto gli stati a ricollocare i migranti verso i cosiddetti 'paesi di transito', a patto che siano sicuri. Chi certifica che lo siano davvero? Gli stessi paesi che effettueranno i ricollocamenti. Una mossa cinica che autorizza, di fatto, gli stati europei a mettere in campo nuove trattative con gli stati confinanti. 

Tradotto: se domani l'Italia identificherà la Tunisia come nazione sicura e le autorità di Tunisi accetteranno di riprendersi una quota di migranti sbarcati sulle nostre coste, si potrebbe realizzare (in piccolo) quanto già avviene per i siriani in Turchia. Siglato tra la UE e le autorità di Ankara nel 2016, l'accordo mise di fatto fine all'esodo massiccio di migranti lungo la rotta balcanica. Chiaramente, in cambio di miliardi di euro. La firma fu largamente caldeggiata da Berlino, ma contestata da molte organizzazioni umanitarie  sia per il trattamento riservato ai rifugiati, sia per la considerazione della Turchia come ''paese sicuro''. Ma, con oltre quattro milioni di profughi ospitati, l'accordo è nel bene e nel male, uno dei pilastri della politica estera europea. L'impressione è che il governo Meloni voglia realizzare in Tunisia qualcosa di similare con l'avvallo della UE.

Cosa cambia (in concreto) con il nuovo accordo sui migranti

Negli ultimi anni la Tunisia si è trasformata in un vero e proprio hub per l'immigrazione subsahariana verso l'Europa, con gli sbarchi verso le nostre coste che si sono moltiplicati. E a scappare sono anche gli stessi tunisini, con una crisi economica e politica che mette a dura prova le prospettive delle nuove generazioni. 

Così l'Europa "appalta alle dittature" la gestione dei migranti

Da mesi Italia e Francia chiedono all'Europa di intervenire. Ad aprile c'è stata la notizia dell'avvio di un partenariato più attivo per  la gestione dei migranti. Oggi arriva il primo protocollo di intesa: dalla UE sono previsti 150 milioni di euro per aiutare le casse tunisine e 100 milioni di euro per il controllo dell'immigrazione sulle coste. È un segnale, sicuramente. Ma si tratta di briciole, perché il resto dei finanziamenti saranno ancorati alla firma di un memorandum con la UE e al via libera da parte dell'FMI di 1,9 miliardi, in cambio di riforme strutturali. Per Ursula Von Der Leyen sono le condizioni fondamentali per avviare una trattativa, ma non sono affatto semplici. 

''Non saremo la guardia di frontiera di altri Stati''

La visita dei tre leader europei era stata preceduta, ieri, dalle dichiarazioni del presidente tunisino che aveva dichiarato: ''Non saremo la guardia di frontiera di altri Stati''."La Tunisia - aveva aggiunto Kais Saied - non accetterà mai il minimo trattamento disumano inflitto a chiunque si trovi sul suo suolo e si adopera affinché tutti gli immigrati si trovino in una situazione regolare. Queste persone sono vittime di un sistema globale che le tratta non come esseri umani, ma come semplici numeri''.

Una dichiarazione di intenti che non lascia molto spazio ad ambiguità, specie se il flusso di denaro auspicato non arriva direttamente nelle casse di Tunisi. Saied si oppone inoltre alle ingerenze dell'FMI nella politica interna del paese nordafricano e alle riforme che dovrebbe avviare in cambio dei finanziamenti promessi. Una dinamica che rende assai problematica l'approvazione degli aiuti finanziari promessi dal fondo. 

Cosa sta succedendo in Tunisia e perché l'Ue ha paura del caos

La premier italiana chiude l'incontro con un annuncio: ''Roma e l'Italia saranno pronte a organizzare la conferenza internazionale sulla migrazione e lo sviluppo, della qual abbiamo parlato con il presidente Saied, che è un ulteriore tappa di questo percorso di vicinanza''. Il paradosso è che sia proprio il sovranismo del premier tunisino a frenare gli accordi, che da un lato permetterebbero di risanare una situazione economica gravemente compromessa, dall'altro fornirebbero un controllo sui fenomeni migratori.

È la stessa contraddizione vista al vertice europeo di qualche giorno fa, quando il Governo si è dovuto contrapporre ai 'vecchi alleati' ungheresi e polacchi. Una contraddizione che la premier dovrà affrontare anche per la firma del memorandum con Tunisi, che vorrebbe portare a casa entro fine giugno e per il quale dovrà parlare anche con paesi molto lontani dall'area mediterranea. Paradossi del 'sovranismo'. 

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