Sabato, 24 Luglio 2021
Politica

Il Pd si spacca su Verdini: renziani e bersaniani alla resa dei conti

Dopo la condanna di Denis Verdini, il premier Matteo Renzi sceglie il basso profilo. Ma l'offensiva di alcuni esponenti della minoranza bersaniana dà parecchio fastidio e viene vissuta come un colpo basso inaccettabile

Basso profilo: è questa la linea di Matteo Renzi e del vertice Pd sulla condanna di Denis Verdini. La vicenda è delicata ma, secondo le valutazioni dei dirigenti democratici, si sgonfierà presto per motivi procedurali, ovvero per la prescrizione del reato. Ma l'offensiva di alcuni esponenti della minoranza bersaniana dà parecchio fastidio, viene vissuta come un colpo basso inaccettabile, soprattutto mentre si lavorava per stemperare il clima dopo gli scontri della scorsa settimana. Gli attacchi simili a quelli di M5s e Lega non piacciono.

La linea ufficiale è affidata a David Ermini, responsabile giustizia del Pd. "Nessun favoritismo, nessuno sconto. Se Verdini sarà condannato in via definitiva pagherà come tutti, come è giusto. E nel caso si applicherà anche a lui la Severino". In realtà, altri esponenti renziani fanno notare che difficilmente si arriverà alla sentenza definitiva se, come sostengono gli avvocati di Verdini, la prescrizione interverrà già tra qualche mese. Questo significa che non si porrà il problema spinoso di dover applicare la legge Severino. In altre parole, Renzi non dovrà trovarsi allo stesso bivio che mise a rischio il governo Letta, ovvero nella imbarazzante situazione di dover votare la decadenza da parlamentare dell'uomo che già diverse volte ha dato il suo contributo decisivo su passaggi chiave della legislatura.

Inoltre, aggiunge Andrea Marcucci, "Denis Verdini non è del Pd ed il suo partito non fa parte della maggioranza. Salvini ha governato con Berlusconi fino a ieri, avvallando millantate parentele con Mubarak e leggi ad personam. Il leader del M5S, Beppe Grillo, ha invece una sentenza passata in giudicato".

Gli attacchi dei bersaniani, però, fanno arrabbiare i renziani. Un conto, ragionano, è agitare lo spettro del Partito della nazione o giocare sullo "snaturamento del Pd" che si realizzerebbe con Verdini, altra cosa è sfruttare una condanna per gettare un'ombra su Renzi mischiando il giudizio politico con quello morale e giudiziario. Dice Miguel Gotor: "Il Pd non aveva e non ha alcun bisogno di flirtare con Verdini e di ricorrere ai suoi voti, neppure al Senato. Se Renzi lo fa è perché evidentemente non può e non vuole fare diversamente: del resto, tra i due, c'è un sodalizio che risale alle origini della ascesa politica di Renzi, quando i voti di Verdini e dei suoi amici fiorentini furono necessari affinché egli superasse di un soffio il 40 per cento alle primarie e dunque vincesse al primo turno la candidatura per correre da sindaco".

Ecco, questo agli uomini vicini al premier non va giù. Da giorni il vice-segretario Lorenzo Guerini lavora per stemperare i toni in vista della direzione di lunedì e certo non aiuta che dalla minoranza qualcuno alluda a patti inconfessabili tra Renzi e Verdini proprio nel giorno della condanna dell'ex esponente di Fi. Valutazione, peraltro, in qualche modo condivisa persino da alcuni bersaniani: "Il giudizio su Verdini è politico - dice uno di loro - non ha senso mettersi a commentare una sentenza, nemmeno definitiva. Il punto è che è sbagliata l'alleanza con lui, la trasformazione del Pd nel partito della nazione. E questo vale anche se Verdini fosse poi assolto in appello".

Senza contare che, sempre oggi, la minoranza ha aperto un nuovo fronte sul referendum-trivelle, proprio mentre si chiudeva con un'intesa la trattativa sul credito cooperativo. "Se fanno così - dice un renziano - lunedì in direzione sarà scontro".

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