Martedì, 19 Ottobre 2021
Governo

Il Pil scende, il deficit sale e Letta prova a calmare l'Europa

E' ufficiale, lo ha detto il governo: deficit al 3,1%. Il premier rassicura: "Confermo l'impegno a stare sotto il 3% alla fine dell'anno. L'aggiustamento di uno 0,1% non necessiterà interventi particolari"

Si chiama Patto di stabilità e crescita (PSC), è stato firmato nel 1997 dagli stati membri dell’Unione Europea ad Amsterdam. Un trattato chiave per la stabilità della moneta unica, ma anche un percorso: la conclusione di una strada intrapresa a Maastricht. Con i suoi parametri, anzi, un parametro chiave: il deficit pubblico non deve oltrepassare mai il 3%. Un tetto che l’Italia è ‘pronta’ a sforare a breve. Pronta perché entro la fine dell’anno dovrebbe rientrare tutto nei ranghi. Almeno la pensa così Enrico Letta. Ed il governo. In mattinata, infatti, il consiglio dei ministri ha dato via libera alla nota di aggiornamento del Def (il Documento di economia e finanza pubblica) con tutte le rassicurazioni del caso: “Trovate il deficit al 3,1% che a legislazione vigente è l'attuale deficit, e confermo l’impegno a stare sotto il 3% alla fine dell’anno. Il passaggio riguarda un aggiustamento di uno 0,1% che è assolutamente alla portata e che non necessiterà interventi particolari”. La questione è stata tradotta bene da Libero.it:

“Come dire: sì, sbandiamo, usciamo di strada ma torniamo in carreggiata. Niente incidente, per ora, ma dal meccanico (dall'Ue) forse ci dovremo passare comunque”.

I soldoni, agli italiani: non sono previste mega manovre economiche, la classica stangata sotto l’albero di Natale. All’Europa: fidatemi di me. ‘Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio’, così Letta eternamente appeso agli umori (giudiziali) dell’azionista di maggioranza delle larghe intese – Silvio Berlusconi – nell’annunciare lo sforamento mette le mani avanti. Non è colpa mia, nessun errore nei conti. Le cause sono da rintracciare in altri fattori. Due: “L’interruzione della discesa dei tassi e la ripresa dell’instabilità politica pesa sui conti e per questo non siamo stati in grado di scrivere oggi il 3%”. Poco male visto che, dice Letta, sono garantiti “12 miliardi di euro nel triennio di interventi in corso per rilanciare l’economia, aiutare l’occupazione, e riuscire a far sì che il nostro Paese abbia il segno più davanti agli indicatori giusti”.

Berlusconi: "Restiamo al governo solo se vengono rispettati i patti"

E ancora all’Europa: “C’è l'impegno confermato di mantenere i patti presi con i partner europei e con l’Unione europea”. Detto, e commentato. Da chi? Dalla Commissione Ue che ha risposto a stretto giro: “Accogliamo con favore il fermo impegno da parte del premier Letta per assicurare il rispetto degli obiettivi di bilancio per quest’anno”, ha fatto sapere il portavoce del commissario agli affari economici Olli Rehn.

Iva, che beffa: aumento già ad ottobre

EUROPA – Già, l’Europa. Sì, perché, se l’Italia sfora, è l’Unione a far da censore. E’ il ruolo delle parti, sancito dai trattati. Gli accordi parlano chiaro: c’è un primo passaggio, l’avvertimento preventivo (early warning); poi, dopo le raccomandazione del caso se la falda non rientra partono le sanzioni. Per la cronaca, non è uno scherzo: l’Italia lo sa bene visto che ha subito un ‘early warning’ nel 2005, chiusa senza sanzioni nel 2008 grazie all’avvenuto rientro del deficit entro i parametri e per la tendenziale diminuzione del debito pubblico.

Imu, i Comuni: rimborsi o stipendi a rischio

Ma Letta oramai ci ha abituato ad essere un incorreggibile ottimista. Sulla tenuta delle larghe intese e nel tenere i conti in ordine. Così la pensa il premier, così Fabrizio Saccomanni, il ministro dell’Economia: “Crediamo che il lieve scostamento registrato venga corretto rapidamente, si tratta di un dato monitorato attentamente dalle stanze europee. Il 3% è il dato su cui noi intendiamo collocarci da qui a fine anno ed è il presupposto per soffocare gli elementi di tensione dei mercati finanziari”.

L'Italia va contromano sull'Imu e la Ue si infuria

IVA – Le grane, tutta non vengono mai da sole. Anzi spesso una tira l’altra. Il deficit balla e da qualche preoccupazione, la questione sull’Iva è lì, sempre nel piatto. E il sapore della portata comincia ad essere sempre più aspro. La questione è dirimente per la tenuta del ‘governissimo’. Berlusconi, ieri, è stato chiaro: nessuna crisi se l’esecutivo manterrà gli impegni fondativi dell’accordo di maggioranza: via l’Imu prima casa, nessun innalzamento dell’Iva. Quel punto di percentuale in più non ‘s’ha da fare’. E se non bastasse ci ha pensato Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, a scandirlo meglio: “O l’Iva non aumenta a ottobre o non c’è più il governo”. Un virgolettato di fuoco, rilasciato nelle ore dei mezzi annunci, dell’impossibilità a cambiar strada: l’Iva in ottobre dovrebbe salire al 22%. Da qui l’ennesimo bivio; o la brusca virata, rintracciando manovre sostitutive, o la crisi. Per adesso solo annunciata, tipico di questo paradosso tutto italiano: Bersani era intenzionato a mettersi in sella ad un governo di minoranza, Letta si è messo al timone di un governo sotto assedio.

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