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Venerdì, 3 Dicembre 2021
Politica

Taglio alle province: c'è chi dice no

Il governo vuole cancellarle per tagliare sulle spese. Ma la loro eliminazione potrebbe costare 2 miliardi di aggravio. Ecco chi vuole evitare il decreto Delrio

Il ministro degli Affari Regionali, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell'associazione nazionale Comuni italiani è convinto: "Se si non si approva entro fine anno il ddl svuota province, in primavera vanno rinnovati l’80% dei consigli provinciali: sarebbe una beffa. E’ legittimo avere opinioni diverse ma il tema è nel programma del Governo. Io spero che entro metà dicembre si approvi il provvedimento”.

Il taglio dovrebbe abolire gli enti per passare ai Comuni e alle Regioni le competenze provinciali, in modo da ridurre il personale e fare ordine sulle funzioni amministrative: da ciò dovrebbero essere risparmiati due miliardi di euro nel primo anno, 110 milioni invece nel secondo anno. Inoltre verrebbero a nascere dieci città metropolitane, gestite però da comuni e sindaci. Rimarebbero degli organi provinciali a costo zero che avrebbero la funzione di assemblee dei sindaci.

Ma non tutti la pensano come il sindaco di Reggio Emilia: l'associazione artigiani e piccole imprese di Mestre ha diffuso nei mesi scorsi una stima che prevede il risparmio di soli 510 milioni di euro dal taglio visto che molti dei servizi degli enti andrebbero preservati. Gli esempi sono svariati: dalla gestione delle strade a quella degli edifici scolastici, per non parlare del trasporto pubblico, difesa del suolo, tutela ambientale e gestione dei rifiuti.

Il disegno di legge è stato già bocciato dai parlamentari di maggioranza e all'epoca Pietro Ciarlo, costituzionalista e uno dei saggi scelti dal governo per le riforme, aveva definito il provvedimento "anticostituzionale, che nel caso la Camera lo approvasse verrebbe cancellato dalla Consulta". Così è andata: con la sentenza 220/2013 la Corte Costituzionale aveva dichiarato l’incostituzionalità dell’abolizione delle Province per decreto legge. Ma il governo Letta ha modificato il provvedimento ed è andato avanti.

In più 44 costituzionalisti sono scesi in campo per fermare l’abolizione: “Non si possono svuotare di funzioni enti costituzionalmente previsti e costitutivi della Repubblica, né eliminare la diretta responsabilità politica dei loro organi di governo nei confronti dei cittadini, trasformando  la Provincia in un ente associativo tra i Comuni, mentre le funzioni da svolgere non sono comunali. Infine 'opinabilissimo' è il provvedimento di commissariamento fino a giugno 2014 di tutte le Province con organi in scadenza prima della prossima tornata elettorale-amministrativa". I giuristi erano tutti d'accordo: gli enti locali vanno riformati, in maniera condivisa ed efficace, "con un approccio coerente e di sistema, senza strappi, senza operazioni di pura immagine, destinate a produrre danni profondi e duraturi sulla nostra democrazia locale”. D'accordo anche il Centro Studi Investimenti Sociali (Censis), che ha presentato uno studio in cui non soltanto si difende l'importanza territoriale delle province ma si suggerisce di rafforzarle.

Si oppone al provvedimento anche l'unione delle province italiane (Upi), affermando che le stime del governo si basano su dati risalenti al 2011, quando ancora le province non erano state ridotte dalla spending review del governo Monti. In quel caso il Tar del Lazio si era espresso a favore della provincia di Genova, che aveva fatto ricorso. C'è poi l'opinione di Andrea Saitta, presidente dell'Upi, che lancia l'allarme speculazione: sarebbero state le province in molti casi a contrastare la cementificazione nei territori di competenza e con il loro venir meno potrebbero aprirsi nuove tornate di privatizzazioni.

Infine ci sono i lavoratori: "No al Provincicidio!" è lo slogan per la manifestazione nazionale indetta dai sindacati di base per venerdì 6 novembre, davanti alla sede del ministero degli Affari Regionali a Roma. Quel giorno i lavoratori incontreranno il ministro e discuteranno del decreto. Secondo il sindacato di base sarebbero 60 mila i posti di lavoro di cui non sarebbe stata calcolata la sorte a decreto approvato: "Non ci è stato detto ancora nulla - afferma Armando Tolu di Usb Pubblico Impiego - i risparmi di cui si parla abbiamo il sospetto che riguardino solo il personale, visto che tutte le altre spese continueranno a esserci. In più i comuni non hanno le capacità tecniche per la gestione dei servizi delle province: probabilmente molti servizi verranno appaltati e assegnati a privati, peggioreranno la loro qualità e non ci sarà alcun risparmio". Una riforma "distruttiva" secondo il sindacato: "Ai lavoratori chiediamo di resistere a questa deriva - si legge nel comunicato di lancio della manifestazione nazionale -  di spendersi in prima persona per difendere il proprio lavoro, i propri diritti, la propria dignità, la propria retribuzione e per non sottostare allo sterile ricatto del ministro Delrio".

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