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Venerdì, 12 Aprile 2024
Politica

Perché nel Pd potrebbe cambiare tutto (compreso il nome)

Dopo il prossimo Congresso il Partito Democratico potrebbe non essere più lo stesso. Zingaretti, unico nome già in lizza per la segreteria, non esclude di cambiare nome al partito (come proposto da Calenda) e auspica una svolta radicale nella linea politica. Ma i renziani non stanno a guardare

Dopo il prossimo Congresso il Partito Democratico potrebbe non essere più lo stesso. O forse sì. Tutto dipenderà ovviamente dall’esito delle primarie (sempre che ci saranno) che dovranno incoronare il nuovo segretario.

La data per ora è ancora ignota anche se nelle ultime ore il fronte renziano ha impresso una decisa accelerata dando il via libera al Congresso prima delle europee. "I tempi sono maturi. Non c'è più tempo, ci siamo resi conto della gravità della situazione", ha annunciato ieri Andrea Marcucci in una'intervista al 'Foglio'. I gazebo dunque potrebbero essere convocati al massimo entro marzo. Quanto ai candidati alla segretaria, per ora l’unico nome in lizza è quello del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, mentre i renziani stanno cercando di trovare faticosamente la quadra.

Si è fatto più volte il nome dell’ex ministro Graziano Delrio, come pure quello di Lorenzo Guerini, che però dopo aver assunto la presidenza del Copasir si è tirato indietro, come ha fatto anche Marco Minniti. Restano le ipotesi di candidati 'outsider', come il governatore emiliano Stefano Bonaccini o di Elisabetta Gualmini.

E poi c’è Carlo Calenda. L’ex ministro dello Sviluppo però ha già escluso una sua candidatura perché – dice – il Pd "andrebbe superato" per creare qualcosa di diverso e di più inclusivo.

Le correnti del Pd

Ad oggi, dunque, nei dem ci sono sostanzialmente tre linee: la prima, quella che fa capo all’ex premier Matteo Renzi, si pone in sostanziale continuità con il recente passato dei dem. Lotta dura ai "populisti" e ai "sovranisti", opposizione senza sconti al governo giallo-verde e chiusura netta al dialogo con i 5 Stelle. Il modello è quello di Macron, l’unico leader progressista europeo (o sedicente tale) ad avere battuto i partiti estremisti in forte ascesa nell’ultima tornata elettorale.

Il partito che ha in mente Zingaretti

La seconda linea, quella di Zingaretti, si annuncia invece molto più morbida nei confronti del M5s. Proprio ieri, alla festa del Fatto Quotidiano, Zingaretti ha detto di non essere d’accordo "con chi sostiene che l’elettorato M5s e quello della destra siano la stessa cosa". Secondo Zingaretti l’elettorato M5s è "un incontro tra tante pulsioni diverse" e “credo che debba essere aperto un confronto non per accordicchi di potere ma per una sfida culturale, per dimostrare che è possibile ricostruire una sintonia con un elettore molto eterogeneo".

ll dialogo tra il Pd e i 5 Stelle

Qualche retroscenista però guarda già più in là. Secondo Linkiesta, ad esempio, il piano di Zingaretti sarebbe quello di prendersi il Pd e ricostruire la sinistra insieme a Fico. Non è certo un segreto infatti che il presidente della Camera sia sempre più insofferente alle sparate di Salvini e alla deriva di destra che ha preso il governo gialloverde in materia di migranti. Zingaretti potrebbe allora offrirgli una sponda e convincere anche quei deputati M5s che guardano a sinistra a staccare la spina al governo. Fantapolitica, certo. Ma chi avrebbe scommesso, prima del 4 marzo, nel governo legastellato?

Un ritorno al passato?

Dal punto di vista della linea politica, un segretario come Zingaretti alla guida dei dem potrebbe rappresentare una sorta di ritorno al passato, a quell’idea socialdemocratica di partito che prima dell’avvento di Renzi nel Pd era di gran lunga maggioritaria. Difatti, in un’intervista rilasciata ieri a Repubblica, Calenda ha escluso di voler "fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese".

Una presa di posizione che non è stata gradita all’ala più liberale del partito. Ma lui, Zingaretti, ha risposto spallucce e si dice sicuro di farcela: "I renziani  - ha detto ancora alla festa del Fatto - mi attaccano perché hanno capito che finalmente qualcosa di competitivo che può cambiare le cose si sta muovendo".

Il fronte repubblicano di Calenda

E poi c’è la terza linea, quella di Calenda, che già dopo le elezioni ha lanciato l’idea di un’alleanza repubblicana (o fronte repubblicano) per dare una risposta alla crisi della democrazia liberale che ha spianato la strada ai movimenti populisti. L’idea di Calenda è quella di superare gli attuali partiti (Pd compreso) e dare vita ad un contenitore nuovo.

L’ex ministro è più vicino all’area liberale che a quella progressista del partito, nondimeno tra le sue proposte c’è ad esempio il rafforzamento del reddito di inclusione e l’approvazione del salario minimo "per chi non è protetto da contratti nazionali o aziendali". Secondo Calenda il Pd non ha saputo "proteggere gli sconfitti" ed in questo modo è stato percepito come elitario dagli elettori.   

Sul tema dei migranti, bisogna invece proseguire il piano di Minniti per fermare gli sbarchi e contemporaneamente "accelerare il lavoro sugli accordi di riammissione e gestione dei migranti nei paesi di transito e origine secondo lo schema del 'Migration Compact' proposto dall’Italia alla UE".

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La questione del nome

Ma tra i dirigenti dem sembra non ci sia alcuna voglia di andare oltre il Pd. "Quando Calenda dice, dobbiamo cambiare nome del Pd, non mi convince” ha detto ieri l’ex premier Gentiloni. "Il Pd, penso, vada cambiato ma non archiviato. Di fronte a una crisi il problema non è di marketing, del simbolo".

"Non ho proposto di cambiare semplicemente nome al Pd – la replica di Calenda su Twitter - sarebbe operazione cosmetica, ma di fondare un partito progressista più ampio, non paralizzato dalle correnti e dai rancori, e aperto alla partecipazione di persone nuove che rappresentano parti della società". Zingaretti ,al contrario di Gentiloni, non ha escluso che il Pd possa cambiare nome: "Se  il congresso porterà a una identità diversa, vedremo anche se il nome sarà da cambiare". 

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