Sabato, 23 Ottobre 2021
Alessandro Rovellini

Opinioni

Alessandro Rovellini

Direttore responsabile Today

Quelli che non parlo di Morisi, ma parlo di Morisi

Quando la cooperante italiana Silvia Romano viene liberata dalla prigionia e torna in Italia, l’attenzione dei giornali è spasmodica. E, come in tutti questi casi, ferocemente morbosa. Per giorni viene seguita ovunque. Vengono superati i limiti deontologici. Open di Mentana, in un titolo che ha fatto la storia dei meme (ed è ancora fieramente online), spara: “Ecco perchè siamo orgogliosi di non aver dato la notizia di Silvia Romano che esce di casa per andare dall’estetista”. Un capolavoro di contorsionismo che sì, dà comunque la notizia di Silvia Romano dall’estetista e sì, si pavoneggia moralmente.

Sulla vicenda buia e completamente in divenire dello spin doctor Luca Morisi l’equilibrismo di reazioni è simile, per non dire identico. Nessuno è stato zitto. Nessuno ha fatto l’unica cosa davvero antitetica all’ignobile berciare di migranti e tossicodipendenti che anima gli urlanti social del Carroccio: tacere e basta. E lasciare all'ineluttabile il rumorosissimo tonfo di chi si è alimentato d'odio.

Invece, tutti i politici di segno opposto, quasi all'unisono, hanno rivendicato con fierezza la propria diversità dalla Bestia salviniana. Ma in modo subdolo e, se possibile, ancora più perfido. Renzi (IV) ad esempio, ci ricorda che “Luca Morisi è il padre della Bestia” ed è stato “il cervello ideatore di tutte le aggressioni personali contro di me e contro di noi nella scorsa legislatura”. Fa notare che il comunicatore del Carroccio “è in difficoltà per vicende private e giudiziarie”, e Italia Viva no, non farà a Morisi “quello che la Bestia ha fatto a noi in vicende molto meno serie”. Perché “noi siamo orgogliosamente rispettosi della persona umana e della civiltà della politica”. Così rispettosi da ricordare a tutti, implicitamente, che Morisi è indagato per possesso di droga e da farci un post.

Il commento di Fiano (Pd) è un’altra costruzione ingegnosa che merita esegesi: “Forse per commentare il caso “Morisi” bisognerebbe semplicemente fare silenzio - dice il parlamentare milanese -. Non lo dico per me che cerco sempre di impormi la regola del garantismo e del rispetto verso la persona umana quando si trova ad avere problemi con la giustizia. Lo dico per chi sulla droga e sui tossicodipendenti, in casi umani drammatici, ha espresso opinioni e commenti disumani in varie occasioni”. Quindi: bisognerebbe “fare silenzio”, ma un commentino ci scappa lo stesso. “Rispetto verso la persona umana”, però nella chiusa un bel riferimento a quello che fa (faceva) Morisi (“Opinioni e commenti disumani”) non si nega. Civati (Possibile) è per pochi, come si suol dire: si lascia solo a un “Se citofonando”. Il riferimento è alla scenata dell'ex ministro dell'Interno (“Scusi qui si spaccia?”) in un blitz elettorale al citofono a Bologna. Calenda (Azione) come tutti “non commenta ma commenta”, affidandosi alle parole di Giorgetti ai ferri corti con l’ala destrorsa del partito (“Quello che hanno fatto Morisi e Salvini insieme era già inqualificabile di suo”); Boldrini (Pd) s’aggrappa a Morisi per attaccare, ça va sans dire, il Capitano: “Si parla molto di Morisi, artefice delle campagne d'odio della Lega sul web. Ma quei post e quei tweet hanno una firma che non è sua. È la firma di Salvini. È lui responsabile di quella feroce azione comunicativa che fa male alla vita delle persone e alla democrazia”.

È l’agone politico si dirà. Vero. Come una sfida a scherma, vive di attacchi, parate, cavazioni, finte, affondi. Ma è un agone che ruota, gira, si ritorce in pochi attimi. Oggi cadono Morisi e forse Salvini, domani è un altro giorno. Sarebbe suggestivo, almeno una volta, che la smania da tweet lasciasse spazio alla cosa più assordante che ci sia: il silenzio.

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