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Giovedì, 20 Giugno 2024
Cambio di rotta

Ora il Pd vuole smontare il Jobs Act

Rottamare la riforma del lavoro di Renzi è la nuova missione del Partito Democratico

Ora sul Jobs Act il Pd è compatto. Il prossimo obiettivo dei dem, condiviso da tutti e quattro gli aspiranti candidati alla segreteria, è quello di rottamare la riforma del Lavoro approvata durante la stagione del "renzismo" (e nonostante i malumori che pure serpeggiavano nel partito). Via i contratti a tutele crescenti dunque, per il Pd è necessario tornare al passato, ovvero all'articolo 18 per tutti. Lo ha detto chiaramente anche Stefano Bonaccini che alle primarie si presenta alle primarie da favorito e che finora sembrava il più riluttante a seguire i compagni di lavoro su questa strada. "Intervenire sull’articolo 18 penso sia stato un errore secco" ha dichiarato il governatore dell'Emilia-Romagna parlando a Torino. Bonaccini ha poi aggiunto: "Bisogna andare oltre il Jobs Act e va scritta una nuova stagione di riforme che si concentri sul garantire sviluppo e politiche industriali e combattere il lavoro precario, cosa che in questo Paese in questi anni non è stata fatta e cercare all’interno di questa strada di costruire condizioni per migliorare i redditi e il lavoro".

Sul Jobs Act non ha mai avuto dubbi Elly Shlein, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna e considerata la sfidante più pericolosa di Bonaccini al prossimo congresso. Già qualche mese fa, commentando la proposta di Enrico Letta di superare la legge-simbolo degli anni del governo Renzi, Schlein era stata categorica: "Il Jobs Act è uno dei motivi che mi portarono a una scelta difficile qualche anno fa, quella di uscire dal Partito Democratico". Quindi, "sono felice di quello che ha detto ieri Enrico Letta, ma stava già nelle cose. Stava in un programma che dice che noi saremo i più feroci avversari di quella paura di futuro che colpisce sempre più fasce più larghe della nostra società, a partire dai giovani". Più di recente, parlando a un evento a Parma,  Schlein ha ribadito che "il Jobs Act che ha provocato una frattura profonda con il mondo del lavoro e con i lavoratori che non si sono riconosciuti in quelle scelte" così come "è stato un errore liberalizzare i contratti a termine". 

Così la pensa pure Gianni Cuperlo, altro candidato alla segreteria, il quale ha di recente ricordato che all'epoca fu tra i parlamentari dem che si schierò contro quella riforma. "Non lo votai (il Jobs Act, ndr) e penso sia stata una scelta giusta perché quella misura, persino al di là degli effetti prodotti, ha incrinato un rapporto di fiducia con pezzi interi del nostro mondo" ha detto il deputato dem togliendo ogni dubbio sulle sue posizioni in merito. Cuperlo ha aggiunto che quella riforma andrebbe cambiata "per offrire un sistema certo di garanzie ai lavoratori a tempo determinato".

Anche per Paola De Micheli, la quarta contendente alla successione di Letta, è necessario cambiare pagina. "Il Job's Act è superato - ha detto - perché l'obiettivo di una forza riformista e di sinistra deve essere quello di scrivere un nuovo statuto dei lavoratori, anzi uno statuto dei lavori". Bisogna dunque, ha sottolineato De Micheli, "riscrivere da zero le regole sul lavoro e non stare lì a cincischiare su minimi correttivi". 

Pur con toni diversi dunque i quattro candidati alla segretaria sono concordi: la stagione del Jobs Act deve essere accantonata e con essa qualsiasi tentazione di tornare al "renzismo". Ma le proposte per riscrivere le regole del mercato del lavoro per la verità sono piuttosto vaghe. Il "nuovo Pd" si batterà per la reintroduzione dell'articolo 18 per tutti i lavoratori (come sembra suggerire Bonaccini) o invece per limitare l'utilizzo dei contratti a termine (che però non sono stati di certo inventati dal Jobs Act)? Ne sapremo di più dopo le primarie.

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