Martedì, 22 Giugno 2021
Il dibattito

Cosa prevedono i referendum sulla giustizia e perché la mossa di Salvini agita il Pd

Dalla separazione delle carriere ai limiti per la custodia cautelare: sei i quesiti depositati da Lega e Radicali per riformare il sistema giudiziario. E se Letta storce il naso ("deve pensarci il governo"), per Goffredo Bettini i dem non possono restare indifferenti...

Enrico Letta e Matteo Salvini, ANSA

Mentre la riforma della guardasigilli Cartabia è ancora in alto mare, ad animare il dibattito sulla giustizia ci sono i referendum promossi da Lega e Radicali che ieri hanno depositato i quesiti in Cassazione, con la promessa di far partire le firme dal 2 luglio (ne serviranno 500mila). Referendum che, per inciso, toccano alcuni dei punti più divisivi e perfino "identitari" del dibattito ormai decennale sulla giustizia: la separazione della carriere tra giudici e pm (un vecchio cavallo di battaglia di Berlusconi),  il presunto abuso dell'istituto della custodia cautelare, la responsabilità civile dei magistrati in caso di errori giudiziari. Si tratta di argomenti potenzialmente deflagranti che rischiano di esecerbare le divisioni tra i partiti e anche all'interno dei partiti (o almeno di un partito). E che per questo, almeno secondo i detrattori dell'iniziativa, potrebbero mettere in pericolo proprio la riforma Cartabia che deve ancora vedere la luce e su cui le forze politiche dovranno trovare un'intesa a breve. Ma in sostanza quali sono i punti salienti del referendum? Vediamoli nel dettaglio.

La responsabilità civile delle toghe

Uno dei quesiti riguarda la responsabilità diretta dei magistrati. Secondo la legge attualmente in vigore, chi oggi è vittima di un errore giudiziario può chimare in causa lo Stato che poi, entro due anni dal risarcimento, ha l'obbligo di rivalersi nei confronti dello stesso magistrato "nel caso di diniego di giustizia", qualora si ravvisi una "violazione manifesta della legge nonché del diritto dell'Unione europea" o se viene accertato che "il travisamento del fatto o delle prove" siano "stati determinati da dolo o negligenza inescusabile". L'obiettivo del referendum è invece permettere al cittadino di poter chiamare in giudizio direttamente il magistrato. Chi è contrario sostiene (non da oggi) che così facendo si minerebbe l'indipendenza e l'imparzialità del potere giudiziario in quanto ai togati verrebbe a mancare la serenità di poter decidere autonomamente, senza temere conseguenze. I proponenti ritengono al contrario che al grande potere di cui gode la magistratura in Italia non corrisponde un adeguato obbligo per i propri membri di rendere conto delle eventuali decisioni sbagliate assunte. Come invece accade per molte altre categorie professionali. 

Il problema degli innocenti in carcere e il caso della custodia cautelare

Altro punto molto discusso è la riforma della custodia cautelare. A questo proposito la Costituzione è molto chiara: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva". Ciò comporta il divieto di anticipare la pena, a meno che non si renda necessario disporre le così dette misure cautelari. La carcerazione preventiva deve (o dovrebbe) essere motivata da specifiche esigenze cautelari: pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato.  Secondo il partito Radicale tuttavia "lo strumento della custodia cautelare in carcere ha subìto una radicale trasformazione: da istituto con funzione prettamente cautelare, a vera e propria forma anticipatoria della pena con evidente violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza". 

Per questo nel referendum si propone di limitare la possibilità di ricorrere al carcere prima di una sentenza definitiva. Si parla di inserire dei limiti che riguardano in particolar modo la reiterazione del reato, a meno che non si tratti di "gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro  l'ordine  costituzionale" oppure di "delitti di criminalità organizzata". Un caso che può spiegare meglio i termini della questione è relativo alle indagini sul disastro della funivia Stresa Mottarone dove il Gip ha disposto la scarcerazione dei tre indagati  spiegando che il fermo era stato eseguito "al di fuori dei casi previsti dalla legge". 

"Sono gli stessi pm che hanno operato il fermo a non indicare alcun elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di allontanamento dei tre indagati", si legge nelle motivazioni del giudice. E poi ancora: "Suggestivo ma assolutamente non conferente è il riferimento al clamore mediatico nazionale e internazionale dato alla vicenda: è di palese evidenza la totale irrilevanza, al fine di affermare il pericolo di fuga", attenzione della stampa che "non può certo farsi ricadere sulla persona dell'indagato".  

Secondo il sito "Errori giudiziari" che si occupa con competenza e dovizia di numeri dei casi di mala giustizia, "dal 1992 al 31 dicembre 2020, si sono registrati 29.452" episodi di ingiusta detenzione legati alle misure cautelari, "in media, 1015 innocenti in custodia cautelare ogni anno. Il tutto per una spesa che supera i 794 milioni e 771 mila euro in indennizzi, per una media di poco superiore ai 27.405.915 euro l'anno".  Secondo i promotori del referendum, la legge dunque dovrebbe servire a mettere un limite alle carcerazioni preventive. 

La separazione delle carriere tra giudici e pm

Un altro quesito del referendum riguarda la separazione delle carriere.  Ad oggi i magistrati della pubblica accusa e quelli chiamati a giudicare sono inseriti in un'unica categoria professionale. Nel corso della loro carriera i magistrati passano più volte dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Per i proponenti però "questa contiguità tra il pubblico ministero e il giudice rischia di creare uno spirito corporativo tra le due figure e di compromettere un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema democratico". Il quesito punta dunque a stabilire che il magistrato, "una volta scelta la funzione giudicante o quella requirente all'inizio della carriera, non possa più passare all'altra".

A favore della separazione delle carriere si schierò, tra gli altri, Giovanni Falcone, secondo cui "la regolamentazione delle funzioni e delle stesse carriere dei magistrati dal Pm non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l'habitus mentale, le capacità professionali richieste per l'espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il Pm, arbitro della controversia il Giudice". Contro questa ipotesi di riforma, di cui si parla ormai da decenni, si è invece espressa l'Associazione nazionale magistrati (Anm). I togati sono in particolare preoccupati di un possibile controllo dell'esecutivo sul potere giudiziario e del fatto che la seperazione delle carriere priverebbe i pm di quella "cultura della giurisdizione" (così l'ha definita Gian Carlo Caselli) che permette ai magistrati inquirenti di agire nell'interesse della collettività. 

Il quesito "anti-correnti" e la legge Severino

Nel referendum sono poi inseriti altri tre quesiti, uno dei quali riguarda le regole per elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura. Secondo i proponenti,  "il 'caso' Palamara' ha portato alla luce i guasti del sistema delle 'correnti'" e "il primo passo per poterlo sradicare è quello di superare il potere di veto delle correnti all'interno del Csm". Attualmente un magistrato che voglia candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. Con il referendum verrebbe abolito il vincolo delle firme in modo da permettere "a tutti i magistrati di candidarsi, senza dover sottostare al condizionamento delle correnti".

Un altro quesito che sta facendo molto discutere riguarda poi l'abolizione della legge Severino che prevede, in caso di condanna superiore ai 2 anni, che ad alcune specifiche ipotesi di reato sia comminata automaticamente la sanzione accessoria dell'incandidabilità alla carica di parlamentare, consigliere e governatore regionale, sindaco e amministratore locale. Secondo i promotori del referendum l'ultima parola deve invece spettare al giudice che può stabilire, oppure no, in base al caso specifico,  se comminare, oltre alla sanzione penale, anche la sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici e per quanto tempo. 

Perché i partiti litigano sul referendum (e il Pd è diviso)

L'iniziativa di Lega e Radicali è stata bocciata dal segretario del Pd Enrico Letta che vede il referendum come "uno strumento di lotta politica" che "non va da nessuna parte e non è neanche uno strumento di pressione". "Io vorrei che le riforme della giustizia le facessimo veramente e penso che il governo Draghi sia l'opportunità per farle" ha fatto sapere Letta. "Primo perchè c'è una larga maggioranza e si può uscire dalla logica di scontro sulla giustizia degli ultimi 30 anni. Secondo, l'Europa ci dice di fare queste riforme entro l'anno altrimenti i soldi non arrivano e questo mi sembra un incentivo enorme".

Il segretario dem ha insistito negli ultimi giorni sulla necessità di superare la divisione tra "impunitisti" e "giustizialisti", auspicando che il tema della giustizia venga affrontato in maniera organica dal governo Draghi. In realtà la riforma (o meglio le riforme) che ha in mente la ministra Cartabia per intervenire sul processo civile, penale e tributarie, sono indirizzate soprattutto ad accorciare i tempi della giustizia. E benché tra gli obiettivi dell'esecutivo ci siano anche la riforma del Csm e le modifiche alla prescrizione, gli obiettivi del referendum sono comunque diversi. Proprio in virtù del fatto che si parla di argomenti in grado di esacercare le tensioni tra i partiti, più di qualche osservatore ha visto l'iniziativa della Lega come uno sgambetto a Draghi. Uno sgambetto di cui il Pd non vuole essere complice. 

Va però messa a verbale anche una presa di posizione significativa: un dirigente importante dei dem come Goffredo Bettini si è infatti smarcato dalla linea del partito e pur parlando a titolo "personale" ha difatto riaperto l'annosa questione del posizionamento del Pd nell'annosa diatriba tra giustizialisti e non.  "Non posso rimanere indifferente rispetto ai quesiti referendari promossi sul tema della giustizia dal Partito radicale" ha fatto sapere il dirigente dem.  

Secondo Bettini  "il quesito del referendum circa la separazione delle carriere è condivisibile; quello sulla custodia cautelare anche; così come il quarto quesito che riguarda l'abrogazione della legge Severino". E ancora, ha spiegato: "Condivido quello circa la raccolta di firme dei magistrati per le elezioni domestiche". Insomma su alcuni punti il Pd dovrebbe riflettere e non lasciare il tema della giustizia al solo centro destra. Ma è anche vero che Letta si trova nelle difficile condizione di non potersi allontanarsi troppo dal perimetro dell'alleanza con i 5 Stelle. Sullo sfondo, ma mica tanto, c'è la preoccupazione che l'intesa per una nuova legge possa saltare. "La riforma della giustizia è il pilastro su cui poggia l'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza" ha ricordato di recente la ministra Cartabia. "Se fallisce questa riforma, molto semplicemente, noi non avremo i fondi europei". 
 

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