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Giovedì, 9 Dicembre 2021
Caos Pdl

Berlusconi e Alfano, a ognuno il suo partito

Il punto sul Pdl a pochi giorni dal voto sulla decadenza del Cavaliere da senatore e dal consiglio nazionale che sancirà la fine del Pdl. Discutono, litigano, si insultano e minacciano scissioni: cronaca di un "grande bluff"

Il Pdl, non prendiamoci in giro, non esiste più. E’ di fatto già spezzato in due: da una parte Forza Italia, dall’altra le colombe guidate da Alfano.

Eppure la vita politica italiana, tra le altre cose, si sta incartando e attorcigliando in questa palude. Il bello è che tra le altre cose c’è il grosso delle questioni reali: scuola, lavoro, industria, piccole e medie imprese, famiglie (sposate e non, etero e non), immigrazione. A destra discutono, a sinistra fanno il congresso e si gioca chi ha ragione tra i due galli nel pollaio. Il tutto con il beneplacito di un Parlamento in stato vegetativo.

Discutono, a destra, tutti i giorni ma non dicono la verità. Gran cosa la verità. Che in questo caso sarebbe anche semplice. L’ha detta in mattinata l’ex ministro Carlo Giovanardi, che da buon democristiano è stato in carriera un po’ tutto: ieri fedelissimo del Cav, oggi colomba convinta. “Dobbiamo fare consensualmente nel centrodestra due partiti diversi. Io resto fedele all’idea di centrodestra ma – ha spiegato ad Agorà, su RaiTre – ho una visione della bioetica diversa da Capezzone”.

Del resto, osserva ancora il senatore Pdl, “non sono mai stato in Forza Italia. Non vedo perché devo andare dove non sono mai stato”. Tradotto: Alfano non dovrebbe prender parte al Consiglio nazionale convocato sabato prossimo da Berlusconi. Dovrebbe far da sé. Non farsi azzerare come segretario, ma farsi il primo dei moderati-colombe-popolari.

Lo schema di Giovanardi è chiaro. Anzi è consequenziale alla pugnalata del segretario, il figlio, al presidente, il Cavaliere. Due ‘destre’, una di governo, l’altra di opposizione. Parole che non manca mai di confermare un altro pezzo da novanta del Pdl, Fabrizio Cicchitto, colomba coriacea. “Berlusconi è fortemente condizionato e talora trascinato da un’area del partito estremista che vuol fare assumere al Pdl e poi a Forza Italia una deriva estrema che lascerebbe uno spazio enorme al centro, rispetto al quale il Pd sta scegliendo un candidato adattissimo per interpretarlo, perché Renzi è tutto costruito per uno sfondamento al centro. Se costoro influenzano con la loro linea Berlusconi consapevolmente o inconsapevolmente lavorano per il Pd”. Come dire, o il Cav (e con lui il centrodestra) torna ad essere il capo dei moderati-conservatori o il sogno del ’94 non avrà più strada.

E Alfano? Traccheggia. Ha già pronto il suo manifesto, comprese le primarie in casa Pdl che, fuor di metafora della rappresentanza democratica, rappresentano la formalizzazione di una leadership storica messa in discussione. Eppure: “Pdl unito e avanti con il Governo”. La domanda: Alfano, ma se chi oggi l’ha messa nella condizione di fare la voce grossa spinge per un nuovo partito, lei che fa, richiama l’unità? Va contro le legioni delle colombe anche se la verità è plastica ed è sotto gli occhi di tutti, così come la spaccatura (al di là dei travestimenti dialettici)?

Ci sono già due partiti dentro le mura di un fragile contenitore. Eppure qualcosa non torna. Perché? Forse per via di una vecchia storia, quella di Gianfranco Fini che da quel “che fai Silvio, mi cacci?” non è più tornato.

O forse perché siamo tutti spettatori ignari di un grande bluff. Non sarà mica che in tutto questo giro di parole tra spaccature solo annunciate, e cene, e vertici, il centrodestra stia prendendo tempo per salvare il Capo? Anche perché, è bene saperlo, le crisi di governo probabilmente si ripresenteranno ma Letta ha buonissime chance di arrivare fino al 2015. E con L’Expo, anche oltre. In ballo non ci sono partite elettorali a stretto giro, dove lo star nello spogliatoio di casa Berlusconi, padre o figlia, numericamente parlando, ragionando cioè per poltrone, sarebbe troppo più conveniente e sicuro. La sensazione allora è quella di chi guarda sugli spalti le partite di fine campionato. Quei 2 a 2 scritti prima del fischio di inizio per non farsi male e salvarsi comodi.

A volte, tuttavia, anche nel torpore generale, tra rigori regalati e gol facili, capita che qualcuno tra i 22 sbotti. Una tacchettata data male, un parola di troppo e l’accordo vacilla. Così Cicchitto, letta un’agenzia di troppo, deve essersi scordato il ‘piano’: “Si sono guadagnati due mesi ma di questo non è stato dato atto per niente. Chi ha seguito i lavori parlamentari – ha detto a Omnibus su La7 – al Senato sa che la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore doveva essere dichiarata addirittura a ottobre, se non a settembre, e che se è arrivata così in là, è il frutto di un’azione fatta, senza proclami, dall’ala governativa e specialmente dal presidente Schifani”. Come dire, va bene la macchina del fango, ma non esageriamo. Altrimenti è sempre più complicato spiegare un dato: che ancora stanno tutti insieme.

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