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Sabato, 4 Dicembre 2021
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Pd, Civati all'attacco: "Non si vincerà mai con gli accordicchi"

Sempre più 'dissidente' rispetto alle linee del partito, Civati spiega a Today.it come il tempo per i democratici sia ormai giunto agli sgoccioli: "Due anni di 'larghe intese' sono troppi. Il governo giunga presto al termine"

Giuseppe Civati, per tutti ‘Pippo’, si è messo in testa di rifondare il Partito democratico. L’idea, per la verità, non gli è balzata di corto, con la fresca candidatura alla segreteria del Pd. Il suo progetto è iniziato qualche anno prima, nel 2010, quando, fianco a fianco di Matteo Renzi dette vita alla stagione della ‘rottamazione’.

Un concetto –  ‘far largo’ al rinnovamento anagrafico, politico e concettuale –  due padri. E un divorzio: nel giro di qualche mese, infatti, l’esperimento a quattro mani fallì. Il sindaco di Firenze si prese il ‘brand’ e ne ha fatto ‘ fenomenologia’; Pippo, ha deciso di smarcarsi politicamente dal fantasma e dall’ombra di ‘Matteo’. Ci ha messo un po’, poi, lontano dalle mura di Largo del Nazareno, si è fatto corrente. Fuori dalle liturgie del partito; equidistante dalle cordate ma dialogante per una sintesi nuova. C’è Civati e non c’è il ‘civatismo’. Così durante le primarie dell’autunno 2012, così dopo il pasticcio delle politiche di fine febbraio. Così oggi, ad un metro dal congresso dei ‘democrat’.

DIREZIONE PD: GUERRA TRA LE CORRENTI

Epifani, poco dopo la direzione della discordia di venerdì scorso, dal palco della Festa democratica di Roma ha ammesso: “Al governo c’è un dirigente del nostro partito. Non possiamo contemporaneamente né involontariamente delegittimare chi, oggi, fa la fatica di portare avanti un governo al servizio del Paese. Franceschini, ieri su Repubblica, ha detto di esser stato frainteso e ha avanzato l’ipotesi delle doppie primarie: “Il segretario eletto da tutti gli aderenti, anche dagli iscritti in extremis; il candidato primo ministro scelto da tutti gli elettori. Eleggere un segretario e un candidato premier con la stessa fonte di legittimazione può essere causa di inevitabili contrapposizioni”.

FESTA UNITA': CONTESTATO EPIFANI

Poi arriva uno dell’ortodossia come Cofferati e spiega il senso e i pericoli della faccenda in questione: “Se si modificano le fonti della legittimazione oggettivamente si rende una figura più debole dell'altra. In questo caso ad essere penalizzato sarebbe il segretario, che se invece viene eletto da una platea vasta e non solo dagli iscritti ha verso l'esterno la stessa forza del candidato premier. Con il voto solo agli iscritti il Pd muore”. La linea politica del ‘sindacato’ (Epifani-Letta-Franceschini-Bersani) è chiara: visto che abbiamo uno dei nostri al governo è impensabile e pericoloso dar fiato alla logica dei ‘due galli nello stesso pollaio’. Quindi c’è bisogno di un segretario eletto da pochi, autorevole, certo, ma non troppo.

La domanda: non è che il Pd, scegliendo un segretario ‘mansueto’, frutto di un consenso popolare  ridotto, che magari faccia star tranquillo Letta, farà l’ennesimo regalo a Berlusconi?

“È proprio così: se il Pd banalizza la questione del suo leader, e ‘riduce’ la figura del segretario, fa un errore clamoroso, ancor più grave se pensiamo all'alleanza con il Pdl. È venuto il momento di ritrovare una misura, che abbiamo perduto, e ridare autonomia alla posizione del Pd. Senza avere atteggiamenti irresponsabili, ma posizioni che abbiano una loro dignità e che consentano di pensare a una proposta politica che si affermi dopo questo governo, che abbia forza e profilo”.

Questione regole: si parla della sottoscrizione di un manifesto politico-programmatico del Pd, un po’ come fu per ItaliaBeneComune (un’idea, questa di oggi, in salsa bersaniana). Com’è la situazione a due giorni dalla nuova direzione. Dopo l’appello via Twitter ha sentito in queste ore Renzi e più in generale il fronte del no?

“Ho parlato con Pittella e brevemente con Cuperlo. Spero che ci siano occasioni nelle prossime ore per dare l'idea che chi si candida voglia offrire una soluzione al Pd all'altezza della situazione”.

A proposito del sindaco di Firenze. Le nuove regole? Un blitz anti-Renzi. E ancora: con Renzi segretario, Letta sarà più debole e solo. Prima c’era l’antiberlusconismo, quasi di maniera, oggi il dibattito interno al Pd, spesso, ruota sui i sì e sui no del sindaco. Quanto ci metterete a svoltare? Voglio dire: da una parte la crisi economica, l’emergenza lavoro, la disoccupazione giovanile a livelli storici e non manca la degradazione culturale e sociale (per ultimo, le banane la ministro Kyenge). Non vi pare di essere fuori tempo massimo per le bizze?

“Ma infatti fosse stato per me il Congresso lo avremmo già iniziato, senza stare due mesi a parlare di regole, per prendere tempo e recuperare terreno sul disagio del Pd, che invece di diminuire, è cresciuto. Lo dissi anche l’anno scorso, che non si può stare mesi a parlare di regole. Mi presero in giro, ma poi ne parlarono per tutta la campagna delle primarie. È incredibile che anche ora si stia ripetendo la stessa situazione”.

Progetto D’Alema: Cuperlo alla segreteria, Renzi al governo, e non pare siano solo chiacchiere. Lei come la vede?

“La vedo che non si vince con gli accordi e con i pasticci, ma con una proposta politica ambiziosa: per me, più che mettere insieme D'Alema e Renzi, c'è da rimettere insieme il Pd con i suoi elettori, recuperare i nostri delusi e fare in modo che un centrosinistra ci sia ancora”.

“Non ci sono alternative a questo governo”, ha sottolineato Letta guardandovi in faccia. Lei ha bollato questo come un ragionamento di destra. Un bel gancio sinistro per un fighetto.

“Continuare a ripetere che non ci sono alternative è un errore strategico e tattico: infatti a ogni intemerata o intemperanza del Pdl, noi obbediamo. Se non ci sono alternative a questo governo, oltretutto e a detta di tutti, perché Alfano non si è dimesso? Non c’erano alternative, in ogni caso, o vale solo in una direzione?”

“Se Grillo cambia i toni sono disponibile a sviluppare con lui una riflessione”. Civati, lei è uno dei pochissimi esponenti nazionali, oltretutto candidato alla segreteria, che ancora oggi con concretezza tiene aperta la via ai 5 Stelle. Questa posizione può essere considerata un pezzo del manifesto del ‘suo’ Pd? Il M5S come una exit strategy dal berlusconismo?

“Il M5S ha preso gli stessi voti del Pd. E ne ha presi la metà (almeno) proprio dal Pd. È come se un elettore su tre del Pd avesse scelto di non votare Pd e di votare M5S. Vogliamo lasciare le cose così? Vogliamo far finta di nulla? Vogliamo rispondere all’accusa di essere difficili da distinguere dal Pdl oppure ci va bene così?”

Quanto può resistere il Pd a braccetto con Berlusconi, su cosa siete disposti a dir di no, a costo di far crollare la ‘baracca’. C’è una scadenza a questo esperimento che sta facendo ribollire la base democratica?

“Secondo me, i progetti di durata di questo governo sono eccessivi. Due anni abbondanti sono troppi per forze politiche così diverse. A meno di non credere che le due forze politiche in questione siano destinate ad assomigliarsi sempre di più...”

Dove sono nate le larghe intese. A vederla oggi, dopo l’impallinamento di Prodi, viene il sospetto che qualcuno, a sinistra, abbia lavorato nell’ombra per il ‘governissimo’. La storia dei 101 franchi tiratori non torna. Prima Marini, poi Prodi; le larghe intese, su cui oggi vi arrovellate, nascono in quelle ore: qualcuno si è dato da fare perché il Pd perdesse il diritto della prima mossa?

“Certo. La decisione l’hanno presa i 101, nella notte del voto segreto. Non sappiamo nemmeno chi siano, e chissà se qualcuno si è pentito e lo dichiarerà: in ogni caso, i 101 sono soddisfatti di questa situazione tanto quanto avrebbero sofferto l’elezione di Rodotà e di Prodi, che avrebbe consentito di aprire una stagione diversa. Difficile, certamente, ma più appassionante. Hanno vinto loro, quelli come me hanno perso”.

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